(it) Vagabondo

Traducción al italiano de “Vagabundo”, texto publicado en la Revista Ajajema n5.


Come un egoista con una personalità veementemente anti-sociale e nichilista, dovrebbe essere abbastanza apparente che i miei interessi, le mie passioni e i miei desideri si muovono con una forma completamente contraria agli interessi standard, le leggi e la moralità di qualunque società o stato. Senza che io sia disposto a cedere, retrocedere o compromettermi con nessuno, la mia vita criminale e maledetta, incomincia in gioventù, quando avevo deciso di non sprecare un altro secondo in più della mia vita conformandomi e cercando di ottenere accettazione o approvazione da quelli i quali mi circondavano.

Perché dovrebbe importarmi di essere stimato da altri che in fin dei conti mi ripugnano totalmente, e di cui odio la schifosa esistenza umana tanto quanto la mia?
Respingo quella pratica umiliante che costituisce la fabbrica sociale nella sua totalità, un vile tessuto di debolezza, imbecillità, timidezza e stupidità. Questo rifiuto di tutte forme non è passivo, è qualcosa che ho abbordato sempre con disprezzo assoluto, ostilità e frequentemente con atti di violenza contro quelli che hanno cercato di impormi qualunque tipo di catene sulla mia rigogliosa individualità.

Nella misura in cui ho imparato a vivere con la mia forza di volontà, le pareti carcerarie della scuola non hanno potuto contenermi più né l’immondizia ha potuto raggiungermi, cosicché ho passato tutto il mio tempo non andando a scuola e inizialmente ho goduto di questo tempo libero recentemente acquisito girando per i boschi e edifici abbandonati, ascoltando musica, disegnando e scrivendo.
Quando non sentivo più questo particolarmente soddisfacente, ho esplorato in maniera più profonda le arti ombrose e segrete. Giorno dopo giorno, la pratica di rubare nei negozi, invadere proprietà privata, il furto e vandalismo è diventata la mia vita giornaliera. Una reazione nell’essere allevato in questa spregevole
società a cui mai potrei appartenere, una società che non ho rispettato mai o tollerato minimamente.

Quindi quando era appena un adolescente, sentii il desiderio di “fare una dichiarazione” rispetto a tutti questi pensieri e sentimenti facendo ribollire il mio interiore, cosicché sono scappato da casa una notte e mi sono diretto a una chiesa locale. Coperto dagli alberi, ho scalato vicino all’edificio e alzato una pesante roccia dal suolo. L’ho alzata con entrambe le braccia e l’ho lanciata con tutta la mia forza, distruggendo la testa e le braccia delle statue nei giardini della chiesa, quelle stesse statue che vedevo camminando quando passavo da
li quasi ogni giorno, e alle quali sputavo vili maledizioni di odio e schifo. Dopo alcuni minuti di eccitante iconoclastia, dato che stavo facendo abbastanza casino, decido di fuggire prima che qualche potenziale eroe potesse intervenire. Più tardi ho riconosciuto che quell’attività notturna è stato il mio primo attacco diretto contro un simbolo e pilastro istituzionale della civilizzazione per ragioni puramente egoiste. Avevo saputo, in quel momento, che era solo il principio.

Poco dopo, per varie ragioni accumulate rispetto alla mia ostilità e la mia personalità inflessibile, ho abbandonato la scuola. Respingendo l’idea di combattere lo schiavitù da dentro, per quasi due anni ho avuto un tetto sopra la testa grazie alla mia implicazione in varie piccole truffe e atti di frode. Riempiva il mio stomaco unendo una tanto magra quantità di denaro mediante il mio ingegno, abilità ed inganno con l’aiuto di alcuni amici. Ma ogni volta rimanevo insoddisfatto con questa miserabile esistenza, giocando con video-giochi, fumando marijuana e andando alle feste per ubriacarmi. È l’epoca in cui ho iniziato anche a identificarmi come “anarchico” invece dell’altra etichetta di misantropo che “portavo”. (Trovo anche divertente vedere come questo sia arrivato a completare il cerchio e ancora una volta abbraccio pienamente le mie tendenze misantropiche e rigetto l’altruismo sbandierato dai numerosi sacerdoti all’interno dei templi ideologici dell’”Anarchismo”). Ho continuato a cercare l’emozione del crimine el’avventura della ribellione. Così ho preso il mio fidato zaino e ho fatto un passo in avanti.
Sono andato nella foresta dove ho vissuto tra gli altri “anarchici” per una manciata di anni, ho trascorso innumerevoli ore con zines e letteratura eco anarchica,diventando autodidatta in numerose abilità. Per ridurre le
possibilità di essere intrappolato e molestato più del solito dalla polizia nella mia zona, ho rifiutato le arti nere del furto per un breve periodo e ho cominciato a sostenermi cercando cibo nella spazzatura, ho anche imparato a costruire fuochi da campo, a costruire rifugi e vivere con ciò che la natura ha dovuto offrirmi. Ho imparato a identificare e preparare le piante commestibili. Ho imparato a muovermi velocemente tra gli alberi, senza essere visto o sentito. Avevo imparato molto e volevo continuare a imparare e crescere.

Poi è arrivata l’inevitabile collisione tra quegli individui e me. Una mattinata luminosa e soleggiata, ero a malapena in grado di contenere la mia gioia ed eccitazione, mi sono avvicinato ai miei “compagni” con una copia stampata della dichiarazione recentemente pubblicata dal Nucleo Olga della Federazione Anarchica Informale, che rivendicava la responsabilità per lo sparo al ginocchio di Roberto Adinolfi, un bel pezzo di merda al servizio dell’azienda nucleare italiana Ansaldo Nucleare. Nonostante sentivamo la condivisione e il reciproco disprezzo per l’industria nucleare e per la società in generale, i miei compagni hanno respinto quel coraggioso atto di terrorismo e della audace affermazione, e sapevo che non potevano più esserci autentiche affinità tra quegli individui e me, dato che presto sono andato via, lasciandoli con il loro attivismo idealista e la loro
codardia anarco-sociale. Dopo un particolare incontro con gli automi di “legge e ordine” sui quali non darò maggiori dettagli, sono dovuto fuggire e ritornare alle arti nere ancora una volta, abbracciando la vita del vagabondo “illegittimo”. Vivendo costantemente in movimento, non dovevo più preoccuparmi che la polizia mi
riconoscesse mentre viaggiavo da una città all’altra, da una costa all’altra, dalle cime delle montagne ai sentieri di un fiume. Da auto-didatta ho appreso altre abilità provenienti da generazioni di canaglie e gentaglia come indossare travestimenti che permettono di attraversare la città senza essere notati, muovendosi senza lasciare impronte o con documenti con l’auto-stop (chiedendole con forza), usando biciclette nere e rubate. Ho anche iniziato a praticare l’arte di aprire le serrature, rubare dalle tasche e rubare più strumenti come mezzi per raggiungere i miei obiettivi e senza mai sottomettermi alla dittatura morale-etica degli altri e al soffocamento del lavoro.

Sono un marginale arrogante, inospitale e intollerante. Se mi definisco “illegalista” non è perché aderisco a una dottrina prestabilita di “criminalità”, non uso questo termine come matrice, poiché credo che tutte le identità siano manti di civilizzazione che riproducono ruoli e ideali infiniti che possono solo limitare l’autodeterminazione della mia individualità nel presente. Se mi definisco “illegalista” è perché sento che vivere contro le leggi e la moralità stabilite da questa disgustosa società è l’unico modo in cui si può vivere senza subire la sconfitta delle umiliazioni e della noia quotidiane, che sono endemiche in una vita dentro la prigione dei sistemi che odio, e se mi definisco “illegalista” è perché sento fortemente che in questo termine c’è un’espressione molto comprensiva del mio ego spietato e spudorato.

“Sto facendo una ricerca esistenziale eterna che parte da me e nient’altro. Devo afferrare l’esistenza e non lasciare che l’esistenza mi prenda. Sono un seme di civilizzazione e il suo veleno allo stesso tempo … “

Tradotto dalla Rivista “Ajajema N°5”

Anarchici-Individualisti per la “Propaganda del fatto”

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