(it) Una grotta di sangue (sull’Assassino Seriale Richard Kuklinski)

Richard Kuklinski da molto tempo era rimasto affascinato dai vasti boschi di Bucks County, in Pennsylvania, per la pace e la tranquillità che caratterizzavano quei luoghi. Ma oltre che un posto per rilassarsi passeggiando immerso nella natura, costituivano anche il posto ideale dove nascondere dei cadaveri.

Sbarazzarsi delle vittime, effettivamente, costituiva spesso un problema. Il più delle volte poteva lasciare il cadavere là dove l’aveva freddato, un vicolo, un parcheggio, un garage. Altre, invece, doveva assolutamente farlo sparire, spesso, su richiesta esplicita del committente.

Quando ricorreva ai boschi stava particolarmente attento a non nascondere mai due corpi troppo vicini, per evitare di suscitare sospetti nelle autorità inducendole a sorvegliare una vasta zona. Il suo solo compito era quello di uccidere e, per essere sinceri, lo sapeva fare piuttosto bene, al punto da far assurgere l’assassinio su commissione a una specie di arte raffinata.

In questo mondo infernale, Richard poteva considerarsi a pieno titolo un esperto, una sorta di killer superstar.

Un pomeriggio invernale, si ritrovò in quel luogo con un fucile Browning a doppia canna adagiato sul braccio. Stretta nelle sue enormi mani quest’arma, più che vera, sembrava solamente un giocattolo. Gli piaceva giocare al gatto e al topo, ossia avvicinarsi non avvertito a un animale per poi colpirlo ancor prima che si accorgesse della sua presenza. Malgrado la sua stazza, era molto abile nel muoversi assolutamente in silenzio con grande maestria, cosa che gli consentiva, divertendolo moltissimo, di piombare inatteso su scoiattoli, marmotte, moffette e cervi, perfetti banchi di prova per ciò in cui eccelleva e che più gli piaceva: appostarsi, cacciare e uccidere esseri umani.

“A essere sincero, non è che uccidere mi gratifichi molto. Quello che mi piace è ciò che avviene prima: l’agguato, il progetto del crimine, la caccia vera e propria” era solito riconoscere.

Durante una di queste “uscite di allenamento” nei boschi, una volta si era imbattuto in un grosso roditore, che se ne stava nei pressi di una quercia. Pensando si trattasse di una marmotta, aveva deciso di prenderla alla sprovvista, muovendosi furtivamente si portò a una distanza giusta per uccidere al primo colpo: avvicinandosi sempre di più fece fuoco.

Colpì il bersaglio ma l’animale era ancora vivo, con le zampe posteriori tese a scalciare in preda all’agonia. Avvicinandosi si accorse che si trattava di un gigantesco topo selvatico e, non provando il benché minimo rimorso o gusto nel veder soffrire quella creatura, con un altro colpo la finì immediatamente. Allontanandosi dal posto in cui aveva ucciso il ratto, aveva notato, nascosto da un cespuglio, l’ingresso di una grotta, tutta ricoperta di muschio.

Molto incuriosito decise di penetrare all’interno di quel luogo, dove subito sentì il particolare odore dei ratti selvatici e notò diversi escrementi sparsi qua e là, ma delle creature neanche l’ombra. Uscendo da quel posto, raggiungendo la propria vettura, la sua mente iniziò già a pensare a un’idea diabolica, da mettere in pratica da lì in breve tempo.

Tornando giorni dopo, portò un cartoccio di carta al cui interno c’era del mangime, decise di addentrarsi maggiormente nel buio cunicolo e, percorsi una quindicina di metri, lo depositò per terra, ancor più curioso di verificare la presenza di questi ratti. Uscì e se ne tornò a casa ma l’indomani, recatosi nuovamente in quel luogo si accorse che tutto il mangime era magicamente sparito. Sapendo che questi simpatici animaletti erano dei roditori che si adattavano a mangiare ogni cosa, si chiese se avrebbero anche gradito della carne umana, diventando degli ottimi, involontari alleati nelle sue torture e delitti.

Ben presto il contratto riguardante un omicidio su commissione si era materializzato, con un esplicita richiesta: la vittima avrebbe dovuto soffrire. Se questo fosse avvenuto, il compenso si sarebbe raddoppiato, non solo diecimila dollari, ma ventimila, pronta cassa.

La vittima viveva a Nutley, nel New Jersey. Richard non sapeva nient’altro sul suo conto, salvo che avrebbe dovuto farlo soffrire tantissimo prima di morire. Tutto sommato quella era la situazione che preferiva: meno sapeva a proposito del bersaglio, meglio era.

Roy DeMeo Approfittando del fatto che riproduceva film porno da distribuire un pò ovunque, decise di utilizzare una videocamera. Il partner che lo aveva sostenuto all’inizio, introducendolo al mondo del commercio di video pornografici, era il ben noto Roy DeMeo, uno psicopatico senza controllo, soldato agli ordini della famiglia Gambino, la più estesa e potente famiglia criminale mafiosa nella pur violenta storia di New York. Lui si occupava di tutto: dalle auto rubate al traffico della droga, dal gioco d’azzardo alla pornografia, alle morti su commissione. Il suo superiore diretto, cioè il suo capitano, era Nino Gaggi, che riferiva direttamente a Paul Castellano, proprio in quegli anni capo riconosciuto della famiglia Gambino.

DeMeo accettava, in modo indifferente, incarichi per eliminare boss caduti in disgrazia o persone normali che dovevano togliere il disturbo, e per questi lavori si faceva pagare bene. Era un chirurgo dell’omicidio ed era abilissimo nel fare a pezzi i cadaveri per sbarazzarsene con minore difficoltà. “Smontarli”, puntualizzava ridendo. Grazie a una sorprendente abilità nell’uso del coltello, sezionava i cadaveri in sei parti principali – testa, braccia, gambe, tronco – che poi andava a sparpagliare in luoghi diversi: la testa in un cassonetto della spazzatura, le braccia nelle acque del vicino oceano Atlantico, le gambe nella grande discarica di Canarsie, a ridosso di Belt Parkway.

DeMeo aveva messo insieme una piccola banda di spietati assassini dal sangue freddo: Joey Testa, Anthony Senter, Chris Goldberg, Henry Borelli, Freddie DiNome e suo cugino Joe Guglielmo, noto come Dracula, tutta gente pronta ad ammazzare senza alcuna remora per guadagnarsi un posto nella galleria dei killer di ogni tempo di Cosa Nostra. Prima che venisse finalmente sgominata la banda di DeMeo, aveva eliminato oltre un centinaio di persone, di cui la maggior parte degli omicidi, smembramenti e torture varie venivano consumate nel retro di un locale da lui gestito, famoso agli appassionati del settore, il Gemini Bar (soprannominato “La Macelleria” per ovvi motivi), al 4021 di Flatlands Avenue, New York.

Questo era DeMeo, un personaggio decisamente poco raccomandabile. Per mettere in atto il suo piano, Richard aveva deposto nel bagagliaio della sua macchina la videocamera, un robusto nastro adesivo grigio da idraulico ed un paio di manette. Sapeva che la vittima usciva di casa per andare al lavoro alle 10 in punto del mattino e dopo aver studiato attentamente il percorso che l’uomo seguiva ogni volta, aveva stabilito che l’avrebbe fermato all’altezza di un incrocio poco trafficato, dove sarebbe stato costretto a fermarsi per via di uno stop.

A Kuklinski non piaceva entrare in azione alla luce del giorno, ma quando c’era un lavoro da fare non stava troppo a sottilizzare e sapeva ben adattarsi: per di più sapeva che con la luce del giorno la gente stava meno sulla difensiva, un comportamento naturale sul quale aveva puntato non poche volte.

Quando la vittima predestinata era arrivata al punto cruciale, Richard si era fatto trovare accanto alla propria auto, il bagagliaio aperto, le luci di emergenza accese e un bel sorriso accattivante stampato sulla faccia. In una mano stringeva una Magnum calibro .357, tenuta nascosta nella tasca del giaccone. Con ampi gesti aveva attirato l’attenzione della vittima, che si era accostata all’angolo della strada.

Evidentemente infastidita da quell’inconveniente, la vittima abbassò il finestrino chiedendo a Richard che cosa succedesse. Ringraziandolo di essersi fermato, Kuklinski, in un batter d’occhio, estrasse la pistola e gli e la puntò alla testa, mentre con l’altra mano, con altrettanta rapidità, gli sfilò le chiavi dal cruscotto. Senza dire una parola gli aprì la portiera e lo intimò di seguirlo, prendendolo di sorpresa, legandolo e chiudendolo nel bagagliaio della propria auto. Partì e guidò come fece tutte le volte, cioè con un’andatura regolare, rispettando stop e semafori. In una manciata di secondi aveva catturato e zittito la preda: la prima parte del lavoro era stata svolta egregiamente.

Una volta arrivato all’entrata della grotta sita in Bucks County, Kuklinski prese il povero malcapitato e lo spintonò fino al punto preciso in cui tempo prima lasciò il mangime per i topi. Con svariati giri di corde, nastro isolante e grazie alle manette lo immobilizzò bloccandogli mani, caviglie e bocca. La vittima tentava disperatamente di dire qualcosa, ma grazie al nastro serrato con forza stentò a riuscirci.

Ciò che l’uomo voleva dirgli Richard l’aveva già sentito infinite volte: parole vane, suppliche, proposte di denaro in cambio della libertà e altre cose che lo lasciavano del tutto indifferente. Non provava rimorso, né senso di colpa, né, tanto meno, compassione. Stava semplicemente svolgendo un lavoro e nemmeno uno di quei sentimenti riusciva a fare capolino nella sua coscienza.

Tornato alla macchina, prelevò la videocamera, il treppiede su cui montarla, una torcia e un sensore di movimento il quale permetteva alla videocamera di iniziare a riprendere la scena solamente quando i topi si sarebbero fatti vivi. Sistemato il tutto ritornò a casa, incuriosito e anche un poco divertito pensando a quello che sarebbe accaduto, se i ratti avessero divorato vivo il malcapitato oppure no e come lui avrebbe reagito davanti a una scena simile.

Ancora una volta si meravigliò di se stesso, del suo implacabile, terribile sangue freddo. Era nato così, oppure, lo era diventato con il tempo: non sapeva se era stata la natura oppure la vita a fare di lui quel mostro che era diventato. Un interrogativo, questo, che si portava dietro da anni, sin da quando era ragazzo.

Quattro giorni dopo ritornò alla grotta e scoprì che i topi avevano divorato vivo il povero uomo. Ogni traccia di carne era sparita: quello che ancora restava della vittima non erano che delle ossa sparpagliate qua e là, uno spettacolo spaventoso.

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