(it) NICHILISMO ATTIVO/ MISANTROPIA ATTIVA ESTREMA) DIBATTITO AMORALE: RISPOSTA A IMMONDOX

Pubblico questo testo arrivato attraverso mail, e lo inserisco in un dibattito amorale. Come gestrice del progetto editoriale “Abisso Nichilista”, volevo fare solo una precisazione: Ho fatto parte della rivista misantropica KH-A-OSS, ma ne sono uscita, per concentrarmi, sulla parte sperimentale filosificamente del Nichilismo, che debbo dire, è come prendere un manuale di resistenza contro la società, per lanciarsi dopo, in una continua guerra egoistica. D’altra parte, viene pubblicato anche materiale che espande il nichilismo e la misantropia verso l’estremismo, il radicalismo, su base terroristica. Temi che ampliano a vasto raggio la Tendenza anti-umanista, ed espandono il dibattito amorale, senza precludere/precludersi nulla. Il progetto in questione, ha “bisogno” di temi simili, per cercare di ribaltare i fondamenti platonico/cristiani e dell’attuale pensiero umanista, questo in una veste di approfondimento.

Per la risposta, rispetto alla mail arrivata, passo lo scettro a Schizo (ex Amoklaufe, ora Terrorismo Egoarca), che so che saprà affrontare le domande ricevute, con il “consueto” spirito polemico. Per chi volesse continuare il dibattito amorale in questione, rimangono le mail dei vari progetti in “contatti” più quella dell’individuo che ci ha scritto “[email protected]”.

Per chiarezza espositiva in fondo al dibattito amorale, ho messo link+ intero testo su Abbruciati/Banda della Magliana.

Ghen


Salve Ghen
mi sono imbattuto in Abisso nichilista e ho letto vari post, anche dall’archivio di Misantropismo attivo estremo.
Purtroppo non ho gli strumenti concettuali per capire gli articoli più filosofici.
Ho trovato più inteleggibili (per me) e interessanti le pubblicazioni in PDF.
Ho da farti alcune domande: qual è la vostra posizione nei confronti dell’autodistruzione? Nell’articolo su Abbruciati viene scritto quanto segue: ” Lo spaccio di droga non ci interessa, ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali […]? “. La distruzione del proprio corpo, dello stile di vita che inevitabilmente “la scimmia” richiede, non è forse un attentato nei confronti della moralità? Sicché lo spaccio non è forse un attentato misantropico e il drogarsi un’azione nischilista? Per non parlare del Godimento che evidentemente muove chi consuma una sostanza.

Altra domanda: comprendo tutto il ragionamento sulla diffusione del Terrore per colpire alle fondamenta i pilastri della società contemporanea, ma non ritieni sia necessario un criterio e una metodologia nella scelta degli obiettivi? E non parlo di morale, ma di opportunità ed efficienza. Mi spiego: hai presente gli attacchi con le buste incendiarie di Roma a marzo di quest’anno? La cosa ha guadagnato qualche trafiletto nelle edizioni locali dei giornali, non pensi che una scelta non casuale degli obiettivi avrebbe potuto generare maggiore effetto con lo stesso, medesimo, sforzo?

Immondox

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Salve signor “Immondox”, con piacere egoistico, noto, che “una tantum”, qualche individuo, si chiede e vuole dibattere amoralmente, su temi scomodi, di quelli che vengono messi dalla società sempre nel dimenticatoio, l’importante è che siano chiariti quel tanto che basta, per essere sicuri che il giorno dopo, spariscano, per poi riemergere, e ricordare, che l’architettura della società dove si vive, ha il suo interno dei nemici, non nemici in logica, ma individui o unioni di individui, che ribaltano i valori etico-centrici della società, per fare e disporre di quello che vogliono, e premo il tasto su “fare e disporre”, perché questi individui- o gruppi- negano completamente un idealismo di facciata, perché anelano a conquistare, lo scranno di veraci antagonisti della società. La criminalità, quella che in questo caso, è posta come “Banda della Magliana”, vede precisa davanti a se, ha dei codici di onore, in cui sono incorporati anche lo sfruttare in maniera amoralistico i difensori della società/la facciata pulita, cosa che serve per arrivare al Vertice, per decidere le sorti del proprio gruppo criminale rispetto ad altri gruppi. Ma anche per fare vedere, che il criminale nega l’acquiescenza nebulosa delle norme morali, e della normalità. Si dovrebbe fare un excursus storico rilevante, parlando della “Banda della Magliana”, perché in se la Banda, è stata sempre una federazione di gruppi, che si è unita per affari criminali, e a volte per vendette contro nemici di altre bande rivali. Ma in questo caso allungheremo senza centrare il nesso posto dal signor “Immondox”. In se questo dibattito amorale l’avrei intitolato “la specificazione contro la generalizzazione”, perché di questo si tratta…il signore in questione, porta a domanda, temi di interesse primario, ma sancisce in essi una generalizzazione, che fa capire, anche i tempi in cui viviamo. Non si va mai oltre le diciture, si appende il proprio istinto davanti al cancello delle parole, che concrete pongono solo precise connotazioni tra un pensiero e la finalizzazione della meta che si – pensa di- raggiunge(re).

Andiamo a dibattere amoralmente e partiamo dal primo punto/domanda:

1o. generalizzazione: lo spaccio non è forse un attentato misantropico

Vedo che il signor “Immondox”, legge quello che gli altri gli hanno fatto leggere, perché se si va, anche estrapolando, ad approfondire il tema “Abbruciati”, e la premessa fatta dagli affini della rivista misantropica KH-A-OSS, noto che esso, non ha capito molto- cioè un cazzo- di quello che è stato scritto. C’è un contesto preciso, specifico, che dice che : ” Lo spaccio di droga non ci interessa, ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali […]? “. Gli affini hanno per caso affermato, che sono contro lo spaccio di droga? E in questo caso- partendo da un termine si arriva a una conclusione- saranno, anche, in maniera morale, contro chi si droga, si buca, o ha questa “scimmia”? Gli affini hanno detto, che ad essi, non interessa lo spaccio di droga, personalmente non spacciano o non usano droghe, ma appunto dicono che: ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali […]? Quindi il signore ha letto sempre in maniera sintetica, quello che il compendio dei termini grammaticali gli ha fatto leggere..ha letto leggendo quello che normalmente si legge..”non sono per lo spaccio”: “sono contro lo spaccio”; in questo modo se sono contro lo spaccio, perché dovrei essere a favore di chi spaccia? Rigoroso, un elemento si annette a un altro elemento, che conferma l’espressione “non sono..” Arrivo al mio punto egoistico: l’uso delle droghe, se espande il Caos, cioè l’instabilità e l’incertezza, la paura o il malessere di chi crede di stare bene, ha il Mio favore, se il tossico, va in giro e scippa, rapina, crea confusione e disordine ha il Mio favore…ma questo si deve intendere, come presupposto egoistico, e non in altra maniera..nel Mio Progetto, l’espansione del Caos, ha piani precisi, ma se il tossico, considerato l’asociale, crea questo, perché non sfruttarne l’attitudine..andando in maniera più netta e precisa…Gli affini l’hanno specificato, ma è da ripetere: quando si dice “non ci interessa..” si intende precisamente che come gruppo c’è un disinteresse verso lo spaccio, ma anche che, dicendo questo, non interessa, che negli ambienti comuni il fatto di spacciare, sia visto, come sgradevole o cattivo. E questo fa da presupposto, che gruppi mafiosi/criminali come la “Banda della Magliana”, abbiano dei punti di affinità, con i nostri Progetti, ma che non per questo Noi o Essi, dovremo farci assimilare in un contesto globale.

Perché il signor “Immondox” dunque vuole confondere le acque?

Perché generalizza un aspetto, che invece è estremamente preciso: Noi, siamo a favore della criminalità mafiosa, lo siamo, anche per i Nostri obiettivi, che è quello di espandere l’onda d’urto del Caos e della distruzione dell’architettura etico-societaria. Chi legge con attitudine “egoista”, sa bene ciò a cui mi riferisco..chi invece rimane appresso al termine limite delle parole, ha un enorme difficoltà spontaneamente ad arrivare al dunque…ma non per mero limite intellettivo, ma perché inserito in un contesto di accettazione del limite in questione.

Parlando di “attentato misantropico”, rimestiamo nel ambiguo, perché ci sono decine di uscite editoriali, sopratutto con gli affini di KH-A-OSS, dove si specifica, che quando si parla di “misantropia”, si approfondisce una Misantropia Distinta, e con tali specificazioni da non poter essere confusa con altre…per esempio, a Noi, della misantropia passiva, quella che fa poesie di una tristezza immane, sulla depressione, non interessa nulla…ancora una volta- attraverso “Immondox”, non si va a intendere, che la Misantropia Attiva Estrema (che connette il Mio progetto con altri), ha delle specificità che si distanziano da altre, non è che ora si può dire che per forza un “attentato misantropico”, debba avere a che fare con lo spaccio, e Noi che ci definiamo Misantropi, dobbiamo accettare questo, su base di un elementare grafologia grammaticale. Quindi la Nostra è una Misantropia che rigetta lo spaccio di droga, come Nostra vita criminale, ma non è contro chi gruppo criminale fa questo, può anche essere un “attentato”, ma rimane il fatto che se siamo affini alla “Banda della Magliana”, lo siamo su basi di affinità egoistica…lo capirà ora, Immondox?

2o. generalizzazione: il drogarsi un’azione nischilista

Come sopra, anche qua, ci si pone attraverso, un azione che persegue fini meramente finalistici. Per “azione” intendo, che quello che dice l’immondox, ha una mera forma di sussistenza, che ritiene che un agire sia uguale all’agire di un altro, sotto la veste tassativa della generalizzazione. Per esso, drogarsi, deve avere -e rientrare in un vivere nichilista. Quindi si parte dalla presupposizione, che Nichilismo, sia solo mera attitudine auto-distruttiva, che si scontra con il proseguo di cui sotto, dove si dice che è anche Godimento…dunque, vediamo di specificare il limite attitudinale che ha Immondox: se usiamo in maniera risolutiva- cioè generalizzante- l’oggettività, un atto auto-distruttivo, come quello di drogarsi, rientra nel nichilismo, ma non esige di approfondirne il Godimento. E specifico subito questo e il perché di questo: se te Immondox, usi la parola “nischilista” e ci annetti un contesto, senza specificare nulla, cioè senza oltrepassare il cancello temporale e materiale delle parole, allora il tossico che si buca non potrà Godere. Ma muoviamoci sul terreno del nichilismo…perché dici Nichilismo e non specifichi di che tipo stai parlando? Perché il tuo intelletto è limitato o pensi di rimestare in acque torbide senza che nessuno possa risponderti con la giusta attitudine? L’equivalenza drogarsi+nichilista, la conosci solo su basi primariamente generaliste, perché dai a un atto, quello di usare la droga, la valenza, -negativa morale, di nichilismo. Approcci con il nichilismo, come se invece di mangiare riso mangi merda? Quando mangi non distingui le portate, o ti accorgi- ma non ti importa- che stai mangiando quello che hai cagato? Questo per farti intendere, come sulla misantropia, che arrivi a un punto finalistico, cioè 1+1 fa 2, senza cercare di approfondire nulla..la differenza abissale tra te e Me qual’è? Che Io egoisticamente, negando che il drogarsi sia per forza un azione nichilista, posso sfruttare egoisticamente, quello che un tossico farà…cioè se porta Caos, a me va bene, ma non per questo, lo dovrò considerare affine, o comunemente accettare che quello che fa il tossico è nichilista..se l’azione del tossico, è quello di destabilizzare la quotidianità delle persone, potrò anche pensare che sia un azione nichilista..ma questo solo, perché PER ME, per il Mio Nichilismo, è un azione, che espande la Propaganda che porto avanti…il bucarsi (iniettarsi eroina o altra merda nelle vene), non è dunque il Mio NICHILISMO che, te poni come uguale per tutti..e non deve per forza essere un azione nichilista, in se, perché può essere che il tossico, cerchi -non il nulla, il nientismo o l’annichilimento (anche se nichilismo e annichilimento sono a volte discordi tra essi), ma anzi lo stare bene con gli altri…può essere che Immondox, generalizzando si sia sbagliato? Può essere che il tossico sia anche quello che non cerca l’auto-distruzione, ma anche lo stare bene, e per stare bene, intendo, il passare la giornata in una modalità solo diversa? Auto-distruzione di prassi- come lo intende il signore in questione- non può portare all’idea di “stare bene”. È nichilismo generalizzante quello che fa si che il drogarsi sia solo passare un pomeriggio insieme ad altri amici? Se il Nichilismo è primariamente un atto auto-distruttivo, e in questo atto, c’è il fatto di bucarsi, che rimanda a un azione nichilista, allora posso dire, che il tossico che si buca, non è nichilista, ma progressista, perché per esso, bucarsi, ha solo l’intento di passare una giornata come le altre, ma non per auto-distruggersi, o dissolversi nel tempo e nello spazio, sperimentando visioni distanti dalla normalità, ma per vivere un poco meglio, quello che secondo esso, vivono gli altri, le persone normali.

3o. generalizzazione: Per non parlare del Godimento che evidentemente muove chi consuma una sostanza.

E qua rientriamo nel discorso di sopra, dove si generalizza, e Immondox continua a spararle al vento…esso ha stabilito che c’è una connessione precisa per l’auto-distruzione: bucarsi è un azione nichilista, specificare che non si è per il “traffico di droga”, significa non capire che si può essere degli attentatori misantropi…secondo esso, saremo dei benpensanti…eppure scrive che ha letto i Pdf, è che sa, che la Misantropia e il Nichilismo che propugniamo, nei vari progetti, sono specificati bene e in maniera complessa, in quello che per Noi è il Godere…godere egoistico, retorica egoista, affinità egoista, che il signore in questione, non ha letto, o ha capito che una cosa è uguale a un altra…il suo limite non è intellettivo, è proprio che come tanti altri, preferisce la generalizzazione completa. Perché gli sta bene cosi, perché gli brucia il culo che in Italia, ci siano Progetti, come i Nostri, che hanno portato la Misantropia e il Nichilismo, a livelli radicali ed estremisti, come non si era mai visto…che hanno sorpassato il fascino romantico di certi temi…ma torniamo al tossico che è nichilista, ed è per questo che gode..torniamo a termini grammaticali che per l’uso comune potrebbero non essere cosi in linea tra essi…se seguiamo il “vento” generalista di Immondox, bucarsi, non si scontra assolutamente con il godimento, ma diventa un auto-distruzione particolare….esso unisce auto-distruzione, nichilismo e godimento…generalizza ma cerca di diversificare le sue proposte per renderle di nuovo omogenee..usa un frasario limitato per arrivare al punto, punto che dice che se l’auto-distruzione è la negazione, cioè è un azione nichilista, può tranquillamente affinarsi con il godimento. Affermando che il tossico che si buca è nichilista, non si accorge che fa delle distinzioni solo per tornare a generalizzare..se il tossico è auto-distruttivo, secondo il codice di comportamento comune- non potrà godere dei benefici dell’eroina o della cocaina, perché in maniera comprovata, bucarsi non è godere ma auto-distruggersi. Come mai Immondox ha messo insieme auto-distruzione e godimento, separandoli? Perché esso, voleva semplicemente, in maniera costruttiva, semplificare, separando gli elementi, senza farli rientrare in uno scontro tra essi…le tre frasi distinte e separate, fanno intendere subito questo…se Immondox avesse messo insieme la parola auto-distruzione e godimento, per chi legge, sarebbe risultato subito una contraddizione (essendo generalista ha pensato che scrivere ad altri rimandasse, per forza, a questa predisposizione). La sostanza artificiale immersa in fondo alla coscienza, di chi legge, avrebbe separato, auto-distruzione da godimento. Quindi ha pensato, separiamo gli elementi, usiamo un frasario e una terminologia comune, cosi il tossico sarà nichilista perché è auto-distruttivo, ma sarà anche quello che gode della sostanza che si inietta come la merda mangiata al posto del riso..facile no? Ma ha trovato Me, che legge e distingue certe cose da altre…se il signor Immondox dunque, usa un frasario comune, va totalmente in collisione con le espressioni che usa, perché per la coscienza ordinaria, tossico e godimento, non hanno nessuna attinenza…ma Immondox ha generalizzato perché voleva rappresentare qualcosa di comune, qualcosa di stabilito, da esso e da altri, che generalizzano pur credendo di non rientrare nei canoni del pensare ordinario. Ha voluto sintetizzare qualcosa al fondo della sua coscienza, pur non avendo capito nulla di quello che avevano scritto gli affini di KH-A-OSS..

Ora concludiamo con il secondo punto/domanda:

Anche qua il signor Immondox (anche se in maniera meno diretta), capisce quello che legge normalmente…andiamo a fare un attimo una premessa: cosa distingue l’azione discriminata da quella indiscriminata? Che la seconda sia fatta a caso, a random come si dice comunemente, ma non è cosi, e di nuovo collide con quello che esso scrive…

1. Altra domanda: comprendo tutto il ragionamento sulla diffusione del Terrore per colpire alle fondamenta i pilastri della società contemporanea, ma non ritieni sia necessario un criterio e una metodologia nella scelta degli obiettivi?

Come fa a sapere Immondox che i pacchi bomba di Roma e di chi li ha mandati non siano stati scelti precisamente e con una metodologia, in maniera indiscriminata? Se per metodologia intendiamo usare un metodo per colpire gli altri, allora mandare pacchi bomba- nel gergo comune “a caso”- è scegliere precisamente cosa fare e come mandarli. Ritorno a dire come sopra, che sto signore, è intriso di una modalità complessivamente schematica. Schematizza perché vuole semplificare non aprendo le porte della propria facoltà intellettiva, e cosi si ferma all’ovvio. L’ovvio che deduce che un certo tipo di tipologia di persone, siano quelle che devono essere colpite “a caso” e non che chi ha mandato pacchi bomba abbia scelto precisamente chi colpire…come fai a sapere che chi ha mandato i pacchi bomba non conoscesse precisamente queste persone? O le avesse analizzate e scelte perché avevano delle caratteristiche di interesse, nel ferire o ammazzare? Per cui chi ha attentato ha scelto, un obiettivo significativo in termini di destabilizzazione, di distruzione, di quello che sarebbe andato a provocare e a promuovere.

2. non pensi che una scelta non casuale degli obiettivi avrebbe potuto generare maggiore effetto con lo stesso, medesimo, sforzo?

Ancora “oggi “ non si capisce, non si vuole naturalmente intendere, che significa attacco indiscriminato, eppure ci sono centinaia di testi che affermano e approfondiscono tale tema..Mio punto egoistico: l’indiscriminato non rappresenta quello che il signore dice sopra, ma costituisce la totale dissoluzione della morale, quando degli individui, in gruppo o meno, attaccano un obiettivo egoico. Agire in maniera indiscriminata è non discriminare l’essere umano, come punto di origine della società, nelle leggi artefatte e dell’architettura etico-societaria, che prevede che colpire qualcuno senza conoscerlo sia un azione malevola. È qua torno al punto del colpire a caso/random..l’uso dell’indiscriminato significa che l’umano in se è meritevole di essere colpito/attentato, e gli Egoisti capiranno subito che, se è cosi, allora colpire in maniera indiscriminata dissolve il concetto artificiale di “a caso/random”. Nel momento in cui, con il mio attentato, colpisco l’umano come obiettivo, il colpire a caso si dissipa completamente. È un attentato anti-umanista, anti-umano, senza discrimine etico o morale. Gli attentati di Roma e provincia- ma che sono giunti fino in Lombardia, hanno rappresentato quello che affermo, perché hanno colpito in maniera precisa ma senza porsi il dubbio su “una persona di più o una di meno”, perché, hanno attentato l’origine della società, quello di creare panico nella pace, Terrore nella normalità, Caos nell’immutabilità…

3. E non parlo di morale, ma di opportunità ed efficienza.

Quindi secondo Immondox, qualche decina di pacchi-bomba mandati uno dietro l’altro, con la nuova distopia alle porte, non hanno seguito un opportunità o usato l’efficienza? Ahaah. I pacchi-bomba, aspetto geniale, sono stati mandati nel periodo in cui la nuova distopia era alle porte, e hanno colpito in maniera feroce, destabilizzando e creando Caos, in quello che era in quel momento un periodo ferace per attentare. Quindi è stata più di un opportunità..gli attentati sono passati dall’opportunità all’efficienza. In un periodo in cui i controlli sotterranei si stavano preparando, nel termine ultimo di un nuovo ordine, chi ha attentato, ha avuto una abilità e una destrezza, nel passare indisturbato tra le maglie del controllo sociale. Questo fa capire che l’abilità dell’Individuo, che scioglie i lacci consunti della morale, abbia un inclinazione e un attitudine, che non ha pari ed eguali, perché la ricerca primaria di potenza, si sviluppa, riuscendo a nascondersi tra le maglie del controllo quotidiano, sfrutta l’altro, per arrivare a un obiettivo, sviluppa un istinto di sopravvivenza, di primaria importanza e genuinità, perché gode e sa dove vuole colpire, sente di poterlo fare, perché si erge sopra la società umana predisposta ad affondare nel pantano del nichilismo passivo. Colpisce non solo perché tecnicamente ha sviluppato una propria abilità, ma perché ha ATTITUDINE (come ha detto l’affine Ghen)..di che opportunità ed efficienza parla dunque Immondox?

4. Mi spiego: hai presente gli attacchi con le buste incendiarie di Roma a marzo di quest’anno? La cosa ha guadagnato qualche trafiletto nelle edizioni locali dei giornali,

Ora, secondo Immondox, la carta stampata/media, avrebbe un ruolo preciso per quello che viene attuato nella società. Secondo esso, il fatto di fare un attentato “a caso/random”, ha predisposto che, i giornali, usando una deontologia precisa, abbiano usato scrivere due righe-trafiletto su quello che era successo…ma dove scende Immondox, dall’albero? I giornali, i quotidiani, quelli su internet, seguendo a volte linee comuni a volte proprie, non fanno le differenze di cui Immondox blatera, perché, pur avendo linee editoriali, non mettono davanti l’attentato preciso rispetto a quello impreciso…hai mai letto dei vari attentati “a caso” fatti in Europa e dell’importanza data? Questi attentati sprigionavano paura, terrore, insicurezza, e facevano vendere copie a chi editava tali righe…le linee editoriali, anche nei giornali politicizzati, si sposano con la mera sopravvivenza di chi edita, il giornale per vendere si deve basare su quello che in certi termini viene chiamato “sensazionalismo”. La differenza è, che un giornale rispetto a un altro, userà, una fraseologia di un certo tipo, perché chi legge, sa cosa potrà trovare all’interno..un lettore medio di “Repubblica”, vorrà leggere note differenti da uno di “Il Fatto quotidiano”, ma alla fine della somma, tutti devono poter sopravvivere e vendere copie…semplice, ma di nuovo Immondox, come per la prima risposta, punta tutto sul generalismo…un attentato preciso, immagino che pensi sia quello schematico contro qualche politico o dirigente, avrà molta più gloria giornalistica, di un attentato, che ha colpito persone, in questo caso, “a caso”; e si intende questo, perché queste persone non avevano l’importanza che si da a un politico o a un dirigente di un azienda, quindi, secondo il Signor immondox, non è uscito il grande articolo..generalizzazioni, dunque…

Schizo

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From : <[email protected]>
To : <[email protected]>

Jun 25, 2020, 3:01:54 PM

Contro-rispondo ad alcuni passaggi del post di Schizo a seguito della mia mail:

Non tanto di schematizzazione, bensì di sintesi ho provato a fare esercizio.
È evidente che determinati soggetti, quali il signor “Schizo” (riservo a lui la stessa formattazione che ha riservato a me… cosa vorrebbe intendere con quelle virgolette, che Immondox non è il mio vero nome? Invece Schizo sì?), abbiano tempo a strafottere per scrivere pagine e pagine che definire ridondanti sarebbe riduttivo. Io tutto questo tempo non ce l’ho, quindi proverò a rispondere brevemente.
Se io vado da un salumiere (mi scuso col signor “Schizo” per la prosaicità dell’esempio, ma mangerà qualche volta anche lui, non penso si alimenti solo di speculazioni sofistiche), non mi presento dicendo “Perché mai non dovrei prendere il salame?”, quella domanda avrebbe senso solo se il salumiere avesse precedentemente rifiutato il mio ordine, sicché lo stralcio originale su Abbruciati, quella domanda “perché dovremo fare le pulci ad altri malavitosi”, dopo aver citato lo spaccio, evidentemente sottende una posizione quantomeno di perplessità sull’argomento che l’autore immaginava nei propri lettori. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

Sui pacchi bomba: il signor “Schizo” si fa beffe della mia premessa secondo cui gli/lo attentatori/e abbiano colpito a caso, scrivendo questo: ” come fai a sapere che chi ha mandato i pacchi bomba non conoscesse precisamente queste persone? “. E come fa Schizo a sapere che si tratti di un solo attentatore e non di diversi, visto che al punto 3 parla di Individuo singolo, attribuendogli tutti i pacchi. Forse non è anche questa una “generalizzazione”, termine con cui probabilmente il signor “Schizo” intende una fallacia logica?

Sul discorso mediatico, piaccia o no, per diffondere il terrore è necessario servisi dei canali di diffusione dell’informazione, e i pacchi bomba di marzo (che definisci geniali, non so in base a cosa) sono stati un fallimento, non riuscendo ad andare oltre i trafiletti di cronaca locale, le ricorderanno solo le pochissime persone coinvolte e solo su di loro avranno gli effetti che invece potrebbero avere su un numero maggiore di individui con una diversa progettazione degli attentati. Inoltre la scelta del periodo sarà stata saggia dal punto di vista logistico (“le maglie del controllo”), non certo per quelle mediatiche, visto che gli attentati hanno subito un ulteriore svilimento a favore delle informazioni sulla salute pubblica, che terrorizzano la società molto più di quattro raudi inviati per posta proritaria. Sull’ultimo punto: il rapimento Moro, non certo dell’impiegato Mario Rossi delle poste, ha scatenato un incendio di Terrore, prima negli apparati del potere costituito, e poi nella popolazione, che si riverbera ancora oggi, ma se tu vuoi esaltarti per un pensionato che si è spaventato per un botto, fai pure.

Il signor “Immondox”

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La storia della Banda della Magliana, qualunque cosa se ne dica, affascina e ha affascinato centinaia di persone non solo a Roma, ma anche in altri luoghi. A Roma dopo l’uscita del libro-romanzo “Romanzo criminale”, (pensate scritto da un giudice che pero, nelle righe vergate, in quel momento, assomigliava più ai criminali della Banda che a uno che pensa in maniera giuridica), ci furono innumerevoli negozi che stamparono magliette con i volti dei componenti del gruppo criminale-mafioso. Questo per dire, che la società civile e le regole morali, non valgono una ceppa di cazzo di niente, dato che è molto più affascinante il crimine amorale. Noi, oltrepassiamo tutto questo, al di là del bene e del male, è come abbiamo già scritto, per Stirner, utilizziamo a nostro piacimento, pezzi dell’attività criminale di suddetta Banda. Noi siamo Criminali e Terroristi Amorali, e cosi sia; riteniamo che progetti malavitosi come quelli della Banda della Magliana, siano validissimi, anche se molto in grande (come numero di affiliati), rispetto ai gruppuscoli Terroristici Misantropici, di cui facciamo orgogliosamente parte. Lo spaccio di droga non ci interessa, ma perché se siamo amorali e estremisti, “dovremo fare le pulci” ad altri malavitosi e criminali, che come noi, si staccano dal mondo dei normaloidi e vogliono continuare a delinquere? Occhio, i componenti della Banda, non erano degli spacciatori “sine qua non”, ma anche assassini e terroristi, che hanno usato l’esplosivo plastico come l’incendio indiscriminato, come l’assassinio diretto ma anche trasversale (contro alcuni parenti dei pentiti). D’altra parte ci interessa anche il passato dei componenti della Banda, quello più informale, come le “batterie dei rapinatori”, ma questa non è una scusa, sappiatelo. Qua sotto riportiamo un frammento di uno dei componenti della Banda, uno dei Capi riconosciuti, vissuto e morto come criminale. Per chi dovesse riprovarsi di tutto questo, immaginiamo alcuni idealisti, siamo a conoscenza, che non è bello, che in certi cortei, si faccia esclamare a quelli che si considerano dei fratelli, “Allahu Akbar “, per poi dire di odiare lo “stato islamico”, o affermare di essere atei. È lo si faccia fare, perché senno “non tutte le ciambelle vengono con il buco”.

Dunque, ad ognuno il suo…

Ex Editori della Rivista Misantropica Attiva Estrema KH-A-OSS

* per cane sciolto, si intende, un individuo inserito in un giro criminale, anche organizzato, ma senza nessun vincolo organico preciso.

Nato nel 1944 a Roma, nel quartiere Trionfale, Danilo Abbruciati cresce a Primavalle, dove s’è trasferita l’intera famiglia. Sulle orme del padre Otello detto «er Moro» per la sua carnagione scura, campione italiano dei pesi piuma e leggeri, si cimenta nell’arte del pugilato. Ma, per mancanza vuoi di rigore vuoi di perfezione nella pratica, abbandona ben presto la disciplina, per intraprendere la carriera criminale. Appena maggiorenne, infatti, comincia a frequentare un gruppo di ragazzi della Roma bene coi quali dà vita ad una vera e propria «batteria», denominata dalla stampa «Gang dei Camaleonti», specializzatasi, a metà degli Anni ’60, in furti nelle abitazioni dei quartieri ricchi. È così che rimediò la prima condanna a quattro anni.

Denunciato, l’anno precedente, dalla moglie, Claudia De Cristofaris, per lesioni, maltrattamenti e sequestro di persona, nel 1972 è già un rapinatore di successo: alla fine di quell’anno, a riprova dell’avvenuto salto di qualità, ne viene segnalata la presenza a Pescara, in compagnia di Maurizio Massaria, Ernesto Diotallevi e Carlo Faiella. Disgrazia vuole, però, che quest’ultimo, alcuni giorni dopo, venga ucciso a Roma, proprio dopo un incontro con lui e con Ernesto Diotallevi, al bar «Catene» della Garbatella. Questo incidente, però, non ne interrompe l’ascesa: conosciuto in carcere il boss della malavita meneghina Francis Turatello, mette a frutto la solida amicizia con lui per entrare in contatto con la gang di Maffeo Bellicini, Albert Bergamelli e Jacques Berenguer. Abbandonate allora le rapine, è attivissimo, in particolare, ma non solo, nel settore dei sequestri di persona. Ma la sua vita non è tutta rose e fiori, a causa del suo diretto coinvolgimento in talune di quelle «guerre» che sovente squassano, senza apparente motivo, il corpaccione della mala capitolina. Banali le ragioni del dissidio che, nel ’76, lo contrappone a Roberto Belardinelli, detto «Bebo», ma cruenti gli esiti: come ha spiegato Fabiola Moretti, una fra le molte «pupe» di Abbruciati, «due (… ) le bombe, una al ristorante Sabatini e una al locale notturno La Prugna»: la prima viene disinnescata; la seconda, invece, esplode. «Bebo Belardinelli», ha raccontato ancora la donna, «sparò raffiche di mitra contro le auto parcheggiate in via dei Ponziani; sequestrò, quindi, Oscaretto Meschino, per farsi dire, a suon di botte, dove potesse trovare Danilo»; e finalmente, «una mattina che Danilo doveva incontrare Umbertino Cappellari sulla via del Mare, Belardinelli si trovò sul posto e lo uccise, sotto gli occhi del figlio Pino, tossicodipendente», ma, conclude il suo racconto la Moretti, «per sua fortuna Danilo era arrivato in ritardo all’appuntamento».

Contemporaneamente a questa «guerra», nella quale Fernando Garofalo detto «Ciambellone» e Nando il Pirata, due compari, ha spiegato sempre l’informatissima Moretti, che «steccavano con lui, ma non partecipavano alle rapine, accampando dei pretesti: ogni volta avevano la febbre o il raffreddore», Danilo Abbruciati ebbe uno «scontro» anche con Massimo Barbieri, il quale, mancandogli di «rispetto», ha organizzato un’orgia con la madre di sua figlia Danila e con la sorella: «er Baffo» lo convoca e, mentre sono in macchina, il Barbieri alla guida, tenta di ucciderlo sparandogli; l’arma, però, s’inceppa e deve ripiegare su un pestaggio selvaggio col calcio della pistola. A causa delle lesioni riportate, particolarmente gravi per essersi l’auto schiantata contro un albero, Massimo Barbieri, se ne resta rintanato in casa per un mese a leccarsi le ferite, mentre gli lievitano dentro rancore e frustrazione per l’affronto patito. Così, una sera che er Baffo si sta recando a Campo di Mare, dov’è in vacanza la figlia Danila, la sua auto viene affiancata da una moto, condotta proprio da Massimo Barbieri e con a bordo Gianfranco Casilino, il quale gli esplode contro alcuni colpi d’arma da fuoco; un proiettile, trattenuto dalle ossa craniche, all’altezza della tempia sinistra, lo attinge alla testa. Intenzionato a farlo soltanto dopo che avrà trovato Barbieri e regolato i conti con lui, Danilo Abbruciati ne rinvia la rimozione; a causa, tuttavia, prima dell’omicidio di Ettore Tabarrani e quindi del suo arresto, avvenuto nel 1978, a seguito delle dichiarazioni di Roberto Cavaniglia detto «Canarino», per i sequestri di persona, la pallottola resterà dov’è.

Tornato libero nel luglio del 1979, Danilo Abbruciati trova una situazione di gran fermento: la Banda della Magliana sta, mano a mano, acquisendo il controllo dei traffici illeciti della capitale e, per dirla con Maurizio Abbatino, il boss Abbruciati è ormai un «cane sciolto», senza legami con alcun gruppo in particolare e senza problemi economici di alcun genere; è soltanto per restare nel giro che conta che, insieme al suo «tirapiedi» Paolo Frau, gravita nell’orbita di Enrico «Renatino» De Pedis. All’inizio si dedica di tanto in tanto a qualche colpo, limitandosi magari a fornire delle «dritte»; ma, quando Renatino, Raffaele Pernasetti detto «er Palletta» ed Ettore Maragnoli entrano a far parte, grazie a Franco Giuseppucci, del sodalizio, anche lui viene cooptato nella Banda e vi inocula il seme della dissoluzione. A ragione dei suoi trascorsi malavitosi, avvalendosi anche delle numerose conoscenze fatte in carcere tra i comuni, i mafiosi e i politici, una volta entrato a far parte della Banda della Magliana, Abbruciati la strumentalizza ai suoi personali vantaggi: tiene sostanzialmente per sé le proprie «conoscenze», si interessa di edilizia, commercio di auto, finanza, rispetto ai quali i traffici criminali rappresentano la principale, se non unica, fonte di finanziamento, e di questi traffici fa partecipi soltanto i «testaccini», appartenenti alla cerchia di Renatino, i quali, ben presto, acquisiscono un consistente patrimonio mobiliare, societario e immobiliare, che si cumula ai proventi della precedente attività di «strozzinaggio». A causa di questa asimmetrica opulenza, i «testaccini» diventano insofferenti alle regole solidaristiche della Banda, e questo provoca una certa diffidenza nei loro confronti, destinata ad acuirsi e a sfociare in veri e propri propositi di vendetta, specie dopo l’uccisione di Franco Giuseppucci detto «er negro», ad opera dei Proietti.

A causa della «guerra» contro costoro, a cui tutti i sodali si sentono parimenti obbligati, passa in secondo piano la resa dei conti interna, che è rimandata sino a che un altro evento traumatico non la innescherà di nuovo.

Milano, via Oldofredi 2, ore 8.05 del 27 aprile 1982. Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano esce di casa. «Stia attento ragioniere», l’avverte la portinaia, «ci sono due tipi strani, fermi qua davanti da mezz’ora». Una veloce occhiata scioglie ogni preoccupazione: i due «tipi» sembra siano spariti e, come tutte le mattine, l’Alfetta 2000 blu della banca con i vetri blindati è parcheggiata all’angolo con via Pola; l’autista Giovanni Fattorello, come al solito, mentre attende scambia qualche battuta con la guardia giurata di servizio alla porta dell’agenzia numero 18 del Banco, situata nella stessa palazzina dove egli abita con la famiglia.

Passano, però, pochi secondi e sbuca da via Pola una moto di grossa cilindrata, con in sella due uomini. Il passeggero, cappotto color cammello, completo di grisaglia inglese e camicia di seta azzurra, scende e si fa davanti a Rosone, con in pugno una Beretta calibro 7,65. Preme una prima volta il grilletto, ma l’arma s’inceppa e Rosone ne approfitta per scappare; al secondo tentativo ferisce la vittima ad una gamba e si dà alla fuga sulla moto condotta dal complice. La guardia giurata spara in rapida cinque colpi con la sua 357 Magnum.

Due proiettili centrano il sicario al collo e alla testa. Il ferito cerca di aggrapparsi al conducente della moto, gli mancano le forze e scivola esanime sull’asfalto. In apertura del telegiornale dell’ora di pranzo, mentre scorrono le immagini di un cadavere a terra coperto da un lenzuolo insanguinato, la voce del giornalista spiega che quella mattina è finita la corsa di Danilo Abbruciati. Agli investigatori non sfugge la singolarità del fatto che ad eseguire un «lavoro» solitamente affidato ad un gregario, sia stato chiamato un uomo come «er Baffo», ormai arricchito dal traffico di droga, «un giro calcolato, al lordo, da un miliardo al giorno» e che aveva raggiunto quei simboli di prestigio che ne facevano un boss del crimine organizzato. Non minori le perplessità dei sodali della Banda: ignorando tutto dell’operazione in cui è morto er Baffo, Maurizio Abbatino chiede «spiegazioni» a Enrico De Pedis e a Raffaele Pernasetti i quali gli riferiscono «di aver a loro volta appreso da Ernesto Diotallevi che, per suo tramite, l’Abbruciati aveva ricevuto 50 milioni per eseguire l’attentato». I due non gli forniscono «ulteriori particolari», dicendo che Abbruciati ha agito anche «a loro insaputa». La risposta al perché Danilo sia salito dietro quella moto, Abbatino la rinviene nell’inconfessata esigenza dei «testaccini» di «accontentare un committente di riguardo», tenendo gli altri all’oscuro della relativa operazione, che comunque li compromette tutti: ce n’è abbastanza, insomma, perché sia considerato ormai definitivamente dissolto il rapporto di fiducia che ha sin qui cementato l’organizzazione e si proceda, finalmente, al sanguinoso regolamento dei conti, per troppo tempo rimandato.

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L’ANNIENTAMENTO ONTOLOGICO DELL’ESSERE
Posted on 12/06/2020

Nel cammino di pensiero heideggeriano l’età moderna risulta caratterizzata dall’irrompere del dominio tecnico-scientifico quale momento decisivo per la storia dell’essere. La tecnica, che esercita la propria egemonia sul reale a livello planetario, fa propri i caratteri dell’invenzione e della pianificazione calcolante, per cui la totalità dell’ente è identificata in primis con ciò che è ordinabile, manipolabile, producibile, modificabile e quindi sempre sostituibile. Soggiogato al dominio tecnico e all’esercizio della volontà di potenza il pensiero non è più in grado di esperire il senso originario dell’essere in quanto svelamento (ἀλήθεια), Lichtung, apertura costitutiva che dona e concede la venuta in presenza della totalità dell’ente. In tale quadro, dell’essere come tale “non ne è più niente”, si perviene all’annientamento ontologico dell’essere, la storia della metafisica giunge così al suo termine nichilista. L’annichilimento dell’essere è concepito come l’esito ultimo e definitivo cui è pervenuto il pensiero occidentale, l’imposizione tecnica si configura cioè come realizzazione totale dell’occultamento dell’essere che iniziò a germogliare nella storia del pensiero a partire da quei fraintendimenti e da quelle operazioni mistificatorie sulle quali si è eretto l’edificio metafisico. Le distorsioni operate dal platonismo avrebbero per prime dato l’impulso alla metafisica a costituirsi come metafisica della soggettità, per cui parallelamente alla progressiva auto-affermazione del soggetto quale centro di potenza e dominio si sarebbe silenziosamente realizzata la sottrazione dell’essere: l’essere quale apertura manifestativa, radura che lascia-essere l’ente muta il proprio significato originario fino a divenire l’essere dell’ente, la quidditas, l’essere di ciò che è costante e permanentemente presente. La storia della metafisica viene dunque interpretata come un processo di negazione e rimozione, di violenza esercitata ai danni della φύσις, dell’ἁλήθεια, dell’essere, termini tra loro interscambiabili poiché indicano il medesimo, cioè l’apertura originaria, la radura luminosa che presiede alla manifestazione dell’ente. La metafisica è dunque in se stessa l’evento della dimenticanza del significato originario dell’essere, dimenticanza che in ultimo, nell’epoca della tecnica planetaria, giunge al suo culmine massimo, là dove il pensiero calcolante, proprio dell’impostazione scientifico-tecnica, con le sue leggi fisse e stabili, finisce per sostituirsi al pensiero poetico- meditante, l’unico in grado di pensare e dire la verità dell’essere. Il dominio epocale della tecnica dà così avvio ad un vero e proprio capovolgimento dei modi di pensiero che delimitano la posizione dell’uomo dentro al mondo e in rapporto al mondo, per cui questi è chiamato a divenire il protagonista assoluto di un progetto di padroneggiamento operativo-conoscitivo in cui il reale è «un oggetto a cui il pensiero calcolante sferra i suoi assalti, ai quali nulla è più in grado di opporsi. La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderne. […]

La potenza che si nasconde nella tecnica moderna è ciò che determina la relazione dell’uomo a ciò che è». Il mondo della tecnica è il mondo della soggettività incondizionata in cui l’essere è interpretato come volontà di potenza, è il mondo dell’uomo prometeico che tutto può e tutto dirige, che predomina e che si afferma mediante l’organizzazione totale della terra che si esplica nella scomposizione dell’elementare e nell’assegnamento di leggi al reale, nell’oggettivazione, nella pianificazione, nella reduplicazione della natura.

Poiché questo calcolare domina completamente la volontà, sembra che accanto alla volontà non vi sia più null’altro che la sicurezza del puro impulso al calcolo, per il quale la prima regola del calcolo è il “calcolare tutto”.

Ciò su cui ci interessa riflettere in questa sede è che, secondo le categorie interpretative heideggeriane, interrogarsi sul significato della tecnica moderna significa ripensare il senso compiuto della metafisica, il destino (Geschick) stesso dell’essere. Nell’avvento dell’epoca tecnica viene intravista infatti la necessaria conclusione e il compimento ultimo del pensiero occidentale, ossia della metafisica della soggettità di cui Platone è padre, giunta a manifestarsi, nella sua forma culminante, con la volontà di potenza nietzscheana. Il dominio della tecnica si configura così come l’acme ultimo di un processo inderogabile che ha interessato il destino dell’umanità occidentale, alle cui spalle si celano l’origine e l’intera storia dell’Occidente. Secondo Heidegger è con Platone che si verifica per la prima volta nella storia del pensiero quel mutamento essenziale per cui si impone la centralità del soggetto. L’introduzione della dottrina platonica dei due mondi, che risolve il rapporto tra mondo ideale e mondo sensibile nella contrapposizione tra apparenza e verità, conduce alla contrapposizione tra le categorie soggetto/oggetto, ossia alla struttura della soggettività che da qui in poi si costituisce come il carattere peculiare della metafisica. L’affermarsi della tecnica su scala planetaria altro non risulta essere allora che l’esito inevitabile cui è approdato il platonismo nella sua forma più estrema e pericolosa, là dove l’uomo è posto erroneamente a signore della totalità dell’essente. La storia dell’essere ravvisa quindi il suo sbocco d’arrivo nell’evento della tecnica, in cui trova piena manifestazione la volontà di potenza (volontà di volontà) che determina l’azione umana e si estende ad ogni ambito del reale. In questo quadro «la volontà di volontà, di conseguenza, organizza essa stessa come essere l’essente. E nella volontà di volontà che la tecnica (assicurazione di «fondi») e l’incondizionata assenza di meditazione (lo Erlebnis) assumono il predominio», per cui tanto l’essere è condannato alla stagione del suo estremo oblio quanto l’uomo a una mediocrità e a un livellamento da cui sembra impossibile emanciparsi.

Nel corso di una conferenza pubblica tenutasi nel 1952 a Meßkirch e letta in occasione della commemorazione del compositore Conradin Kreutzer, Heidegger osserva che «nessun singolo uomo, nessun gruppo di uomini […] ha il potere di frenare o di dirigere il corso storico dell’era atomica«. In questa proposizione è resa manifesta la complessità costitutiva della tecnica, il suo carattere proprio, vale a dire il suo essere un destino, il destino dell’essere, quindi un evento ineluttabile, un invio epocale cui non è possibile sottrarsi in alcun modo.

La potenza della tecnica che dappertutto, ora dopo ora, in una forma qualsiasi di impiego incalza, trascina, avvince l’uomo di oggi – questa potenza è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede.

Interpretata in questi termini la tecnica non è pensata come una sostruzione umana, il dominio tecnico non procede né si impone a partire da una libera decisione dell’uomo, che aspirando a rendersi padrone delle leggi della natura decide di avvalersi dei dispositivi tecnici in suo potere al fine di organizzare e controllare la totalità dell’essente. Qui la tecnica serba in sé un significato ed uno spessore profondi, che travalicano l’essere un semplice mezzo e strumento nelle mani dell’uomo di cui questi può disporre a proprio piacimento e per gli scopi più svariati. Heidegger non abbraccia un’interpretazione strumentale della tecnica, poiché tale prospettiva non è in grado di coglierne e chiarificarne il significato originario, al limite può risultare utile ai meri scopi pratici ed empirici di fabbricazione e produzione cui l’uomo industriale si trova intento. Al contrario la tecnica moderna viene interpretata a partire dal suo legame imprescindibile con la storia dell’essere, con il darsi e negarsi dell’essere stesso, con il suo incessante manifestarsi e ritirarsi nel susseguirsi delle epoche storiche. Prima ancora di essere instrumentum in nostro potere – cioè macchinari ed apparati tecnici – la tecnica si configura come l’invio destinale dell’essere, cioè come un’epoca dell’essere, ed è per tale ragione che il carattere precipuo con cui si svela è quello del Ge-stell, dell’imposizione che ci provoca a corrisponderle. L’uomo è perciò avvinto, intrappolato da un destino su cui non esercita alcun potere e ne è tanto più prigioniero quanto, al contrario, ritiene che la tecnica sia uno strumento prezioso che gli permette di dominare le forze della natura e di elevarsi a Prometeo sul mondo naturale. La tecnica non viene dunque intesa da Heidegger secondo una concezione antropologico- strumentale, non è mezzo in vista di fini e scopi, ma essa si manifesta come l’ingiunzione dell’essere che reclama l’uomo moderno al suo inevitabile destino. Nell’era atomica la tecnica è la modalità stessa con cui l’essere si dà all’uomo, destinandosi ad esso nell’esperienza dell’assoluta dimenticanza e del più totale nascondimento, esperienza che ha rappresentato il tratto costitutivo dello sviluppo della storia della metafisica fin dai suoi albori. Heidegger affronta direttamente la questione in una serie di testi, per lo più conferenze, composti intorno al 1950 e confluiti nei Saggi e Discorsi (Vorträge und Aufsätze). Si tratta di scritti a carattere essoterico, dal momento che non si rivolgono esclusivamente ad un’élite di accademici, al contrario, tanto per l’impostazione colloquiale quanto per gli argomenti affrontati, sembra vogliano riproporre un tipo di discorso volto a richiamare in auge l’antica visione della filosofia come σοφία, saggezza, sapere che si rivolge all’uomo comune e ai problemi che lo riguardano da vicino nella sua esistenza. I Saggi e Discorsi possono essere letti come il tentativo heideggeriano di trovare una soluzione alla Seinsfrage, problema già posto in Esser e Tempo (Sein und Zeit) che accompagna, come un fil rouge, l’intera speculazione heideggeriana lungo le sue svolte e torsioni. Se inizialmente il problema del senso dell’essere viene circoscritto all’interno dei limiti dell’analitica esistenziale, e quindi affrontato a partire da un’analisi serrata delle strutture d’essere del Dasein, nell’ultimo Heidegger questo tipo di impostazione viene abbandonata in favore di una sollecitazione del pensiero moderno che stabilisce una connessione profonda tra la metafisica della soggettività e l’avvento della tecnica, designando quest’ultima come l’inevitabile compimento della metafisica platonica. Alla luce di ciò, risulta di nostro interesse comprendere quali sono state, e perché si sono verificate, quelle operazioni concettuali che avrebbero condotto il pensiero occidentale proprio a tale esito. La via che Heidegger si propone di percorrere è quella dell’indagine storico-ermeneutica, orientata a mettere in discussione i presupposti e i fondamenti del percorso storico-filosofico cui è pervenuto l’uomo moderno, avendo ricevuto in eredità i fraintendimenti e le distorsioni operate dal pensiero metafisico e scientifico. Nel 1953, a Monaco di Baviera, Heidegger tiene la conferenza La questione della tecnica in cui emerge un punto fondamentale che permette di comprendere il piano a partire da cui si snoda la domanda sulla tecnica. L’essenza della tecnica in sé «non è nulla di tecnico, nulla di simile a una macchina» , da qui deriva la caratteristica di una riflessione che si configura come un pensiero non-tecnico sulla tecnica, avente per oggetto l’essenza non-tecnica della tecnica. La questione viene così trattata da un punto di vista prettamente ontologico e non empirico. Là dove l’intento di Heidegger è proprio quello di portare alla luce l’essenza stessa della tecnica, mostrando così la vera portata di questo evento planetario, si può comprendere perché l’essenza della tecnica non sia desumibile dal suo carattere strumentale: essa non consiste nell’essere semplice mezzo, ma molto di più, «la tecnica è un modo del disvelamento» , è cioè la modalità mediante cui l’essere si destina all’uomo moderno nella forma dell’imposizione attraente (Gestell).

Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del «richiedere» nel senso della pro-vocazione. Questa provocazione accade nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che è così messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua vola ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni. Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commutare sono modi del disvelamento. […] Ciò che così è impiegato ha una sua propria posizione (Stand). La indicheremo con il termine Bestand, «fondo». Il termine dice qui qualcosa di più e di più essenziale che la semplice nozione di «scorta, provvista».

Rispetto alla τέχνη greca, pensata nei termini di una ποίησις, di una produzione che si limitava a favorire l’opera della φύσις, senza violarne la disvelatezza, la tecnica moderna presenta caratteri del tutto diversi. Essa si dispiega nella modalità della provocazione, che estrae dalla natura energia da consumare e accumulare. La natura diviene così un fondo (Bestand) energetico, materiale di riserva, un gigantesco serbatoio cui attingere in ogni momento. Ciò che essa fornisce viene interpretato dall’uomo moderno come risorsa, riserva, deposito e infine mezzo, così che la totalità del reale si trova ora ad obbedire alle leggi dell’ordinabilità e dell’impiegabilità, «la terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. In modo diverso appare il terreno che un tempo il contadino coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare», cioè lasciar-essere e non appropriare ed sfruttare. Nella concezione greca della φύσις è insita l’idea che l’ente sia solo ciò che si produce da sé, spontaneamente, e che quindi non sia riducibile a ciò che è fatto o prodotto dall’uomo. Tuttavia, nel mondo moderno, la dimensione dell’artefatto – ciò che è evocabile dal nulla e riconducibile al nulla per potere e mano dell’uomo – assume sempre più pregnanza, fino a che non si perviene a considerare ente soprattutto ciò che è artefatto, dunque il prodotto umano. Il richiedere provocante, che provoca la natura a costituirsi come Bestand, è messo in atto dall’uomo. Per tale ragione, disvelando il reale nel modo di ciò che è impiegabile e sfruttabile, fondo energetico appunto, l’uomo stesso, ancora più originariamente che la natura, si trova a fare parte del fondo. L’usura (Vernutzung) del mondo naturale come permanente assicurazione di fondi cui l’uomo è intento si è impadronita anche dell’uomo stesso, il quale non può nascondere il carattere che fa di lui “la più importante delle materie prime”. Gettando incondizionatamente la propria volontà in questo processo di manipolazione e sfruttamento, l’uomo diviene lui stesso l’oggetto dell’abbandono dell’essere, «nell’epoca dell’esclusivo potere della potenza, cioè dell’incondizionato premere dell’essente verso la consumazione dell’usura, il mondo è divenuto non-mondo, nella misura in cui l’essere è bensì presente, ma senza un proprio vigere».

Nell’imporsi della tecnica planetaria Heidegger scorge così «la profondità radicale del destino e del pericolo in cui si avventura l’essere stesso in quanto manifestazione». Considerata come Ge-stell la tecnica si delinea innanzi tutto come un destino della manifestazione, quello che domina il tempo del compimento della storia della metafisica. Come tale essa «minaccia il disvelamento, fa sovrastare la possibilità che ogni disvelamento si risolva nell’impiegare e che tutto si presenti solo nella disvelatezza del “fondo”» . A tal proposito Heidegger è molto chiaro: sotto l’imporsi del dominio tecnico l’essere è pervenuto alla massima dimenticanza. L’essenza della tecnica in quanto imposizione «maschera il risplendere e il vigere della verità. Il destino che ci invia nel modo del Bestellen, dell’impiego, è così il pericolo estremo», dal momento che l’imposizione tecnica oscura il movimento della verità, ossia il movimento dell’essere.

Nell’imporsi su scala planetaria della tecnica Heidegger ravvisa quel pericolo crescente che non è però determinato dalle macchine e dagli apparati tecnici, sebbene questi possano anche avere effetti mortali, si pensi per esempio all’impiego della bomba atomica. Il pericolo cui si fa riferimento non è un pericolo empirico, ma si potrebbe definire un pericolo ontologico giacché mina da vicino l’essenza dell’uomo, per cui «il dominio dell’imposizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principiale» . Nell’era della tecnica planetaria l’uomo è condannato all’esigenza di dominio, all’incessante e furioso impiegare che lo rende padrone, almeno apparentemente, del reale, anziché custode e pastore della verità dell’essere. Avvinto dal dominio tecnico, l’uomo moderno non è in grado di rendersi conto che il Ge-stell è una modalità del disvelamento e precisamente la sua modalità nichilista, cioè quella in cui dell’essere come tale non ne è più nulla. La minaccia della tecnica consiste quindi nel negare all’uomo il raccoglimento che gli è proprio, grazie a cui questi può partecipare alla verità dell’essere dimorando nell’autenticità. La riflessione sulla tecnica si compie allora in ultimo all’interno della contrapposizione tra proprio/improprio o autentico/inautentico (Eigentlichkeit/Uneigentlichkeit) che in Sein und Zeit costituiva l’ambito concettuale al cui interno fu svolta per la prima volta la domanda sul senso dell’essere. Questa dinamica, sebbene in maniera implicita, rimane un caposaldo dell’interrogazione heideggeriana, là dove la logica del riscatto, di un nuovo inizio è sempre più che una mera possibilità, ma si dà all’uomo come una scelta esistentiva, effettiva. Così anche là dove regnano il pericolo estremo e la lontananza massima dell’uomo dalla propria essenza, è possibile trovare una via di salvezza, poiché «ciò che costituisce l’essere della tecnica alberga in sé il possibile sorgere di ciò che salva» , la tecnica in quanto pericolo supremo contiene dunque in se stessa anche la possibilità suprema della salvezza. Riappropriandosi delle parole di Hölderlin Heidegger scrive:

«Wo aber Gefahr ist, wächst Das Rettende auch» Ma là dove c’è il pericolo, cresce/ Anche ciò che salva

La tecnica si configura quindi come una sorta di giano bifronte: da un lato avvince l’uomo a se stessa, obbligandolo nella lontananza dall’essere e negandogli così l’accesso all’autenticità, ma dall’altro garantisce la possibilità di affrancamento di superamento. A tal proposito, lungi dall’auspicare il ritorno a un vivere a-tecnico e da valutazioni etico-morali, insufficienti a trattare la questione, Heidegger invita ad un nuovo modo di stare nella tecnica. Considerare la tecnica un destino significa infatti dimorare necessariamente in essa: anche volendo l’uomo non potrebbe venire meno all’imposizione tecnica, dal momento che non è possibile venire via da un’epoca dell’essere, per cui la possibilità della salvezza, dell’affrancamento dal Ge-stell, dev’essere allora concepita come un nuovo incontro con la tecnica, come una maniera nuova di soggiornare presso di essa, che consiste nel pensarne e nel comprenderne l’intima essenza.

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