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LA NOSTRA RISPOSTA È COME IL TERREMOTO… PRIMA O POI ARRIVA

Traducción al italiano de nuestra respuesta a las difamaciones de algunos anarquistas e intelectualoides de México y Argentina.

Traducción a cargo de “Via Negationis”.

http://abissonichilista.altervista.org/la-nostra-risposta-terremoto-arrivaprima-parte/

¡Muerte al anarquismo humanista y civil!

¡Vida a los grupos eco-extremistas y nihilistas terroristas!

*Trabajo PDF con este texto en inglés, español e italiano:

https://mega.nz/#!F11XzLiI!PJ00zI-u9kkMp0TInQm9kXhTcF_S_SL6BfrQU5F1_Bc


Nota preliminare: Questo testo è scritto con una forte dose di sarcasmo e ironia, la discrezione è consigliata.
Nota preliminare 2: Questo testo non è destinato a essere il tipico “invito a un dibattito”, né un “contributo con idee allo stesso”, di cui ultimamente sono state ammantante le critiche distruttive, questa è un risposta scorretta e un offesa nociva degli Eco-Estremisti che gestiscono questo blog, per quelli che gli gettano tanta merda.
Nota preliminare 3: Torna a leggere la “Nota preliminare 1”

Per gli atti e le parole degli Eco-Estremisti -fin dall’inizio-ci sono state critiche inconcludenti da differenti correnti di pensiero,e c’è da segnalare che molto poche di esse hanno come vero fine, proporre e migliorare, dal momento che la stragrande maggioranza sono “critiche giudizio”, le quali si dedicano ad attaccare o diffamare; in questo testo, andiamo a esporle e cercheremo di dare una risposta precisa, e dire che ci accingiamo nel “tentare” qualcosa di pretenzioso,dato che sembra che i testi degli Eco-Estremisti siano scritti in uno strano tipo di geroglifico, poiché è evidente che essi sono incapaci di capirlo, o che, forse sono affetti da qualche grave ritardo mentale, qualunque cosa sia,iniziamo…

“Quelli che ci prendono di mira, sono quelli che ci ammirano di più”
T.

A) Sul blog

Come abbiamo già detto in precedenza “Maldición Eco-extremista” non è un blog inoffensivo, non abbiamo la pretesa di essere un sito di informazioni che elude alla discussione e non ci interessa ripetere il seducente vizio di porre delle note preliminari in differenti testi esponendo il nostro “disaccordo” con tale o quale questione, se il contenuto di un testo non ci convince semplicemente non lo prendiamo in considerazione.

Non pubblichiamo critiche, analisi e rivendicazioni che odorano di “radicalismo” con la rispettiva “nota chiarificatrice”, solo per seguire l’idea-standard della maggioranza dei siti web di “controinformazione”, perché semplicemente non siamo un blog di “controinformazione.”

Affermiamo apertamente che l’attitudine dell’Eco-Estremismo ha un significato di illegalismo,e pisciamo con piacere sulle regole legali e giuridiche imposte dalla civilizzazione. Per questo che nelle nostre note acclaratorie incoraggiamo sempre pubblicamente gli Individualisti a saziare i loro istinti più oscuri scavallando la barriera della “legalità” e di quello che è “permesso.”

Chiaro, questo ha delle logiche conseguenze con i rappresentanti della legge, che già conosciamo ed è inutile ricordale, e come affermiamo, sono conseguenze, reazioni causate dalle nostre Azioni o di altri. Essere la”faccia pubblica” dell’Eco-Estremismo implica responsabilità e una di queste è rispondere a tanta merda che è buttata contro di quello che difendiamo. Non avremmo mai voluto combattere con la stupidità e i gossip, indirette e diffamazioni, ma come dice il titolo del testo “la Nostra risposta arriva sempre, come i terremoti.”

B) Critiche del Messico, Argentina, Cile e Gringolandia, UNITI!

Un buon numero di critiche,da parecchio tempo e nella gran maggioranza anarchiche,vengono pubblicate in differenti blog, riviste, etc.;molte di queste critiche non sono che interpretazioni incorrette e sentenze morali delle parole e gli atti degli Eco-Estremisti, testi cui vale la pena rispondere rapidamente, e per essere sinceri inizialmente quando li abbiamo letti, ci hanno fatto ridere molto:

-(Messico) “Contro l’Eco-Estremismo alla “messicana” scritta da Heliogeorgos Caro (HC), un presuntuoso erudito intellettualoide della Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’UNAM, che pensa che le sue “conoscenze” universitarie oltrepassano quelle della media degli umanoidi. L’eunuco HC, per quelli che lo ricordano, fu preso a calci in culo varie volte con il testo-critica di Reazione Selvaggia(RS) intitolata, “Abbiamo ritardato: Breve contemplazioni sui commenti accademici di Heliogerogos Caro”, del 18 Marzo 2015.

L’”Hípster Cagón”, esige per il suo testo inutile,una “rivincita”(pffff!), nonostante le ferite inferte dalla risposta spaccaculi che gli diede RS. Povero..

Di questa critica non diremo granché, solo che è mal interpretata, i suoi supposti fondamenti sono inutili poiché non hanno a che vedere per nulla con l’essenza dell’Eco-Estremismo, è una critica fatta da un intellettuale pseudo – matematico che difende a ogni costo lo scientismo, e non c’è nulla di valido in esso.

-(Argentina) Un’altra critica-giudizio è quella esposta nella rivista argentina “Puñal Negro” nel numero 1 di questo anno, col testo “Obiettivi amorali(?)dell’attacco”. Questi anarchici c’ammirano tanto che ci hanno regalato il primo testo nella loro rivista! Wow!
Questi di “puñalnegro” sono un esempio, ma non si inorgogliscano, sono un esempio della brutta interpretazione dei testi degli Eco-Estremisti,nel confondere “Attacco Indiscriminato” con “attacco a caso”, errore molto comune tra le suore dell’anarchismo ed i decerebrati come loro.
Chiaramente gli obiettivi che scelgono gli Eco-Estremisti da colpire, sono OBIETTIVI CONCRETI, non sono a “caso”, come pensano i “pugnalatori”; esplichiamo che: questi gruppi non lasciano dispositivi incendiari nelle case di cartone dei vagabondi o lasciano mine anti uomo nei campi( anche se non è una idea malvagia!!) i gruppi Eco-Estremisti hanno Attentato e Attaccato obiettivi CONCRETI, dando il VALORE affermativo nel NON curarsi delle ferite dei civili che si trovano in mezzo all’Attentato, dell’Attacco. A questo si riferiscono con “Attacco Indiscriminato” e in realtà, è una tattica di attacco millenario, sicuramente i primitivi antenati di “puñalnegro” assassinarono e ferirono brutalmente indiscriminatamente membri di altre tribù durante alcuni conflitti, ma questo tipo di anarchici avvalora solo gli attacchi più “moderni”,quelli che fanno attenzione a non ferire nessun passante indifeso. Spazzatura!

Sappiamo che non sono le stesse condizioni che stiamo vivendo ora, le condizioni nelle quali si districavano i nostri antenati, ma la guerra continua a essere praticamente la stessa, è una Guerra contro l’artificiale, dentro la prospettiva Eco-Estremista. Cosicché incoraggiamo questi anarchici-tipologia a smettere di guardare solo quello che gli conviene, e che vedano oltre le loro narici e se non gli interessa, meglio che stiano zitti.

È comune l’ipocrisia in alcuni gruppi radicali(anarchici), nel riempirsi la bocca con parole in difesa della “vita”, “contro l’addomesticamento”, “contro lo sfruttamento”, in un lungo e noioso blablablá, ma quando un civile viene ferito in uno dei loro attacchi, quello che fanno è, stare in silenzio o scusarsi. La prima è vigliaccheria, la seconda è la prova che se continui ad attaccare in quel modo corri il rischio che un giorno, o in un altro attacco, che qualcuno esca allo stesso modo o ferito e o in fine morto. Cosicché se non vuoi che i rimorsi di coscienza ti uccidano, meglio che ti dedichi a far attraversare la strada a una anziana, o qualcosa di simile.

Gli Eco-Estremisti quando parlano di “Attacco Indiscriminato” affermano che, NON gli importa delle ferite o le morti che possano causare nei loro attacchi, a patto che l’obiettivo sia colpito. Cioè, perseguono un obiettivo CONCRETO. È Semplicemente questo.
Qualcosa di simile a quello che faceva Severino Di Giovanni e il suo gruppo, lo ricordano i “pugnali?” No? Gli rinfreschiamo la loro memoria idiota:

-7 Maggio 1928: Una potente esplosione distrugge parte importante del Consolato Italiano, a Buenos Aires, Argentina. L’obiettivo era il console generale dell’Italia (Puah!), il signor Capani, uno dei tanti uomini di Benito Mussolini. I due anarchici, Severino e Ramé, non potendo entrare fino all’ufficio di Capani, abbandonarono la valigetta con la bomba nelle scale della sede diplomatica. La bomba detonò violentemente, il saldo fu di 9 morti e 34 feriti, 7 dei morti furono fascisti, gli altri due e la maggioranza dei feriti furono CIVILI. Per quest’Attentato il gruppo di Severino fu segnalato e isolato dagli anarchici dell’epoca e etichettati come “banda di violenti squilibrati”. Non viviamo nell’epoca di Severino che lottò Terroristicamente contro il fascismo dell’epoca ma oggi la nuova forma del fascismo è la civiltà e l’addomesticamento, e gli Eco-Estremisti non hanno paura di attaccarla.

L’Attacco del gran Terrorista Di Giovanni è un esempio di “Attacco Indiscriminato”, affinché lo capiscano meglio gli idioti”pugnalatori”. Paragonino questo VERO anarchico con le bande fasciste, lo facciano per il suo agire Feroce e Indiscriminato nel passato, lo facciano e “regrediranno oltre” fino a quando tolse la vita all’anarchico López Arango che tanto gli tirava merda.
Poi i “pugnalatori” continuano affermando: “quello che realizziamo lo facciamo perché lo sentiamo così, non per un richiamo morale o del bosco sacro o nessuna stronzata mistica”
Gettiamo nella spazzatura la bibbia dell’anarchismo e la sua chiesa. Specificamente l’ordine di “senza Dio, né amo”, o “contro ogni Dio.” Senza dubbio sputiamo e pisciamo sul Dio cristiano e la sua religione, che non ci sia dubbio su questo! Noi apparteniamo all’animismo Pagano.
Il nostro Paganesimo crede nei cicli della terra, pertanto veneriamo ed esaltiamo tutto il Selvaggio e l’Ignoto; la Montagna, la Pioggia, il Tuono, il Sole, il Vento, la Luna, i Fiumi, il Condor, il Cervo, etc. Con il massimo orgoglio esaltiamo quello che SIAMO e in quello che crediamo, camminiamo con le nostre DIVINITÀ in ogni momento, come lo fecero i nostri antenati e lo fanno oggi giorno le ultime tribù selvagge che abitano la Terra, aggrappati ai loro Dei e alla loro misticità.
La verità è che in ogni attacco contro la civiltà, gli Eco-Estremisti agiscono posseduti dal richiamo del Bosco Selvaggio, richiamo che li incita all’azione violenta e radicale contro il progresso e la civiltà.

Il Paganesimo Eco-Estremista è Maledetto, Maledetti saranno i suoi attacchi…

Speriamo che con tutto questo, sia chiara ai “critici” la terminologia specifica di Attacco Indiscriminato, poiché se non è così, non è un nostro problema, è colpa del loro basso coefficiente intellettuale. Infine, se la nostra superbia li disturba, o il nostro paganesimo, o quello che siamo e facciamo, semplicemente smettano di leggere i comunicati degli Eco-Estremisti e smettano di visitare questo blog, smettano di essere “giudici senza martello”, smettano di dire che non cercano polemica alimentandola indirettamente, perché noi Eco-Estremisti non rimaniamo mai silenziosi.
-(Argentina, Pubblicazione anarchica “De la propaganda a los hechos” Maggio2016).
Sembra che l’anarchico che ha scritto il testo intitolato “Sulle ITS”, ha inteso in maniera migliore quello che vogliamo dire con la terminologia “Attacchi Indiscriminati”, senza dubbio questa è una prova che, è solo per stupidità e idiozia che alcuni non Hanno VOLUTO comprendere la terminologia e Non perché gli Eco-Estremisti non facciano capire bene quello che esprimono.
Anche se apparentemente quest’anarchico anonimo non ha compreso del tutto alcune cose che lo inquietano,leggiamo:
Per cominciare, è necessario specificare all’autore anonimo che gli attacchi degli Eco-Estremisti NON SONO POLITICI, poiché l’Eco-Estremismo non ricerca né reclama come sue delle posizioni politiche determinate, pertanto gli atti NON SONO POLITICI, allora, per pura logica,neanche i suoi fini lo sono. La maggioranza delle critiche che l’autore anonimo esprime nel suo testo e che hanno a che vedere con “simbolismi virtuali”, “scatenare azioni materiali che colpiscano realmente il progresso”, etc., cadono per il loro proprio peso.
Afferma: “Se si attacca solo per l’attacco in se stesso, non si riesce a sorpassare la linea tra il simbolismo virtuale e quello che scatena nelle azioni materiali il colpire realmente il progresso.”
Gli Eco-Estremisti, nella realtà, con i loro attacchi non protendono per la fine della civiltà, e questo, neanche uccidendo tutti gli scienziati del mondo, distruggendo tutti i posti di lavoro o abbattendo tutti i ponti dell’urbe, pensare l’incontrario è essere illusi. Nessuna azione, anche la più distruttiva ostacolerà l’avanzamento del tecno-sistema e il progresso. Su questo punto siamo estremamente realistici e non dibattiamo se realmente le nostre azioni colpiscono il progresso,è cosi, è la triste realtà e l’accettiamo.

Su questo punto, ci incuriosisce che l’autore del testo è giunto alla stessa conclusione, e afferma: “…le strutture operative della civilizzazione non si possono fermare un secondo per paura dei cittadini, vediamo che dopo questi attacchi i luoghi di sfruttamento rimangono in funzione, e se muore un dipendente, sarà sostituito da un altro il giorno dopo”, e lui ancora critica l’idea dell’attacco disinteressato o “l’attaccare per attaccare”.Sì, noi Eco-Estremisti siamo pessimisti e deplorevolmente ci siamo resi conto che la distruzione della civiltà è impossibile. L’unica capace di generare un danno SERIO alla civiltà e forse annientarla, è proprio la Natura Selvaggia, allora che cosa fare? Incrociare le braccia e sperare? Guardare la civiltà che si espande a destra e sinistra, annientando gli ambienti Selvaggi, senza fare niente? MAI!
Sì, gli Eco-Estremisti scelgono l’attacco disinteressato che non spera in NULLA, e diviene: l’attacco a nome della Natura Selvaggia e contro la civiltà, l’attacco in difesa di noi stessi e tutto quello che abbiamo perso. Ah, e che sia chiaro,è agito anche per il loro EGO, per il piacere inebriante dell’attacco, e non hanno problemi ad ammetterlo. Allo stesso modo firmano i loro attacchi e adottano sigle e nomi propri.

Che sia chiaro, l’Eco-Estremismo non pretende “distruggere la civiltà”, non vuole farla”finita” con il progresso, l’Eco-Estremismo vuole ALTERARE la civilizzazione, COLPIRE al PRESENTE il progresso e DESTABILIZZARE quello che si può destabilizzare, per questo l’Eco-Estremismo si avvale dell’Attacco Indiscriminato e Selettivo, del Terrorismo, del Sabotaggio, dell’Assassinio, delle Minacce, delle pratiche Criminali, etc.

L’autore anonimo scrive sull’ISIS, dice che gli attacchi di questi terroristi nella metro e nell’aeroporto, in Belgio non fermano il progresso: “Vediamo che davanti a questi attacchi, le persone non smettono di dirigersi verso il loro luogo di sfruttamento, né i macchinari smettono di lavorare, se muore un impiegato, sarà rimpiazzato da un altro il giorno dopo.” E ha ragione, il progresso non si ferma davanti a niente, e indubbiamente gruppi come l’ISIS vogliono distruggere la civiltà occidentale per imporre con la forza una civiltà islamica,ma questo che a che vedere con gli Eco-Estremisti?

L’autore continua: “Mentre il capitale avanza a passi enormi per mano degli sviluppi del progresso tecnologico, e la sovrappopolazione mondiale incrementa giorno per giorno, perché dovremmo pensare che attaccare un cittadino e servo ha un’incidenza nell’avanzamento civilizzatore?”
E questo quando è stato scritto nei comunicati degli Eco-Estremisti?
Non si è mai detto che attaccando un cittadino in più , l’avanzamento civilizzato si ferma, perché dire questo, è dire un’idiozia!

In realtà, questa domanda potremmo farla anche noi contro gli anarchici: per quale motivo detonare bombe nelle banche se il giorno dopo l’assicurazione paga i danni e la banca va avanti ? Per quale motivo allora detonare bombe nei commissariati, se gli arruolamenti non si fermano? Per quale motivo allora appoggiare gli anarchici prigionieri se la solidarietà non diminuisce la condanna per ottenere la loro “liberazione?” Per quale motivo allora pubblicare critiche in formato PDF con nomi pomposi, se la maggioranza del discorso cade per l’ignoranza dei suoi autori anonimi? Per quale motivo allora “lottare”, e “tensionar?” Per quale motivo allora l’anarchia?

L’autore anonimo continua con le sue domande idiote affermando: “Perché ricorrere al simbolismo del terrore contro di quelli che pensano solo di vegetare e deambulare, quando potremmo pensare ai biotecnologi, e alle grandi strutture che danno energia alla città?”

L’idiota in questione pensa che la civilizzazione e il progresso, siano solo le centrali elettriche e gli scienziati, OVVIAMENTE No, la civiltà è perfino il magazzino del quartiere. Certo non è il bersaglio degli Eco-Estremisti (per il momento).

Caro Signore anonimo,approfondisca prima di scrivere, perché le sue presunte critiche sono essenzialmente povere di argomentazione; e osiamo affermare che le sue parole non sono che “critiche” vestite da “buone intenzioni” per radicalizzare il discorso da portare avanti,con l’uso di un linguaggio tecnico “specializzato in anarchia”, ma che sono solo realisticamente critiche distruttive e diffamatorie. E benché non c’importi affrontare queste sterili critiche, lo diciamo senza sotterfugi.
L’autore anonimo fa una critica al significato della parola “asociale”, noi gli Eco-Estremisti affermiamo che SI, TUTTI SONO I NOSTRI NEMICI, tutti gli ipercivilizzati, TUTTA la massa, la cittadinanza complice, la civiltà nel suo insieme. Perché credi autore anonimo, che siamo ESTREMISTI? Perché non avanziamo con mezze misure, e se avessimo il potere distruttivo di assassinare 40 milioni di persone nel tuo territorio o in altri,distruggendo l’infrastruttura che mantiene la civilizzazione, lo faremmo senza pensarci due volte.
L’autore anonimo domanda anche “Allora asociale sarà qualunque azione che attenti contro un passante o un lavoratore? O solo le azioni che sono classificate sotto il titolo dell’essere “selvaggio”?
Rispondiamo, non necessariamente, un attacco meramente e realmente asociale risponde puntualmente a un atteggiamento di odio, vendetta, reazione, etc., contro i valori della società, contro i suoi simboli, e contro i suoi membri, e non necessariamente cadrebbe in un attacco misantropo.
Anche così sembra che l’autore ha un computer ma non un dizionario, poiché non sa qual è la definizione della parola “asociale”. Avendo un dizionario in mano l’aiuto affinché smetta di dire le sue tremende cazzate:

“Asociale: 1 – Che è contrario alla società o dannoso per essa. 2 – Che ha difficoltà con la vita in società o sente rifiuto verso essa.”

Ma se è tanto semplice da capire,oh!

Celebrando la sua “vittoria”- auto ingannandosi-come quello che ha i “numeri” con le sue critiche di merda, l’autore sembra che tenga “Il toro per le corna”,e etichetta la nostra tendenza come moralista, perché a lui sovviene che le ITS usavano il lemma “ La Natura è il bene,la Civiltà è il male”.Ricordiamo di nuovo a quest’anarchico che il lemma in questione non è stato più usato dalle ITS nella loro nuova fase (2016).Quest’argomento non è più applicabile, e la smetta se vuole criticare il materiale di 5 anni fa.
Le ITS non hanno mai più usato né quel lemma, né il termine “libertà individuale”, né le “x” per designare generi,né nessuna di quelle brutte abitudini al principio dei loro primi comunicati.Raccomandiamo all’autore anonimo di leggere di nuovo i comunicati delle ITS, stando dietro all’evoluzione tanto dell’Eco-Estremismo, come delle ITS e degli altri gruppi, per non tornare a sputare cazzate che ingannano e confondono i suoi lettori.
Questo ignorante continua a domandare, “o affermiamo che nella natura selvaggia esiste la misantropia, lo odio, la ribellione o la guerra?”
Rispondiamo NO nella natura selvaggia non esiste né la misantropia, né l’odio, né la ribellione ma LA GUERRA E LA VENDETTA SI, e raccomandiamo di nuovo all’autore anonimo che passi più tempo lontano della città, e più tempo in contatto con la natura, senno non capirà quello che abbiamo scritto.
In più, non volendo naturalmente essere ripetitivi, gli raccomandiamo che impari a distinguere tra “chiamate di avviso” e “minacce”, prima di dire che le ITS si sono contraddette anche in questo.

Con questo terminiamo la prima parte di risposte come redattori di questo blog, nella seconda parte attaccheremo le reazioni in Cile e in Gringolandia
Alla prossima…

Continuiamo!:

-(Cile) Non c’è alcun dubbio che l’Eco-Estremismo, dopo l’avvento nel sud dell’America,è diventato un fastidio, tanto che “alcune” cellule anarchiche hanno eretto un dramma “esigendo”(in maniera indiretta e diretta) dagli altri anarchici che fossimo scomunicati dalle loro chiese per blasfemia. Queste suore incendiarie hanno vari nomi, ma è quasi evidente che sono sempre gli stessi paraculi. Nel loro paracularsi, abilmente all’interno delle sigle della Federazione Anarchica Informale (FAI), emettono comunicati pubblicati da vari blog di una certa importanza dentro i circoli anarchici. Voi sapete di che blog parliamo, pezzenti, non vi salvate dalle nostre critiche! Continuate a leggere allora.
Il Primo di Febbraio (qualche settimana dopo il feroce Attacco Incendiario che colpì un “Transantiago” con tutti i passeggeri dentro, in piena luce del giorno e che fu rivendicato dalle ITS nel loro Terzo Comunicato, esponendo ed espandendo il proprio progetto internazionale) la “Célula Revolucionaria Paulino Scarfo (FAI/FRI)”,che aveva realizzato un attacco incendiario contro una banca(tipico bersaglio anarchico), emise un comunicato composto dal solito “copia e incolla” con i seguenti requisiti: i dati del loro attacco, le “ragioni rivoluzionarie” che sono intoccabili come il manto di Cristo, e in specifico due cose che ci hanno lasciato sorpresi;

Uno fu quello scritto nel seguente modo:

“(Blablablá…) “Nella prospettiva rivoluzionaria di concepire il confronto con il Potere e l’Autorità, ci allontaniamo da qualsiasi discorso che cerchi di promuovere l’Attacco Indiscriminato e la visualizzazione di una persona qualunque come un obiettivo da attaccare e uccidere. Come base illimitata delle nostre azioni, cerchiamo di evitare danni a terze persone che circolano per caso vicino al bersaglio del nostro attacco, fermo restando che tutta la pianificazione- oggi -è coerente con la destinazione di un obiettivo materiale. L’attacco ha la sua morale e non è indiscriminato, abbracciamo l’azione incendiaria, ma non condividiamo il discorso nella sua propaganda”.
Per quelli che non parlano l’idioma “rivoluzionario anarchico”, la traduzione è questa:

“Non capiamo un cazzo di quello che gli Eco-Estremisti affermano sul “Attacco Indiscriminato”, ma dato che è una cosa”cattiva”, cosicché non lo condividiamo, perché non rientra nell’assioma del rivoluzionario, né da guerra sociale, né per la solidarietà ai carcerati, né per l’ insurrezionalismo, né per la FAI, né “contro tutte le autorità.” Il nostro attacco incendiario contro la banca Santander fu un attacco esemplare, così come si deve fare un attacco! Noi predichiamo con l’esempio! Noi siamo moralmente superiori, perché abbiamo una morale non come gli Eco-Estremisti, ma non li menzioniamo direttamente perché siamo codardi. Se nei nostri attacchi, venissero ferite persone innocenti,ci dispereremo,non è che vogliamo essere giudici ma giudichiamo il discorso emesso dalle ITS-Cile che si sono responsabilizzate per l’incendio contro il Transantiago con delle persone dentro.”
Che patetici…

La seconda cosa per la quale, siamo rimasti sorpresi è che, questi anarchici non hanno vergogna, (benché ammirano chi ha un atteggiamento “sfacciato”), nel battezzare la loro “cellula” col nome di Paulino Scarfó!!
Ci siamo fatti una grande risata quando abbiamo letto questo, apparentemente queste suore “anarco- tira merda”, con le loro allusioni e il loro gran senso dell’umorismo, non sanno quello che fece l’anarchico Paulino Scarfó-membro della feroce banda Indiscriminata e degli anarco-banditi di Di Giovanni-a suo tempo. A questi anarchici necessita leggere e “bagnarsi” nella storia degli atti Terroristici dei VERI anarchici del tempo. È certo che Scarfó si sta rivoltando nella tomba nell’apprendere che il suo nome è stato usato da alcuni anarco- ben pensanti che hanno cura per i cittadini-modello e che lanciano allusioni contro i Terroristi a cui non importa ferire gente pur di centrare il loro obiettivo.

Molti furono gli attentati che eseguì Scarfó, ma in specifico ne menzioniamo solo uno:

-20 gennaio 1931: Tre potenti esplosioni detonano in tre stazioni differenti dei sotterranei a Buenos Aires, Argentina. Paulino Scarfó abbandonò una delle bombe nella stazione dei sotterranei di Plaza Once.Mario Cortucci mise un altra carica esplosiva nella stazione Maldonado della Ferrovia Centrale Argentina. E Márquez, abbandonò l’ultimo esplosivo nella stazione “Constitución” I danni furono gravi, e ci furono quattro morti e venti feriti, TUTTI CIVILI. (Severino Di Giovani el ideólogo de la violencia. Osvaldo Bayer. “Sombraysén Editores” / PDF. Página 272.)

È certo che più di un anarchico si stia facendo il segno della croce davanti a questa informazione,negando chiaramente che Scarfó fu uno dei responsabili di quell’Atto Terroristico tanto “spregevole”, “vile”, ” somigliante agli atti dello “Stato Islamico”(come blaterano gli anarchici moderni)etc (molto simile,in realtà, all’attentato fallito del “Grupúsculo Indiscriminato” nella metro di Città del Messico nell’Ottobre del 2015, e che per il quale molti anarchici si spaventarono). Nel mentre che camminano, leggano il libro di Osvaldo Bayer ed investighino,e vedano con i loro occhi che Scarfó fu un Terrorista, un Indiscriminato, un vero ANARCHICO. Speriamo che con questo, si accorgano delle loro parole e ipocrite precauzioni con la popolazione, dato che i loro atti come “anarchici” sono pura spazzatura umanista.

-In Marzo (qualche giorno dopo che i gruppi delle ITS pubblicarono il loro “Quinto Comunicato” dove appariva pubblicamente la loro espansione dal Messico al Cile e Argentina) la “Célula de Individualistas y Nihilistas Anarquicos por la Insurrección Antitutoritaria (FAI/FRI)”, fecero detonare una bomba di acido in una concessionaria delle autostrade, e apparve il loro testo di merda, questo ancora più divertente dell’altro.
Scrissero:

“La storia, il passato e il presente ci mostrano che il germe e l’esercizio dell’autorità si sono sviluppate anche nelle comunità che sono esistite prima della vita civilizzata ed anche si è manifestato e manifesta in gruppi che si sono mantenuti fuori o contro la civiltà. La nostra lotta è per questo motivo essenzialmente ANTIAUTORITARIA. Questo ci obbliga a segnare un’importante distanza con l’auto- denominata “Tendenza Eco-Estremista” che ha difeso l’Attacco Indiscriminato, smarcandosi dall’idea nell’essere “contro ogni autorità” e rinnega la solidarietà internazionale con compagni prigionieri affini nella parola e l’ azione con l’anarchia insurrezionale.”

Per cominciare domandiamo CHE? Chi scrive questo? Questi anarchici -non-anarchici, assomigliano piuttosto a un gruppo di curati che cercano di mascherare la vergine María col manto nero dall’anarchia!
Andiamo a smembrare queste parole in cui essi affermano:
“Questo ci obbliga a segnare un’importante distanza con l’auto- denominata “Tendenza Eco-Estremista” che ha difeso l’Attacco Indiscriminato, smarcandosi dall’idea nell’essere “contro ogni autorità” e rinnega la solidarietà internazionale con compagni prigionieri affini nella parola e l’ azione con l’anarchia insurrezionale.”
La traduzione per questa frase è:

“Questo ci obbliga a noi puristi a non mescolarci con i peccaminosi Eco-Estremisti, quelli che difendono la bestemmia, che si smarcano dall’idea della salvazione eterna, e rinnegano la solidarietà filantropica dell’appoggio al prossimo.”

Non c’è dubbio che questi anarchici sono tanto puritani che sorpassano il limite dell’assurdo.
Dopo avere vuotato la loro merda, dicono:
“Non c’interessa sollevare polemiche virtuali con loro, preferiamo dialogare con i nostri compagni attraverso l’azione.”
Che ridere, tirano la pietra e nascondono la mano, invece di buttare la pietra e confrontarsi. È evidente, questi anarchici moderni non somigliano per niente ai feroci anarchici di due secoli fa. E questo fa male..

Nella frase iniziale scrivono:
“La storia, il passato ed il presente ci mostrano che il germe ed esercizio dell’autorità si è sviluppato anche in comunità che sono esistite prima della vita civilizzata ed anche (sic) si è manifestato e manifesta in gruppi che si sono mantenuti fuori o contro la civiltà. La nostra lotta è per quel motivo essenzialmente ANTIAUTORITARIA.”
Non possiamo provare a fargli comprendere, su questo, che non tutte le forme di autorità sono dannose, perché ovviamente NON LO CAPISCONO. Dovrebbero pensare più a fondo e non fermarsi al vecchio discorso caduco della critica sociale che difendono. Indubbiamente “l’autorità” è esistita in gruppi etnici molto antichi prima di qualunque civiltà, ma sarebbe da chiedersi, per caso è dannosa l’autorità che esercita un leader in una tribù di bosquimanos (per esempio) che insegna e porta cibo ai suoi? Per caso è dannosa l’autorità di uno shaman taromenane (per esempio), che con il suo sapere spirituale e le erboristerie, cura ed allevia qualunque dolore al suo branco di umano selvaggi? Per caso era dannosa l’autorità dei grandi guerrieri teochichimecas, (per esempio), che riuscirono a vendicarsi degli spagnoli sul momento? Se dicono di Si, non c’è rimedio..
Voi siete tanto puri che sicuramente se notate in qualsiasi circolo sociale una sola macchia di peccato, perdono, chiamata “autorità”, la respingete, come i vostri rivali neonazisti, che sono tanto puri (alcuni) che se notano una qualsiasi macchia di peccato, o ancora perdono, chiamato”multiculturalismo”, lo respingono con lo stesso accanimento. L’unica differenza tra voi e gli altri è il “bando” che difendono, e non qualcosa di più profondo.

-L’ultima “cellula” diffamatoria che emise il suo veleno fu la tal dei tali “Jauría Saboteadora Heriberto Salazar (FAI-FRI)” in Maggio. E quando abbiamo pensato che questa e le altre due “cellule” fossero le stesse, ci siamo fermati per analizzare questo comunicato, per paragonare e pensare profondamente su quello che stava succedendo.Cosicché siamo giunti a due conclusioni:

1. I PRESUNTI ANARCHICI SONO REALMENTE POLIZIOTTI:

Su questo comunicato non diremo niente(a parte farci dolere lo stomaco a furia di risate, soprattutto nella parte dove c’è il richiamo a boicottarci come blog, ahahah!), dato che ha generato molti dubbi per la sua origine e le sue pretese. Per lo meno le altre due “cellule” rivendicavano un’azione, questa no. Pensiamo direttamente che possano essere SBIRRI O GIORNALISTI, di questo siamo al 98.99 percento sicuri.
Non lo diciamo per un nostro capriccio, qualunque lettore con un po’ di cervello noterebbe che si è davanti a qualcosa di raro. Leggendo solo le parole che usano, come mescolano termini a destra e sinistra, questo basta per preoccuparci.

*Sui blog che hanno compiuto il lavoro di propagare il veleno poliziesco.

Il comunicato-veleno può leggersi ancora in “Contrainformate blog”, “Voz como arma”, “Instinto Salvaje”, “Croce Nera Anarchica Italiana” (tradotto in italiano), “325” (tradotto in inglese), (per quelli che lo vogliono leggere), e allo stesso modo si può leggere nel super-blog “CONTRAINFO”,che dopo essersi resi conto di aver commesso un errore lo hanno cancellato,errore che ha dato riflesso pubblico al comunicato-veleno, perché altri blog, come agnellini che negano di essere, lo hanno pubblicato (dato che le cose che riporta il blog “Contrainfo” sono “fidate”, pffff!), tale e quale come dice la “nota preliminare” del blog spagnolo “Voz como arma”:

“Raccolgo da Contro Info questo comunicato firmato “Jauría Saboteadora Heriberto Salazar – FAI/FRI” e che espone da qualche posto del Cile una critica alla denominata “Tendenza Eco-Estremista”, in concreto per le questioni che girano intorno all’attacco indiscriminato, ed ai distinti insulti, minacce e spropositi lanciati da questi grupúsculos contro l’ampio ambiente anarchico.”

Sembra che questi agnellini snob travestiti da lupo feroce, si sono divorati interamente le parole del “Branco” dei poliziotti, e necessitavano solamente un pretesto per porsi contro l’Eco-Estremismo, perché tempo addietro questi osarono pubblicare le rivendicazioni di Reazione Selvaggia (RS), e dicevano, mediante le loro noiose “note preliminari”, che non erano d’accordo col discorso ma con gli attacchi si. Allora ci domandiamo, per quale motivo erano pubblicate le rivendicazioni di RS se non eravate d’accordo? Questo riflette solamente il “buonismo” negligente, la loro attitudine arrendevole e promiscua, la mancanza di analisi e l’attitudine provocatoria e inconcludente. Ci siamo accorti di questo, da quelli che si fanno chiamare “Voz como arma”, poiché il loro discorso è pestilente e può essere brandito come un’arma, in maniera fetida chiaramente.

Il fatto che Contrainfo abbia cancellato il suddetto comunicato, ci conferma che i dubbi in quanto all’origine del testo non sono solo le nostre invenzioni.
Ferisce che questi blog tanto”importanti” dentro i circoli anarchici virtuali, che fanno apporti “importanti” per la “teoria e prassi libertaria”, non abbiano filtri e si prestino a pubblicare qualunque merda che sia simulata e firmata come FAI/FRI benché sia di SBIRRI O GIORNALISTI, e ferisce che non sappiano differenziare tra “apporti per la critica “ e veleno come questo.

Sono tanto compiacenti con i poliziotti che si fanno passare per i loro compagni?

Ma NON sono ugualmente compiacenti con gli Eco-Estremisti, perché quelli di “Contrainfo” non hanno pubblicato né il “Settimo comunicato delle ITS”, né la rivendicazione dell’assassinio di uno studente di informatica dell’IPN perpetrato dal “Grupúsculo Indiscriminato”, né la presentazione dell’estinto blog “Tierra Maldita”, (che fu inviata più di una volta, dobbiamo dirlo), e per ovvie ragioni sappiamo che neanche questo testo lo pubblicheranno,assomandosi ad altri testi nella loro casella mail,non solo di “Contrainfo”, bensì dei menzionati blog(occhio). Abbiamo compreso tutto, (e questo è il perché non sono stati pubblicati gli ultimi testi Eco-Estremisti), leggendo le “Condizioni di pubblicazione”, una di queste clausole dice che: “- [non sarà pubblicato quello che] oltrepassa i limiti della decenza e del rispetto della dignita’ umana, dei dati sensibili personali, dell’uguaglianza del sesso e dell’uguaglianza per tutti.”
No, definitivamente gli Eco-Estremisti non sono decenti né rispettano i valori umanistI nel riflesso di tale condizione, e sputano sull’uguaglianza dei sessi, cioè gli Eco-Estremisti per “Contrainfo” sono “SCOMUNICATI!”Con questo non stiamo dicendo che devono pubblicare le parole e gli atti scomodi degli Eco-Estremisti solo perché arrivano alla mail o che debbano farlo a forza, No,porca puttana! Ma perché tutto quello che ha la sigla FAI/FRI è pubblicato senza che venga letto? Che pena tutto questo, allora quello vuole dire che, qualunque imbecille che voglia buttare merda a destra e sinistra in un comunicato, avrà un “spazio” nel blog di “controinformazione” solo perché si firma come FAI/FRI?

Tremendi coglioni con la figa!

Che pena promuovere tali sigle, tanto importanti per molti anarchici, e che sono manovrate a destra e sinistra da gente che cerca solo di avvelenare certi circoli.
Chiaro, chiunque può sbagliarsi quando pubblica idiozie come quelle del “Branco”, ma la domanda è che se accettano questa merda come se niente fosse, come minimo,si deve sperare, che allo stesso modo devono accettare l’errore. No?

*Questo tipo di anarchici non ha memoria?

Una storia simile si era presentata già alcuni mesi fa, qualcosa di molto simile, solo con minime caratteristiche.
Il tal testo di supposta “critica”-alcuni lo ricorderanno, alcuni no, gli rinfreschiamo la memoria- era firmato dall’intero “Collettivo Libero Osservatore” (CLO). Appena finita la campagna del “Dicembre Nero”, il CLO emise un comunicato diffamatorio intitolato “Critica al Dicembre Grigio”, in tale comunicato il CLO si attaccò alla campagna anarchica per seminare dubbi e sfiducia dentro gli ambienti anarchici, riassumendo,metteva in “dubbio” ed inoltre osava invitare i “compagni” ad esaminare l’agire dei vari gruppi di azione, tra essi il “Gruppo Kapibara”– un feroce gruppo eco-anarchico per i quali proviamo simpatia per i loro atti e le loro parole- segnalandoli come un gruppo di”poliziotti.”
Nella “scena”, entrano di nuovo gli anarco-concilianti che amministrano il blog “Instinto Salvaje” e “Contrainformate blog”, i quali con la stessa idiozia che li caratterizza e la mancanza di analisi in quello che leggono o arriva loro, pubblicano il testo del CLO, atto che apre tutta una serie di critiche, richiami, e polemiche dentro ambienti anarchici, in qualcosa di simile con quello che è successo con il “Branco”.
Per criticare le stronzate scritte dal CLO, un gruppo chiamato “Incivilizzati del Sud” emisero una tagliente risposta con un testo intitolato:”Contro le Calunnie dell’Anarchismo Civile”, che terminava con queste frasi:

“Consideriamo che la diffamazione contro questo gruppo tocchi anche gli individui che abbracciano, le pratiche Eco-Estremiste, contrarie alla civiltà ed il progresso. Che nelle terre del sud stanno avendo un’importante rilevanza. Con la fioritura di diverse individualità contrarie alla tecnologia. Le idiote parole del “collettivo libero pensatore” non fanno che riaffermare la paura che si ha dell’acutizzazione del conflitto, incaricandosi di diffamare tutto quello che non è nel recinto e in accordo con i principi anarchici. Tacciando di terrorista tutti quelli alieni al loro ideale (Terrorista che in tutte le sue forme per noi è un adulazione)Che sappiano che la guerra contro la civiltà e suoi lacchè non claudicherà, tutto il contrario, c’incaricheremo che le nostre azioni inorridiscano chiunque segua imperterrito nel difendere gli ideali di giustizia ed uguaglianza sociale, così come quelli che difendono l’anarchismo- e qui facciamo la distinzione con anarchia.
Sobillando il conflitto nell’acuirsi ancora di più e in maniera più estremista a nome di tutto il selvaggio. C’incaricheremo che le idee e gli atti degli ecologisti radicali nelle terre del sud, si mantengano e fioriscano.
Che sorpresa fu per molti, quando questo stesso gruppo (Incivilizzati del Sud), si responsabilizzò dell’attentato contro il Transantiago, adottando la sigla ITS, nel progetto di internazionalizzazione dell’Eco-Estremismo nel Sud dell’America.

Altri anarchici che si sono posti contro il CLO, furono quelli di “Sin Banderas Ni Fronteras”, che emisero un testo intitolato “Sul Dicembre Nero e le tattiche poliziesche per avvelenarci con dubbi e sfiduce”, e che scrissero:

“Nessuno, in tutti questi mesi, ha diffuso le “riflessioni” che sono arrivate dalle caselle mail del CLO, tuttavia, “Instinto Salvaje” e la pagina di Facebook di“Contrainformate” hanno pubblicato il testo “Critica al dicembre Grigio” e spalancato la porta per avallare le infamie e le calunnie menzionate che vengono inviate. Instinto Salvaje ha tolto il testo dal suo blog, probabilmente per i richiami, le osservazioni e le critiche che alcuni progetti di controinformazione, gli hanno fatto avere, tra cui noi che scriviamo.”

Cosicché quando scriviamo, che “essi” (“Instinto Salvaje” y “Contrainformate blog”), con la stessa idiozia che li caratterizza e la loro mancanza di analisi in quello che leggono o arriva loro,hanno pubblicato il testo”, non ci sbagliamo, perché nella loro storia non c’è mai stata la volontà di analizzare i testi che gli arrivano, permettendo che il veleno si diffondesse dentro i loro circoli o no.

In questo caso,è successo con lo stesso modo-metodo con il “Branco” che si è “attaccato” alla “causa” tra anarchici e Eco-Estremisti e ha cercato di propagare il suo messaggio diffamatorio, approfittando della brutta interpretazione ed ignoranza(della quale molti anarchici sono orgogliosi)dei testi Eco-Estremisti, e facendo si che più di uno si ingoiasse le infamie,sentendosi perfino “affine” alla merda che emise tale “Branco”, come si può leggere in “Voz como arma”.

I “Sin Banderas Ni Fronteras”, affermarono nel loro comunicato quanto segue:

“Già nel 2012 l’ex capo dell’Agenzia Nazionale di Intelligenza (ANI in Cile) Gonzalo Youseff, annunciava l’avvio della strategia di “intoxicaciòn” davanti alle difficoltà di infiltrazione delle cellule anarchiche affermando:
“Le tecniche del dipartimento per inibire la violenza politica in collaborazione con la polizia; la repressione giudiziaria (…) e l’avvelenamento interno attraverso l’informazione distorta fornita alle cellule anarchiche, per esempio, fanno perdere la fiducia tra i loro membri. “(Gonzalo Youssef in un’intervista al quotidiano” La Segunda “, dicembre 2012)”
Bisogna ricordare che gli sbirri mettono i gruppi “radicali” tutti dentro lo stesso calderone, anarchici, femministi, occupanti, Eco-EstremistI, etc. Per essi siamo TUTTI la stessa cosa, e si avvalgono di questo tipo di strategie per beccare i responsabili che destabilizzano l’ordine, qualunque sia l’orientazione ideologica. Peccato che questo non possano analizzarlo i negligenti “addetti” e diffusori degli atti nei blog anarchici, che si prestano a pubblicare e a diffondere il forte avvelenamento del quale parla l’autore del testo citato. Peccato che la “cellula” che lanciò il suo discorso contro gli Eco-Estremisti (quelli dell’attacco alla banca di La Cisterna) -offre quest’avvelenamento- nel comunicato velenoso dei poliziotti del “Branco.”
Per concludere con questo punto, leggiamo l’ultimo paragrafo del testo sopra menzionato:

“Per terminare, bisogna avere chiaro,che non è che la polizia, o la gente stupida che inventa indirizzi mail per tentare di confonderci. Oggi possono essere “Libero Osservatore” e “Rodrigo Opazo” ma domani potrà essere qualunque altro indirizzo mail con le stesse intenzioni.

2. IL “BRANCO” SONO ANARCHICI DEI PIÙ “RADICALI”:

Bene, se sono anarchici (anche se sembrano sbirri e o giornalisti), quelli che hanno scritto il comunicato, allora siamo noi i paranoici diffidenti. I Vari blog anarchici hanno mantenuto fino a oggi il comunicato pubblico, e senza dubbio sappiamo che non sono molto lontani dall’approccio soprastante, per cui ne convalidano le parole.

*Analisi:
Passiamo a rileggere il comunicato dei tal dei tali “Branco”, che scrivono:

“(Blablablá) Sono i cosiddetti Eco-Estremisti che gridano in maniera fredda “morte all’anarchia”, e rinnegano le proprie origini e formazione, l’idea dalla quale si sono nutriti dal contatto affine con i combattenti della guerriglia urbana di oggi e del passato, per poi passare ad accentuare certi aspetti che non sono mai stati al di fuori dell’ambito dell’anarchia e della sua lotta per la liberazione umana, dei nostri fratelli animali e della terra.”

Per incominciare gli Eco-Estremisti non hanno MAI detto o hanno dato a intendere che ci identifichiamo con l’infamante affermazione di “morte all’anarchia”(morte all’anarchismo civile SI) probabile che i membri dei tal dei tali “Branco” erano drogati o ubriachi quando hanno letto qualcosa sull’Eco-Estremismo, e si sono convinti che la loro teoria fosse la più convincente.

Loro dicono che rinneghiamo le nostre origini anarchiche. Una cosa falsa dato che citiamo e abbiamo citato anarchici con i quali ci identifichiamo ,anche se gli Eco-Estremisti hanno avuto quest’opportunità.. Abbiamo creato la nostra Tendenza, ma non abbiamo rinnegato mai i nostri principi come eco-anarchici, e in realtà ci riempie di orgoglio dire che proveniamo da esso.
Quello che fa questo “Branco” di drogati è volere avvelenare e farci scazzare con i pochi anarchici con i quali condividiamo ancora varie cose. Ma non ci riescono, poiché i VERI anarchici sanno quali sono le intenzioni del”Branco”. Intenzioni non positive e che sono solo un complotto in più per creare le condizioni per far arrestare noi o loro.

Continuano:

“Lontani dalla tensione costante che vogliamo mantenere noi che lottiamo perché viva l’anarchia, questo settore che si dichiara Eco-Estremista getta nella spazzatura l’ideale libertario che si manifesta attraverso la lotta insurrezionale.”

Se le idee generali che difendono il “Branco”, sono quelle di avvelenare, buttare merda e “nascondersi” sotto le sigle FAI/FRI, simbolizzando “l’ideologia libertaria”, che sia chiaro, gli tireremo merda, sputandogli e pisciandogli addosso.

Ancora:

“Un piccolo gruppo, legato a un certo immaginario di popolazioni “simboliche” e ad aree musicali- contro culturali e universitarie (rinnegano l’università, però la frequentano.. e studiano ciò che tanto odiano), disprezza l’animale umano e perciò vedono il nemico diffuso da per tutto.”

Che cazzo è questo? Per caso è un’accusa?

Questo paragrafo è l’irrefutabile prova che il “Branco” è opera della polizia, che tenta di trarre vantaggio da questa “causa” tra alcuni anarchici isolati e gli Eco-Estremisti, per arrestare i Terroristi o altri. Se questi anarco-poliziotti vogliono cercare gli Eco-Estremisti nelle università, cerchino, sicuro che stiamo studiando nanotecnología o scienze della comunicazione per lavorare in NatGeo Wild, non c’è dubbio.

Per segnalarlo a più gruppi, il “Branco”, scrive:

“A 7 anni dalla morte di Mauricio Morales, salutiamo affettuosamente la “Manada de Choque Anarquico Nihilista”, per la sua controllata ed intelligente azione insurrezionale durante le manifestazioni dello scorso 1 Maggio e 21 Aprile, dove hanno dato una ulteriore prova della bontà della coordinazione tra affini. Per essere chiari e smentire la pagina “Maldicion Ecoextremista” che ha cercato di far rientrare quei fatti in una guerriglia urbana irresponsabile, con lo scopo di appropriarsi della prassi libertaria!”

Che a che vedere il MCAN con tutto questo?

Per concludere dicono:

“Salutiamo i combattenti della Célula Revolucionaria Paulino Scarfó (FAI-FRI), che nella rivendicazione del loro attacco al Banco Santander di La Cisterna scrissero: “L’attacco ha una morale e non è indiscriminato; abbracciamo l’azione incendiaria, non condividiamo il discorso che si cerca di diffondere.”

Bisogna ricordare (di nuovo), che la CRPS-FAI-FRI, fu la prima “cellula” di questo blocco di tre “cellule” che direttamente ed indirettamente si posizionarono contro gli attacchi Eco-Estremisti. Li ringraziamo per aver messo gli occhi della sicurezza dello stato (che tanto odiano) su questa “causa”, nel quale, è evidente che la polizia ne trarrà beneficio.
La responsabilità di tutto questo, sono di entrambe le parti, responsabilità nostra che rispondiamo a queste cose e responsabilità di chi ha pubblicato le infamie del “Branco”. Ma quelli che hanno cominciato a “pungere la cresta al gallo” sono stati questi anarco- sbirri,e che sappiano ,che se fanno irritare il cane, con sicurezza questo li morderà.

Questa è la prima e ultima volta che come “Maldición Eco-extremista”, ci pronunciamo in maniera tanto prolungata su questa merda, non vogliamo continuare ad alimentare confronti né osservazioni con gli anarchici più puritani del sud del continente, o continuare a rispondere alle stronzate di poliziotti vestiti da anarchici. Per il quale è stato necessario rendere visibile che all’interno degli anarchici virtuali, sono molto pochi quelli REALMENTE analitici. E osiamo affermare che gli anarchici intelligenti-con il loro progetto di diffusione-che NON hanno pubblicato il comunicato del “Branco”, sapendo cosa rappresenteva, sono una “specie in pericolo di estinzione”.
Molti mezzi di “controinformazione” sono caduti nella trappola, compresi quelli “stranieri” (” 325″, “CNA-Italia”, etc.). Non sapendo che merda fosse questa situazione ancorché per ignoranza del tema, sono stati direttamente coinvolti, ma sono ugualmente irresponsabili come i siti di “controinformazione” ispanofona.

*

Come dato particolare vogliamo ricordare che tutto questo dramma aveva già un precedente, nel 2011 quando ITS cominciò a pubblicare i suoi comunicati ed incominciò a realizzare atti Terroristici in Messico. Molti anarchici della regione si preoccuparono per questi attentati, non potevano credere che esistesse un gruppo così, molti blog diedero la schiena alle ITS e uno in particolare chiamato “saboteamos.info”, anarco-zapatisti che pubblicarono un video dove esponevano le loro supposte conclusioni per dubitare del gruppo Eco-Estremista, e dissero che ITS era un “gruppo di facciata” creato dall’esercito messicano, che erano fascisti, che erano una strategia del PRI(partito governante), e della CIA per scatenare la repressione sui poveri “movimenti sociali”, dissero anche che ITS era un gruppo “anti-anarchico di sinistra”, ed un’infinità di assurdità da ridere.Nella loro esagerata verbosità e disperazione purché qualcuno gli credesse e facesse loro caso, quasi arrivarono a dire che ITS era un gruppo burattino di una cospirazione di rettili che governano la terra (?). Molte cose furono dette ma ITS rispose sempre con gli Attentati, a cui ha dato continuità -fino a ora- al suo progetto. Cosicché questa situazione,si ripete in tutte le sue varianti in Cile, Argentina e Stati Uniti,normale..
Cosicché, scompaginata ed esposta la supposta “critica” del “Branco” terminiamo questo punto domandando a questi anarco- sbirri, che cosa suppongono che generi il loro comunicato? Paura non c’è né fanno- una risata forse. Sperano che gli Eco-Estremisti si fermino nei loro attacchi? Sperano che ci “demoralizziamo” e “ripieghiamo?” Niente di tutto questo, sebbene, l’avvelenamento del quale parlava sopra l’ex capo dell’Agenzia Nazionale di Intelligenza del Cile è in corso, è una realtà, in parte perché gli stessi anarchici sono caduti in questo gioco e perché certi mezzi di “controinformazione” sono stati irresponsabili. Davanti a questa situazione si deve solo rimanere intelligenti, annusare molto bene e scoprire il nemico vestito da critico. Alcuni anarchici hanno dimostrato di essere imprudenti, emettendo giudizi prematuri, incapaci di accettare i loro errori e sicuramente questo li porta a rovistare nell’immondizia.
Siamo sicuri che alcuni degli “addetti” dei blog prima menzionati si metteranno a pensare profondamente su questa situazione, o semplicemente alcuni la lasceranno scivolare via e o continueranno ad alimentare stupidamente l’avvelenamento delle “sfere” del potere (parlando con il loro lessico affinché si capiscano).

-(Gringolandia) Concretamente parlando, possiamo dividere le critiche degli yankee in vari gruppi. La cosa più interessante di questo dibattere, è la risposta dell’anarco- primitivismo yankee che ha una forte influenza in molti circoli eco-radicali. Specificamente, John Zerzan ha tacciato l’Eco-Estremismo come “nichilista” e “posmodernista.”
Per il termine “nichilista”, non abbiamo nessun problema, poiché abbiamo affini Nichilisti, specificamente in Italia, e siamo orgogliosi della nostra relazione con essi. Ma affinché si consideri calunnia la supposta nomina, Zerzan scomunica l’Eco-Estremismo per la questione dell’Attacco Indiscriminato, e la sua mancanza di rispetto dei valori della sinistra, i quali hanno un posto speciale nel cuore dell’hippy anziano malgrado il suo auto-proclamarsi “post -sinistra.”
Il suo essere di sinistra non ha nulla di “post”. Secondo Zerzan, bisogna avere “speranza” che 700 milioni di persone si uniscano in accordo per smantellare il sistema economico- politico- sociale che li sostiene, agendo in maniera ordinata e pacifica (più o meno). (“Il futuro primitivo.”) È ovvio che attuare questo è impossibile, per cui ci guadagniamo la scomunica nell’essere considerati “nichilisti”(come se la parola “nichilista” fosse un’offesa per noi SI!), e per essere fuori dal gregge dell’anarchismo verde yankee, con tutte le sue risorse e “websites” professionali (ci (riferiamo a “Anarchist News”.)
Infine, Zerzan vuole schiacciare la civilizzazione nel mondo fisico senza distruggere i valori civilizzati per la quale è basata. Che significa che alla fine, non farà nient’altro che appoggiare le stesse marachelle dei bambini anarchici, e di una qualunque manifestazione di “resistenza” che possa essere solo “distruzione creativa”, tipica di ogni civiltà.
La civilizzazione distrugge la Natura Selvaggia, tuttavia si devono rispettare i concetti di innocenza e colpevolezza, di moralità e di solidarietà perché.. la verità non la sappiamo. Possiamo discutere il linguaggio e il “pensiero simbolico”(come blatera Zerzan ed i suoi figli), ma la morale è qualcosa di sacro.
E dopo, ci sono i nichilisti yankee flemmatici. Tipi che sono più di moda che altro, i ragazzi popolari della scuola che respingono a priori ogni azione poiché può fallire e essere moralista o qualcosa di simile.
Applaudiamo il loro egoismo, ma non sappiamo perché tal nichilismo finisce sempre nel fare niente, appoggiare niente, ma criticare tutto. C’è da menzionare che alcuni appoggiano l’Eco-Estremismo, con riserve, ovviamente. Forse alcuni passeranno alla nostra tendenza, poco a poco. Bisogna solo dire che per essere tanto nichilisti, hanno sempre la certezza della critica.

Se in realtà credono nel niente, perché non ci lasciano in pace? Oh in verità indossano il nichilismo come se fossero dei designer,per far si che ne emergano altri, ma questo non significa altro che produrre libri che non cambiano nulla,e si sentono bene nel farlo?

Alla fine, non so se stiamo scrivendo le cose in cinese o che, perché leggono solo quello che pensano che diciamo, e non quello che diciamo in realtà. È come se le “parole dure” colpiscono cosi tanto che non quadrano con la mente moderna e liberale. La verità è che noi Eco-Estremisti non cerchiamo ragioni per attaccare,non ne abbiamo bisogno, e se tu hai bisogno di esse, sei parte del problema e non della soluzione. Si chiama in maniera propria addomesticamento. Noi Eco-Estremisti sappiamo che tentare di convincere le masse è una perdita di tempo. Che gli anarchici si tormentano tanto nel tentare metodologicamente, di includere le masse in una strategia vincente, buono, a noi può causare solamente perplessità. Se la storia c’insegna una cosa, è che le masse non cambiano mai il mondo. Per questo motivo ti arrendi e rimani con le braccia incrociate? Speri fino a che le masse o la democrazia ti concedono il permesso per attaccare?
L’attacco viene dall’idea che, la società non esiste né può esistere, sempre che non sia quella che immaginano gli anarchici. In realtà la società è un insieme di animali confusi dominati da reti di potere che aumentano il potere umano in se stesso: gli animali domestici, umanoidi che sono solo”automi”. La società, come Chahta-Ima disse in uno dei suoi testi, è un’illusione. In più, tentare di “piantare” idee di “liberazione”, o qualunque altra stupidità nelle masse è tentare di abbattere la macchina con la logica della macchina, e in queste cose, la macchina vince sempre. La macchina ha il modo di trasformare qualunque progetto di “liberazione” in un mezzo per fortificare l’addomesticamento contro la Natura.

Alla fine agli Eco-Estremisti non importa niente della società, che venga distrutta da se stessa o dall’entropia.

Stiamo a fianco dell’entropia, la civiltà con le sue idee di uguaglianza e autodeterminazione non c’impressiona. Se uno non vuole usare il termine “Natura”, può usare “entropia” o “caos”, tutto rimane uguale. Qualunque ordine civilizzato attenta contro la Natura: è così, è stato sempre così, e sempre sarà. Dalla culla, siamo allenati per amare quello che non ci conviene, fare le cose che non ci piacciono, e pensare cose che sono aliene ai nostri interessi personali.
Noi applaudiamo qualunque comportamento che attenti contro la schiavitù, l’addomesticamento dell’animale, la pianta, il bosco, il fiume,non esistono per conto proprio e sono manipolati per servire l’Idea dalla Civiltà: per il controllo, la sicurezza, l’innovazione, il progresso, e perché no? La libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. L’unica nostra considerazione,è l’amore dei luoghi selvaggi, con i quali alcuni hanno una relazione profonda, ma anche il selvaggio dentro di noi, il rifiuto completo dell’addomesticamento e la società,il resto non c’importa. In più, causa a noi la rabbia che conduce alla Guerra Indiscriminata.

La realtà è che l’Eco-Estremismo sta crescendo, da una Tendenza che aveva esistenza pubblica solo nel Nord dell’America, ora è arrivato all’America del Sud, i gruppi Nichilisti Terroristi Affini si moltiplicano anche in Europa.

Poiché l’Eco-Estremismo Nichilista non sono solo gli esplosivi e gli incendi delle ITS in Messico, Cile e Argentina, non sono solo le pallottole detonate contro il cranio del tecno- nerd come ha fatto il “Grupúsculo Indiscriminato”, non è solo l’atteggiamento strafottente e Terrorista del gruppo “Guerra Eco-Estremista Guamera”,non sono solo sono le ferali parole della Rivista Regresión e di Chahta-Ima, non sono solo gli Attacchi Indiscriminati della Setta del Nichilistico Memento Mori dell’Italia, non sono solo i lavori di traduzioni di “Místico e Maldito”, di “Nechayevshchina”, di “Palmer Amarant” e altri..

No, l’Eco-Estremismo è la resistenza armata delle tribù amazzoniche in guerra contro i commercianti di legname, le industrie petrolifere, i minatori; è la freccia lanciata agli elicotteri dagli aborigeni isolati in Africa, è la continuità delle credenze pagane che resistono alla cristianizzazione totale, è la resistenza individuale per mezzo delle attività Delinquenziali contro l’addomesticamento, è l’uragano, il terremoto, la crudeltà degli ultimi coyote, l’ostilità degli elefanti, è l’ape che inietta il suo pungiglione per poi morire. Eco-Estremismo è la violenta difesa della stessa Natura Selvaggia, le sue reazioni, le sue risposte e manifestazioni.

Potranno imprigionarci, segnalarci, diffamarci, o potranno ammazzare tutti gli Eco-Estremisti e tutti i Nichilisti Terroristi che si sono dichiarati nostri Affini, ma la guerra continuerà sempre con un nome differente o senza nome…

Terminiamo con le parole di un conosciuto e scomodo anarchico carcerato, menzionare il suo nome è un di più, perché quello che possediamo sono le sue ferali parole, dimostrazione irrefutabile che l’era dei “buoni” sentimenti è terminata, l’abbiamo ammazzata e che la Violenza Terroristica e Indiscriminata contro la civiltà è in marcia:

“A quelli che criticano- giudici senza martello- e giudicano, che vadano in chiesa,gli consegno il mio infinito odio, da qua e senza anonimato dico loro che li considero il mio nemico. Sono uguali ai giudici (se non la stessa cosa) quelli che giudicarono chi nell’anno 2011 pose un artefatto esplosivo(che deplorevolmente non detonò), in una casa nel comune di La Reina, minacciando di fare saltare anche una scuola; uguali giudici sono quelli che giudicarono un’azione in Macul con Grecia l’anno 2013, dove vennero lanciate bombe molotov contro un autobus del transantiago che passò sulla barricata, e per cui alcuni cittadini furono “afectados” ” da un vendicativo fuoco, e sono ugualmente idioti quelli che dicevano essere il “Cordón Macul”,argomentando che chi attaccò il bus non lo era,SI! Sicuramente erano dei critici delle misere università popolari; ugualmente sono giudici quelli che criticavano/criticano (da altri posti del mondo), la bomba nella Metro Scuola Militare nel 2014 dove risultarono feriti vari cittadini, per cui una “signora soffrì” l’amputazione delle sue dita, e che nei mesi successivi apparve in televisione sfilando con la sua mano mutilata; sono ugualmente giudici quelli che chiedevano con urla la morte per chi aveva incendiato una banca in una manifestazione in Grecia,dove il risultato fu la banca completamente incenerita,accompagnata dalla morte di tre lavoratori che si trovavano dentro; e si potrebbe continuare facendo mille esempi. Defeco e orino su tutti quelli che sono giudici senza martello.Spero esplodano infinite bombe per la cittadinanza, perché “l’immonda vita cittadina non si trova solo nei quartieri.” Sono contro la civiltà e l’umanesimo che considero l’obiettivo più civilizzato(me incluso) per quelli che sono aggrappati al progresso e si impegnano nel continuare a distruggere tutta l’indomito, tutto il selvaggio, per lo sporco e schifoso falso denaro.

Evviva l’individualità! Forza a chi cospira!”

Atentamente:

Maldición Eco-extremista
Grupo Archivistico Öme
Místico y Maldito
Chahta-Ima
Yoloxochitl

The Indiscriminate Faction claims responsibility for the assassination of a computer science student of the IPN

Traducción al inglés de la reivindicación del asesinato de un estudiante del Instituto Politécnico Nacional, por parte del Grupúsculo Indiscriminado.

Traducción a cargo de Chahta-Ima.

¡Muerte (literál) a la moral de ataque!


On Wednesday May 18th at around midday, Ángel León de la Cruz, a student of computer science of the Interdisciplinary Professional Unit of Engineering and Social and Administrative Sciences (UPIICSA) of the IPN was shot during an “attempted assault”. We would like to state that the information reported publicly by the press is incorrect. This was a direct attack and we were responsible for it. The media lies again in its reporting and about the cover-up by the Mexico City police. Something similar happened when we abandoned an explosive device on a bus at Chilpancingo Station on Line 9 of the Metro. The authorities stated that the evacuation of hundreds of people from the station was due to a “technical failure.”

Last Wednesday’s assault was only a small distraction, since the computer geek who died of his wounds on Friday the 20th was our real objective.

We took the life of that damn progressivist whose very existence tended toward the artificial. His future would have been secure, another cog in machine of decadent civilization. For that reason we executed him. If it’s any consolation to his relatives, we report that Ángel decided to defend himself when we confronted him with the revolver. He didn’t just let himself be killed like a defenseless, domesticated animal. The claws came out, but we kept the upper hand of hunters pursuing their prey until we prevailed against him. Well, if that serves as consolation to you, fine, but if not, whatever.

In a violent neighborhood like Iztacalco it’s easy to hide in plain sight like the common criminals and thus carry out attacks like this one against students and faculty of the important centers of higher education. It’s also really easy to get a hold of a gun on the streets of Mexico City, use it and get rid of it, with the risk of course that whoever ends up with it is arrested because the gun is “dirty”.

That’s what happened with the four men who were apprehended on the streets of Cuauhtémoc Delegation who the police found using the same revolver as the one in the attack, and who are now accused of carrying out the murder. Regarding this, to the Mexico City police (who are known to frame people left and right), we say that they should stop being dumbasses since they know full well that those men didn’t do it. How convenient that the computer nerd died on the 20th and on the 21st the authorities issued a statement that they arrested those responsible. Only an idiot would believe the official story that the corporate press is peddling here.

All the same, we claim responsibility for the attack.

We shot the computer science student in the head today, he died, and tomorrow it will be another progressivist…

We aren’t going to stop. The ranks of the eco-extremist groups and nihilist terrorists are growing. We are a reality, a threat, and that is more significant than the pathetic sterile critiques that certain anarchist blogs publish against us. This is our manner of responding to those critiques. Let the humanists keep talking, and we terrorists will make ourselves known by claiming responsibility for acts such as this one.

For indiscriminate and selective attack!

-Indiscriminate Faction

Nihilistic Sect Memento Mori claims responsibility for attacks

Traducción al inglés del comunicado del grupo terrorista “Secta del Nihilistico Memento Mori” de Italia, reivindicando dos atentados en Roma.

Traducción a cargo de Chahta-Ima.


“I have never understood how one can love one’s neighbor.”

We claim responsibility in an anti-political manner for the explosive attack on the Via Ponzio Cominio at the doorway of a building.

The attack lamentably (for us anyway) produced only property damage.

We also take responsibility for the letter-bomb abandoned inside of a building on the Via Achille Loria.

Both attacks took place in the center of Rome.

These attacks took place some time ago, but now we strategically and amorally take responsibility for them.

The attacks were targeted at this society’s values.

With this, we exclude ourselves from any type of association with idealist, ideological, and/or religious attacks.

Our attacks have been experiments in the decline of ethical and moral values and their annihilation, as well as for the spreading of Terror and Fear toward the Nihilistic Void of the Unknown.

With this we express affinity with the eco-extremist groups that continue on the “indiscriminate path”… affinity with the Indiscriminate Faction, ITS, Ouroboros Nihilista (now Ouroboros Silvestre), the Eco-Extremist Circle of Terrorism and Sabotage, and the Pagan Sect of the Mountain.
For indiscriminate and selective terrorism!

For the destruction of ethical-mortal values of techno-moral society!

-Nihilistic Sect Memento Mori

Politically Incorrect Savages

Texto de Chahta-Ima sobre la actitud politicamente incorrecta de algunos grupos sociales primitivos y su semejanza con las actitudes tomadas de los grupos eco-extresmistas.

¡Por el ataque indiscriminado!

¡Por el terrorismo contra los hiper-civilizados!


Steve Sheldon told me about a woman giving birth alone on a beach. Something went wrong.  A breech birth. The woman was in agony. ‘Help me, please! The baby will not come,” she cried out. The Pirahas sat passively, some looking tense, some talking normally. “I’m dying! This hurts. The baby will not come!” she screamed. No one answered. It was late afternoon. Steve started toward her. “No, she doesn’t want you. She wants her parents,” he was told, the implication clearly being that he was not to go to her. But her parents were not around and no one else was going to her aid. The evening came and her cries came regularly, but even more weakly. Finally, they stopped. In the morning Steve learned that she and the baby had died on the beach, unassisted.

Steve recorded the story about this incident, repeated here. The text… recounts [the] tragic incident that provides insight into Piraha culture. In particular it tells us that the Piraha let a young woman die, alone and without help, because of their belief that people must be strong and get through difficulties on their own.

-Daniel Everett, Don’t Sleep, There are Snakes: Life and Language in the Amazonian Jungle pg. 90-91

One curious effect was observed which gave rise to much complaint on the part of the native male population. As a result of the wholesale association of the women with white men a spontaneous feminist movement developed. Aboriginally, the woman was not only physically, but economically and spiritually, subservient to the man. The squaw performed most of the hard manual labor associated with village life while her husband and father loafed away their time. She was obliged to obey every command and whim of her lord and master. To do otherwise was to invite stern and inevitable retribution. With the influx of thousands of white men, unmarried and on the hunt for females, the situation altered. She could confront the Indian male with the choice of better treatment or loss of his spouse to some white suitor. Moreover, the Indian woman was undoubtedly influenced profoundly by the enviable position which her sex occupied in the newly established white communities. Although no contemporary sociologist gave the matter attention,  we get inklings of a pretty formidable feminine revolt. The agent at the Fresno Indian Farm reported:

“Though the men are, or once were, absolute masters of the women, many of them at this time… have found shelter among the whites, and are consequently independent of the men.”

A statement also appeared at about the same period to the effect that “white men have taken the Indians’ wives from their lodges and taught them to despise the lazy creatures who used to make them slaves.”  If this state of mind was characteristic of a large body of female opinion, it is easy to see how, although no vast social upheaval was involved, the change could act as an irritant and thereby serve as another factor in the disruption of aboriginal family life.

“The American Invasion, 1848-1870” pgs. 81-82 in Cook, Sherburne F. The Conflict Between the California Indian and White Civilization. Berkeley: University of California Press, 1976.

The Jarawas, who number about 400 and whom one geneticist described as “arguably the most enigmatic people on our planet,” are believed to have migrated from Africa around 50,000 years ago. They are very dark-skinned, small in stature and until 1998 lived in complete cultural isolation, shooting outsiders with steel-tipped arrows if they came too near…

It is no secret that the tribe has, in the past, carried out ritual killings of infants born to widows or — much rarer — fathered by outsiders. Dr. Ratan Chandra Kar, a government physician who wrote a memoir about his work with the Jarawas, described a tradition in which newborn babies were breast-fed by each of the tribe’s lactating women before being strangled by one of the tribal elders, so as to maintain “the so-called purity and sanctity of the society.”

-“Baby’s Killing Tests India’s Protection of an Aboriginal Culture,” New York Times, March 13, 2016

One evening Debe walked right into Gau’s camp and without saying a word shot three arrows into Gau, one in the left shoulder, one in the forehead, and a third one in the chest. Gau’s people made no move to protect him. After three arrows were shot, Gau still sat facing the attacker. The Debe raised his spear as if to stab him. But Gau said, “You have hit me three times. Isn’t it enough to kill me, that you want to stab me too?”

When Gau tried to dodge away from the spear, Gau’s people came forward to disarm Debe of his spear. Having been so badly wounded, Gau died quickly.

-Richard Lee, The Dobe !Kung, cited in Ultrasociety: How 10,000 Years of War Made Humans the Greatest Cooperators on Earth, pg. 104

For me, all of these quotes above remind me of a seemingly insignificant quote that appeared toward the end of the polemic, “Ya se habían tardado,” which reads:

Before this commentary, [Reacción Salvaje – RS] states that, if [Destroy the Prisons] considers himself an expert on communities, we would hope that he would be aware that for hundreds of years the mountain peoples of Mexico have been accustomed to forms of life that are frowned upon by citizens who adhere to sick Western culture. Some of their practices are counted as “brutal” such as, for example, trading a woman for a cow or a few pigs. For natives that’s common, it’s their custom, their modus vivendi and thus normal. But for Western moralists (including anarchists) it is something shameful, they get indignant and cry out to heaven when they hear people speak of these things. And of course, self-proclaimed anarchist feminists are the most scandalized by this. RS however doesn’t see any of this in a bad light. RS respects the development and customs of these communities, because it’s not our business to change them. We emphasize that we are not misogynists, but we really don’t oppose these native attitudes. This is how we think in the end even if the anarchists are enraged that we talk like this.

I cannot speak for all of eco-extremism, only myself, and I will accept other viewpoints of the tendency if correction is needed, but from this, I can state that anarchism, primitivism, leftism etc. are wrong-headed and moralistic precisely because they try to organize / judge / improve on society, whereas human animals cannot possibly do this, not with any competence at least. Many of these societies have barbarous, violent, and “unenlightened” practices but have been around for hundreds if not thousands of years. Why is it that our own life-span in an exceptionally young (if powerful) society gives us the right to determine how human society should be in EVERY circumstance? I would argue that it doesn’t. Societies that evolved within their environments from time immemorial have proven that they can sustain their way of life over millennia. Our own society (that is, the one we are stuck in, though not willingly) cannot make the same claim, quite the contrary.

Personally, this view is why I cannot take anarchism, Marxism, leftism, liberalism, etc. seriously as means by which to interpret reality. These ideologies obsess over accidental things, namely, social organization, equality among individuals, division of labor, etc. In our animal reality, that is like choosing something to eat based solely on its color, rather than on its taste and how nourishing it is. The main relationship is not that of human beings between themselves, but of human beings to nature, or rather, their natural surroundings and the other entities, sentient or not, that they share them with. All of these flawed and civilized ideologies, even self-proclaimed “primitivism”, are humanist and anthropocentric, while we want only a relationship with Wild Nature and the cultures that it has formed over millennia like drops of water can form stone, unconsciously, organically, and unplanned.

Humans no doubt have a role to play in that, and their actions do shape the landscape and themselves, just as the actions of beavers, ants, birds, etc. shape a forest or a river. But that is completely determined by the incarnation of Wild Nature that they encounter, it takes place over centuries, and it is by no means “planned” or “controlled” by a determining human intellect. It merely happens. Present a “savage” with the idea that selective burning of brush or similar activities make him the master of the landscape, he would more than likely be puzzled by such a claim.

Here I would then state that humans in the past always struck a balance between their own power and mind and that of Wild Nature itself. The point is not that some lived in complete harmony with nature, without hierarchy or war or anything that offends Western bourgeois sensibilities. The point is that the balance of power between the human and Wild Nature was maintained. In some cases, that would entail patriarchy, in some places that would not be the case (Were the Selk’nam of Tierra del Fuego “more domesticated” than other hunter-gatherers because they were ruled by a patriarchy? Considering their culture, that would be an absurdity to state.) Were the Choctaw of what is now the southeastern United States as civilized as the Aztecs or Maya simply because they also grew corn? Were the Yuroks of northern California somehow evil because they had a rigid social hierarchy but no agriculture?

“Domestication” and “civilization” then may not be as clear-cut categories as some other anti-civilization ideologies claim that they are. This is because our knowledge is animal and thus flawed. Here we must look at things not in black and white but on a spectrum, and in this spectrum, we are not judging human societies by how “nice” they were and how well they treated women, gays, the disabled, etc. We don’t care about those things, and those who obsess over them are extremely stupid and let their own civilized prejudices get the better of them. We would rather trust societies that lived for thousands of years in their respective environments and their “values” than the values of humanistic Westerners who hide the violence of modern techno-industrial society behind platitudes of morality and decency.

The most important thing about domestication and civilization, then, is that they arise but they have been in most places quite fragile. That is, they have never been able to dominate completely, they have never exalted individual human societies into complete dominance over nature, and when they have, collapse inevitably occurred. What we have now is a complete monstrosity, a Leviathan that cannot collapse without possibly taking most living things with it, something that seeks complete domination. Before this unnatural being, the only attitude we can have is complete and utter hostility.

These may appear to be completely scholastic reflections, and perhaps they are. At the very least, I write and record them to support the eco-extremist claim that liberal Western values absolutely do not matter, and thus when people try to shove them in our face, we should reject them energetically and insult those who still buy into those fairy tales. Also, it is to indicate that eco-extremist pessimism is all the more warranted: if all we have going for us in terms of “hope” are the incomplete observations of anthropologists and our own flawed intellectual powers, it is clear that we are completely screwed.

We cannot make societies from scratch overnight, and nor should we have to. A possum does not ask itself nor is it qualified to determine what it means to be a possum. It merely is a possum. In other words, it doesn’t seek to be a god, and neither should we. In the past, humans lived in societies that existed for thousands of years that also told them what it was like to be human; societies that were small, sustainable, and more often than not, very stable. That we do not have this and instead think that we can play the part of social engineer is the real foundational problem. That we are tempted to think that a !Kung Bushman is more “wild” or “better” than a Selk’nam hunter, or a Choctaw warrior, or a Yurok “noble” is not an indication of knowledge, but of foolishness.

The primary relationship in eco-extremism is between the human animal and Wild Nature as embodied in his immediate environment, and not with some abstraction known as humanity. It is thus an inhumanist and not humanist tendency. Just as all bears do not have solidarity with bear-kind, but rather depend on all of the surrounding plants, animals, waters, and rocks to survive,  thus all humans should not have solidarity with all humankind, but only with those of similar disposition and with the beings who they have come to love in their surroundings. That should go without saying, and many savages have that attitude.

Also, we realize that civilization is a “transient sickness”, one that emerges at times and goes away, sometimes leaving scars, but never terminal, as the Whole can never be destroyed by the Part. That we are deficient in this regard, that we don’t really know our places, or have been robbed of them, indicates the tragedy of our state, and our rage in the indiscriminate war against those who would destroy and enslave Wildness. Even if the only Wild Nature we have left is ourselves, or perhaps only the pain and anger of having been deprived of it, that is enough to carry on this war against domesticated humanity.

-Chahta-Ima

Nanih Waiya

Spring 2016

Ishi y la Guerra contra la Civilización

Presentamos orgullosamente la traducción del trabajo de Chahta-Ima titulado, “Ishi y la Guerra contra la Civilización”, traducido por “Espíritu Tanu de la Tierra Maldita” y “Xale”, editado por la Revista Regresión.

Ishi el último nativo americano sobreviviente del exterminio blanco, se presenta muchas veces con el mito del “buen salvaje”, pero la historia de su tribu está plagada de violencia indiscriminada defensiva.

Aquí dejamos el trabajo en pdf y en su versión de texto, sin duda un aporte importante para la continuidad del eco-extremismo tanto en teoría como en práctica.

¡Mill Creek, Selknam, Teochichimecas, ancestros irrefutables de la lucha extremista contra la civilización!


ISHI Y LA GUERRA CONTRA LA CIVILIZACIÓN

La aparición del eco-extremismo y las tácticas que utiliza, han causado mucha controversia en los círculos radicales a nivel internacional. Las críticas de individualistas tendiendo a lo Salvaje (ITS), y otros grupos alineados, han recibido una gran gama de acusaciones de locura ultra-radical. Un aspecto importante de esta polémica gira en torno a la idea del ataque indiscriminado. La enconada retórica por parte de los eco-extremistas puede exacerbar la hostilidad hacia estas tácticas entre los incrédulos. De cómo hablan algunos, sin embargo, parecería que ITS y otros grupos eco-extremistas están involucrados en detonar explosivos en centros preescolares y hogares para ancianos, es decir, objetivos aleatorios en lugar de objetivos de importancia específica para el sistema tecno-industrial, (laboratorios, ministerios gubernamentales, etc.). Se debe admitir que muchos de los que participan en polémicas contra el eco-extremismo tienen a priori un sesgo negativo en contra de cualquier argumento, no importa qué tan bien elaborado este, como ellos mismos admiten que el mantenimiento de la civilización y la domesticación es de su propio interés. No es el punto discutir con ellos. Por otro lado, el eco-extremismo todavía tiene mucho que decir, por lo que aquellos que tengan oídos para oír, que oigan.

Lo más simpático sería preguntar por qué ITS y sus aliados deben “retirarse” de la idea del ataque indiscriminado. ¿Por qué hacer daño a la gente que está tratando de ayudar? En otras palabras, la civilización y la destrucción que se desata sobre el mundo son culpa de un pequeño sector de la sociedad moderna, y hay que centrarse en convencer a la gran mayoría que no tiene la culpa, con el fin de tener el equilibrio de las fuerzas necesarias para superar los males que actualmente nos acosan. Aparte de eso, es sólo la mala forma. Es comprensible que las “cosas malas” ocurran incluso con acciones bien planificadas. Lo menos que pueden hacer aquellos que se someten a ella es que se disculpen. Eso sólo son buenos modales. Algunos anarquistas chilenos hicieron algo recientemente, explotaron bombas de ruido a las cuatro de la mañana, cuando no hay nadie alrededor con el fin de expresar su “solidaridad” con quien ha solicitado el anarquismo internacional para orar por… quiero decir, expresar su solidaridad en esa semana . Pero si usted tiene que hacer algo, lo menos que puede hacer es reducir al mínimo los daños y expresar su pesar si algo va mal (pero sobre todo, entonces debe hacer nada…)

Por supuesto, el eco-extremismo rechaza estas objeciones infantiles e hipócritas. ¿Estas personas están expresando su superioridad moral, mientras jugaban con fuegos artificiales en medio de la noche y luego se dedica a otras cosas por el mundo, sin ninguna razón aparente? ¿Quieren una galleta o una estrellita por ser unos niños buenos? El Eco-extremismo admitirá fácilmente que ese anarquismo devoto es piadoso y santo. No quiere su ayuda de todos modos. Si los anarquistas que se inclinan a la izquierda buscan ganar popularidad en el manicomio de la civilización, por supuesto el eco-extremismo se rinde…. Felicidades de antemano.

Ha habido críticas contra los eco-extremistas diciendo que no es así como se libra una guerra contra la civilización. Muy bien, vamos a seguir adelante y echar un vistazo más de cerca, a una guerra real contra la civilización. Los editores de la Revista Regresión ya han escrito una extensa serie de artículos sobre la Rebelión del Mixtón y la Guerra Chichimeca, que se extendió por gran parte del territorio de México en el siglo XVI, aquí recomendamos encarecidamente su trabajo. En este ensayo, vamos a aumentar sus argumentos recurriendo a un ejemplo muy querido de un “tierno” y trágico indio, Ishi, el último de la tribu Yahi en el estado de California en los Estados Unidos. En este ejercicio, no pretendemos saberlo todo de aquellos miembros de una tribu de la Edad de Piedra que fueron cazados hasta su extinción por los blancos. En la medida en que cualquier analogía histórica es defectuosa, ipso facto, aquí vamos por lo menos a tratar de tomar las lecciones de cómo el Yahi luchó, sus actitudes hacia la civilización siendo el último hombre, y cómo la forma de su cultura problematiza los valores anarquistas y los de izquierda venidos de la Ilustración. Este ensayo pretende mostrar que la guerra del Yahi contra la civilización también fue indiscriminada, carente de valores occidentales como la solidaridad y el humanismo, y fue un duelo a muerte contra la vida europea domesticada. En otras palabras, es un modelo de cómo muchos eco-extremistas ven su propia guerra llevada a cabo desde su individualidad. Ishi, lejos de ser el modelo del “buen salvaje”, fue el último hombre de pie en una guerra librada contra los blancos, con la mayor cantidad de brutalidad y “criminalidad” que el ahora extinto Yahi pudo soportar.

El Yahi

El 29 de agosto de 1911, un hombre de color marrón, desnudo y hambriento, de alrededor de cincuenta años de edad fue encontrado fuera de un matadero cerca de Oroville, California. El hombre fue rápidamente detenido y metido en la cárcel de la ciudad. Al principio, nadie podía comunicarse con él en cualquier idioma conocido. Pronto, los antropólogos llegaron de San Francisco y encontraron que el hombre era Yahi, una banda situada más al sur de la tribu Yana, conocido localmente como “indios Digger” o ” Indios Mill Creek / Deer Creek”. Durante mucho tiempo se ha sospechado que un pequeño grupo de “indios salvajes”, aún vivían en la región montañosa del norte inhóspito de California. Los antropólogos hicieron los arreglos para que el último “indio salvaje” viviera con ellos en su museo, y que les enseñara acerca de su cultura en San Francisco. Después de haber encontrado un (imperfecto) traductor Yana, no pudieron conseguir el nombre del indio que no sea solo “Ishi”, la palabra Yana para “hombre”. Ese es el nombre por el que se le conoció en el momento de su captura hasta su muerte, cuatro años y medio más tarde.

Los Yahi eran una rama meridional de una tribu más grande llamada Yana, encontrada en el norte de California, al norte de la ciudad de Chico y del río Sacramento. Antes de la llegada de los europeos, había quizá no más de 3.000 Yana en sus tierras tradicionales bordeado por los Maidu al sur, los Wintu al oeste, y la tribu Shastan al norte. Hablaban el lenguaje Hokan, las raíces de las cuales compartieron con tribus en toda América del Norte. Como tribu, los Yana, en particular, eran mucho más pequeños que sus vecinos, pero aun así tenía una reputación de brutalidad hacia ellos. También se especula que el Yana pudo primero haber vivido en las tierras bajas más productivas antes de ser llevado a la región montañosa menos productiva por sus vecinos mucho más grandes y ricos hacia el sur, en particular. Como Theodora Kroeber comenta en su libro, “Ishi in Two Worlds”:

“Los Yana fueron menores en número y más pobres en comodidades materiales a lo que eran sus vecinos del valle, a los que consideraban como combatientes suaves, laxos, e indiferentes. Al igual que las tribus de montaña en otras partes del mundo, los Yana, también, eran orgullosos, valientes, ingeniosos y rápidos, y fueron temidos por los pueblos maidu y wintu que vivían en las tierras bajas.” (25)

M. Steven Shackley, en su ensayo, “The Stone Tool Technology of Ishi and the Yana”, escribe sobre la relación de los Yahi con sus vecinos inmediatos:

“A causa de tener que vivir en un ambiente tan marginal, los Yahi nunca tuvieron buenas relaciones con los grupos de los alrededores en cualquier periodo de tiempo. Evidencia arqueológica regional sugiere, que los hablantes de lenguas hokanas, probablemente los que podrían ser llamados proto-Yana, vivían en un territorio mucho más amplio que incluía la parte superior del valle del río Sacramento, así como las colinas de la Cascada del sur hasta la “Intrusión Penutia” en algún momento hace 1000 años. Estos grupos que hablan idiomas Penutian fueron los antepasados de los Maidu y Wintu / Nomlaki, que vivían en el valle del río en el momento del contacto español y Anglo.  La violencia considerable sugiere en este momento, en el registro arqueológico y del proto-Yana, evidentemente, que no se movieron a un hábitat más pequeño, o más marginal de buena gana. La violencia a manos de los extranjeros no era nuevo, con la llegada de los anglosajones a partir de 1850, los Yahi había mantenido relaciones de enemistad en un largo plazo con los grupos que hablan idiomas Penutian, que les habían quitado por la fuerza la tierra inferior y sus alrededores por algún tiempo”. (Kroeber y Kroeber, 190)

En general, sin embargo, los Yana vivieron como la mayoría de las tribus, se aferran al ciclo de las estaciones y tenían poca estratificación social. La única diferencia importante entre los Yana es que tenían dualidad-sexual en el lenguaje, es decir, una forma diferente en la lengua Yana que era utilizada por cada sexo. Como explica Theodora Kroeber:

“Los bebés de ambos sexos estaban al cuidado de la madre, con una hermana mayor o la abuela ayudando. Su primera habla, fue la del dialecto de la mujer, siempre se habla de las mujeres y de los hombres, y los niños en la presencia de niñas y mujeres. Cuando el niño crecía y era independiente de la atención de la madre, era llevado por su padre o hermano mayor o tío dondequiera que fueran, durante tiempos más largos cada día. A la edad de nueve o diez años, mucho antes de la pubertad, pasaba la mayor parte de sus horas en compañía masculina y dormía en vigilia en casa de los hombres. Por lo tanto, el niño aprendió su segundo idioma, el dialecto de los hombres.” (29-30)

Kroeber explica que el habla femenina, era a menudo un discurso “cortado” con las palabras masculinas que tienen más sílabas. Aunque las mujeres sólo usaban un dialecto de la lengua, conocían la variante masculina también. Theodora Kroeber especula que en la lengua Yana, lejos de ser una curiosidad lingüística, la división estricta de las palabras pudo haber hecho de los Yahi más intransigentes a la interferencia del mundo exterior. Ella escribe:

“Queda un aspecto psicológico de esta peculiaridad en el idioma, que no está sujeto a prueba, pero que no debe descartarse. El yahi sobreviviente parece que nunca ha perdido su moral en su larga y desesperada lucha por la supervivencia. ¿Podría el lenguaje haber jugado un papel en esta tensión continua de la fuerza moral? Se le había dotado a sus conversaciones con el hábito de la cortesía, formalidad, y el uso cargado de un fuerte sentido en la importancia de hablar y de comportarse de tal o cual manera y no de otra, de manera que no permitía la dejadez ya sea de palabra o de comportamiento.” (Ibid, 31)

Theodora Kroeber examina este aspecto de la vida Yana más tarde en su libro, cuando  describe la relación de Ishi con su primer intérprete mestizo Yana, Sam Batwi:

“Ishi era un conservador cuyos antepasados habían sido hombres y mujeres de rectitud; cuyo padre y abuelo y tíos habían llevado con dignidad la restricción de las responsabilidades de ser los principales de su pueblo. Las maneras de Ishi eran buenas; las de Batwi olían a la crudeza de la ciudad de la frontera, que era lo que mejor conocía y que, por la costumbre de la época, conocía de sus ciudadanos menos iluminados… Es muy posible que en el primer encuentro, Ishi y Batwi reconocieron que eran de diferentes estratos de la sociedad Yana, Batwi era el menos considerado…” (153)

La mayor parte de la cultura Yahi era muy similar a las culturas indígenas de California en general. Los esfuerzos de los hombres se centraban en la caza y la pesca en los ríos, en especial con el salmón como alimento disponible. Los esfuerzos de las mujeres se centraban en la recolección, almacenamiento y preparación de bellotas y otras plantas como parte de su dieta básica. El antropólogo Orin Starn, en su libro “Ishi’s Brain: In Search of America’s Last “Wild” Indian”, afirma lo siguiente en relación con el conservadurismo de los Yahi, en particular, (71):

“Sin embargo, los Yahi eran también una comunidad encarnada a sus costumbres. Es posible que se hayan casado con tribus vecinas (y, en veces secuestrando en las mujeres a mediados del siglo XIX), pero los extranjeros eran absorbidos por el camino Yahi. En otras partes de la América nativa, antes de Colón, hubo inestabilidad en el cambio – enfermedad, guerra, migración, invención cultural, y adaptación. En el suroeste, por ejemplo, los legendarios Anasazi de repente desaparecieron en el siglo XII, por causas que aún se debaten. Con el tiempo, sin embargo, el Yahi mostró más continuidad y estabilidad que otros grupos. Relativamente pocas modificaciones se produjeron en sus puntas de lanza, en los campamento, en el hecho de golpear bellotas, u otras rutinas de existencia yahi. Por lo que parece, los antepasados de Ishi siguieron más o menos el mismo modo de vida durante muchos siglos”.

Como eran muy del norte, la nieve y la falta de alimentos fueron factores que se presentaban  a menudo en los tiempos de escasez en invierno. Sin embargo, los Yana sabían cómo prosperar en la tierra que se les dio, como Kroeber resume en su retrato de la vida Yana y su relación con las estaciones del año:

“El invierno también era el momento de volver a contar la vieja historia de la creación del mundo y cómo se hicieron los animales y los hombres, el tiempo para escuchar otra vez las aventuras de Coyote y del Zorro y de la Marta de pino, y la historia del Oso y de los Ciervos. Así, sentado o acostado cerca del fuego en la casa cubierta de tierra, y envuelto en mantas de piel de conejo, con la lluvia que cae afuera o con el espectáculo de la luna brillante que caía con su luz hacia abajo en Waganupa o lejos en Deer Creek, el ciclo Yana de los cambios de estaciones estaba completado dando otra vuelta completa. A medida que las canastas de alimentos estaban vacías, una por una, el juego se mantuvo oculto y escaso, los sueños de los Yana se dirigieron a un tiempo, no muy lejano, cuando la tierra se cubrió con el nuevo trébol. Sintieron el impulso de ser levantados y despertaron en un mundo, por momentos muy lejos, en un gran océano que nunca habían visto, el salmón brillante fue nadando hacia la desembocadura del río Sacramento, su propio flujo del origen de los Yana.” (39)

Starn también cita un canto entonado por Ishi a los antropólogos que resumen el fatalismo Yahi (42):

Serpiente de cascabel muerde.

Oso Grizzly muerde

y van a matar a la gente.

Deja que sea de esta manera.

El hombre va a salir herido al caerse de la roca.

El hombre se va a caer al recoger piñones.

Él va a nadar en el agua, a la deriva, mueren.

Ellos caen por un precipicio.

Van a ser golpeados por puntas de flecha.

Ellos se perderán.

Tendrán que quitar astillas de madera de su ojo.

Van a ser envenenados por los hombres malos,

Van a ser ciegos.

Los yahi en Guerra

Como era de esperar, la invasión de los europeos podría haber incluso cambiado a algunas tribus pacíficas, a hostiles y salvajes. Como Sherburne F. Cook, declaró en su libro, “The Conflict Between the California Indian and White Civilization”:

“El efecto general de estos eventos provoca un cambio en todo el horizonte social de los indígenas, en particular la de la Yokuts, Miwok, y Wappo. Las fuerzas disruptivas, previamente discutidas con referencia a su influencia en la disminución de la población, tuvieron también el efecto de generar un tipo totalmente nuevo de civilización. Para ponerlo en esencia: un grupo sedentario, tranquilo y muy localizado, se convirtió en un grupo belicoso y semi-nómada. Obviamente, este proceso no fue completado en 1848, ni afectaba a todas las partes componentes de las masas de nativos por igual. Pero sus inicios habían llegado a ser muy aparentes”. (228)

Sin embargo, no todos los indios reaccionaron enérgicamente a la invasión del Anglo blanco. Los Maidu, vecinos del valle de los Yahi hacia el sur, parecía que no habían puesto mucha resistencia al ataque de los blancos próximos a sus tierras, como el escritor maidu, Marie Potts, indicó:

“A medida que llegaron más hombres blancos, drenaron la tierra. Los ranchos se desarrollaron tan rápido que, después de haber tenido un país de montañas y prados para nosotros mismos, nos convertimos en obreros o vagabundos sin hogar. Al ser gente pacífica e inteligente, nos adaptamos como mejor pudimos. Sesenta años más tarde, cuando nos dimos cuenta de nuestra situación y presentamos nuestro caso a la United States Land Commission, nuestro reclamo se resolvió por setenta y cinco centavos por acre.

No hubo levantamientos en la zona maidu. Los colonos blancos que llegaron a nuestra zona estaban contentos de tener mano de obra indígena, y los registros muestran algunas veces un trato justo”. (Potts, 10)

Como se indicó anteriormente, los Yahi eran hostiles, incluso hacia las tribus indias cercanas a ellos, y de manera brutal. Ms. Potts se refiere a las relaciones de los Yahi con los maidu:

“Los Mill Creeks  (Yahi) eran lo que para nosotros “significa” gente. Habían matado a mucha de nuestra gente, incluso a los pequeños bebés. Ellos vigilaron, y cuando nuestros hombres estaban ausentes en la caza o de trabajo, atacaron a las mujeres, a los niños y a los ancianos. Cuando el hombre regresó de la caza encontró a su esposa muerta y a su bebé tumbado en el suelo, comidos por las hormigas.

Después los Mill Creeks había matado a numerosos  blancos, se enteraron de que los blancos estaban reuniendo voluntarios para hacer una incursión y castigarlos. Por lo tanto, establecieron un sistema de alarma para advertirse a sí mismos, viviendo al filo de los cañones, en una zona improductiva”. (Ibid, 41)

Cuando los colonos blancos llegaron a encontrar oro en California en la década de 1840 y principios de 1850, trajeron con ellos el modus operandi de “el único indio bueno, es el indio muerto”. No había amor entre ellos y los Yahi, entonces los Yahi fueron persuadidos para perfeccionar sus formas austeras e intransigentes en una guerra de guerrillas de terror contra los blancos. Stephen Powers, lo escribió en 1884, describe al yahi en el siguiente pasaje:

“Si los Nozi son un pueblo peculiar, éstos [los Yahi] son extraordinarios; si el Nozi parece extranjero de California, estos son doblemente extranjeros. Parece probable que este presenciando ahora, un espectáculo sin paralelo en la historia humana – el de una raza bárbara en resistencia a la civilización con armas en sus manos, hasta el último hombre y la última mujer, y el último pappoose… [Ellos] infligieron crueldad y torturas terribles a sus cautivos, como las razas Algonkin. Sea cual sea, las abominaciones de las razas indígenas,  pueden haber perpetrado la muerte, la tortura en vida era esencialmente extraña en California.” (Heizer y Kroeber, 74)

El californiano antropólogo Alfred Kroeber, especula acerca de las tendencias bélicas de los Yahi:

“Su reputación bélica puede ser debida en parte, a la resistencia ofrecida contra los blancos por una o dos de sus bandas. Pero si la causa de esto era en realidad una energía superior y el coraje o una exasperación inusual ayudada por el entorno, todavía poco poblado, y el hábitat fácilmente defendible es más dudoso. Eran temidos por sus vecinos, como el maidu, ellos prefirieron estar hambrientos en la montaña en lugar de enfrentarse. El habitante de la colina tiene menos que perder luchando que el habitante rico. También está menos expuesto, y en caso de necesidad tiene mejor y más numerosos refugios disponibles. A lo largo de California, los pueblos llanos se inclinaron más a la paz, aunque el más fuerte en número: La diferencia es la situación que se refleja en la cultura, no en cualidad innata” (ibid, 161)

Jeremías Curtin, un lingüista que estudió las tribus indias de California a finales del siglo XIX, describe la naturaleza “renegada” de la tribu de Ishi:

“Ciertos indios vivían, o más bien, estaban al acecho, los Mill Creek merodeaban  en lugares salvajes al este de la Tehama y al norte de Chico. Estos indios Mill Creek eran fugitivos; estaban fuera de la ley de otras tribus, entre otros, de la Yanas. Para herir a estos últimos, fueron a un poblado Yana aproximadamente a mediados de agosto de 1864, y mataron a dos mujeres blancas, la señora Allen y la señora Jones. Cuatro niños también fueron dados por muertos, pero después se recuperaron. Después de los asesinatos de los Mill Creek, ellos volvieron a casa inadvertidamente, y con ellos, llevando varios artículos saqueados.” (Ibid, 72)

Un cronista detalló otra atrocidad yahi en el siguiente pasaje:

“La matanza de los niños Hickok fue en junio de 1862. Hijos del pueblo Hickok, dos niñas y un niño fueron a recoger moras en Rock Creek, cerca de tres cuartas partes de una milla de su casa, cuando fueron rodeados por varios indios. Primero dispararon a la niña mayor, ella tenía diecisiete años, le dispararon y la dejaron completamente desnuda. A continuación, dispararon a la joven, pero ella corrió a Rock Creek y cayó de cara en el agua. No se llevaron su ropa pues ésta aún tenía su vestido. En ese momento, Tom Allen entró en escena. Él transportaba madera de construcción para un hombre con el nombre de Keefer. De inmediato atacaron a Allen. Fue encontrado con el cuero cabelludo arrancado y con la garganta cortada. Diecisiete flechas habían disparado sobre él, y siete lo habían atravesado”. (Ibid, 60)

Mrs. A. Thankful Carson, estuvo cautiva por los Mill Creeks o indios Yahi, también describe otros ejemplos de la brutalidad Yahi:

“Un niño de unos doce años de edad murió de la manera más bárbara: le cortaron los dedos, le cortaron la lengua, y se suponía que debían de haberlo enterrado con vida, pero cuando se le vio ya estaba muerto. En otra ocasión, un hombre con el nombre de Hayes estaba cuidando de sus ovejas. En algún momento durante el día, se fue a su cabaña y se encontró rodeado de quince indios. Ellos lo vieron llegar: él se dio la vuelta y corrió, los indios comenzaron a disparar flechas sobre él, pasó de un árbol a otro. Por último le dispararon con un arma de fuego que le travesó del brazo. Se las arregló para escapar de la captura por un estrecho agujero”. (Ibid, 26)

Otro cronista local, H. H. Sauber, describe el razonamiento detrás de la caza de los Yahi al exterminio:

“Una vez asesinaron a tres niños en edad escolar a menos de diez millas de Oroville, y más de cuarenta millas de Mill Creek. Poco después, mataron a un carretero y dos vaqueros durante la tarde, y fueron vistos a distancia en las carretas cargadas de carne de res robada a través de las colinas, antes de que nadie supusiera que habían estado detrás del acto. Otras víctimas, demasiado numerosas para mencionarlas, habían caído en sus implacables manos. En resumen, ellos nunca robaron sin asesinar, aunque el delito podría ayudarles tempranamente, el hecho, sólo podría exacerbar más a los blancos a estar en contra de ellos”. (Ibid, 20)

Alfred Kroeber hizo eco sobre ese sentimiento en  1911 con un ensayo sobre los Yahi, donde afirmó:

“El Yana del sur, o los Mill Creeks, se reunieron con un destino mucho más romántico que sus parientes. Cuando el americano vino a la escena, tomaron posesión de sus tierras para la agricultura o la ganadería, y a punto del rifle les propusieron que se retiraran y que no interfirieran, como ocurrió antes de que hubieran transcurrido diez años después de la primera fiebre del oro, los Mill Creeks, como muchos de sus hermanos, resistieron. No se retiraron, sin embargo, después del primer desastroso conflicto aprendieron la abrumadora superioridad de las armas de fuego del hombre blanco y su organización, mansamente desistieron y aceptaron lo inevitable. En cambio, sólo endurecieron su espíritu inmortal en la tenacidad y el amor a la independencia, y comenzaron una serie de represalias enérgicas. Durante casi diez años mantuvieron una guerra incesante, destructiva principalmente contra sí mismos, pero sin embargo sin precedentes en su terquedad con los colonos de los condados de Tehama y Butte. Apenas recuperado de un solo golpe, los sobrevivientes atacaban en otra dirección, y en tales casos no escatimaban ni la edad ni el sexo. Las atrocidades cometidas contra las mujeres blancas y contra los niños despertaron el resentimiento de los colonos en mayor grado, y cada uno de los excesos de los Indios fue más que correspondido, pero aunque la banda disminuyó mantuvieron una la lucha desigual.” (Ibid, 82)

Theodora Kroeber intenta templar estas cuentas con sus propias reflexiones sobre la brutalidad y “criminalidad” de los Yahi:

“Los indios tomaban su parte, los caballos, mulas, bueyes, vacas, ovejas, cuándo y dónde se pudiera, sin perder parte de que estos animales eran alimento y ropa para ellos. Hicieron mantas y capas de esas pieles, curtieron los cueros, e hicieron ‘charqui’ o ‘ jerky’ de la carne que no se comía fresca. En otras palabras, trataron a los animales introducidos por los europeos como lo hicieron con los  ciervos, osos, alces, o conejos. Ellos no parecen haberse dado cuenta de que esos animales fueron domesticados, el perro es el único animal que ellos sabían que estaba domesticado. Robaron y mataron para vivir, no para acumular rebaños o riqueza, los indios realmente no entienden que lo que se llevaron fue la propiedad privada de una persona. Muchos años más tarde, cuando Ishi había pasado a la edad media, se sonrojó de vergüenza dolorosa cada vez que recordaba que para los estándares morales de los blancos, él y sus hermanos Yahi habían sido culpables de robo.” (61)

Theodora Kroeber en su trabajo no parece abordar profundamente el estilo brutal de los Yahi en la guerra, haciendo hincapié en que lo que sucedió era solo dar la cara a la invasión masiva del blanco sobre sus tierras.

Ishi

A pesar de tener “la ventaja de campo” y un enfoque excepcionalmente enérgico para atacar a sus enemigos, los Yahi fueron cazados gradualmente y destruidos hasta que quedaron sólo unos cuantos. En 1867 o 1868, en la masacre de la cueva Kingsley se asesinaron a 33 Yahi hombres, mujeres y niños, siendo este  el último gran golpe de los blancos a la última Yana salvaje.

Como Theodora Kroeber afirma:

“Ishi era un niño de tres o cuatro años de edad en el momento de la matanza de Tres Lomas, edad suficiente para recordar las experiencias cargadas de terror. Él tenía ocho o nueve años cuando la matanza de la cueva Kingsley, posiblemente, fue parte de la limpieza de la cueva y de la disposición ritual de los cuerpos de las víctimas. Entró en la clandestinidad, en la que crecería sin tener más de diez años de edad”. (Ibid, 91)

Con la derrota militar abierta de los Yahi, los salvajes comenzaron un tiempo de clandestinidad, que A.L. Kroeber clasificaría como; “la nación libre más pequeña del mundo, que por una fortaleza sin precedentes y la terquedad del carácter, lograron resistirse a la marea de la civilización, veinticinco años más incluso que la famosa banda de Geronimo el Apache, y durante casi treinta y cinco años después de que los Sioux y sus aliados derrotaran a Custer”. (Heizer y Kroeber, 87)

Los restantes Yahi ocultos y perseguidos, se reunieron, y robaron todo lo que pudieron en circunstancias difíciles. Encendían sus fogatas de manera que no se pudieran ver desde distancias lejanas, tenían sus asentamientos no lejos de los lugares que los blancos normalmente viajaban y frecuentaban. Pronto su presencia se convirtió en un rumor y luego en una mera leyenda. Es decir, solo hasta unos años antes de que Ishi se adentrara en la civilización, su campamento fue encontrado cerca de Deer Creek en 1908. Ishi y algunos indios restantes escaparon, pero en el transcurso de tres años, Ishi estaba solo, tomando la decisión de caminar hacia el enemigo, donde estaba seguro de que indudablemente lo matarían, al igual que hicieron con el resto de su pueblo.

En 1911, sin embargo, a través de la benevolencia problemática de los vencedores, Ishi pasó de ser un enemigo declarado a una celebridad menor, mudándose así a San Francisco y teniendo un flujo constante de visitantes que iban al museo donde vivió. Las personas estaban fascinadas por este hombre que era la última persona real de la Edad de Piedra en América del Norte, alguien que podía fabricar y tallar sus propias herramientas o armas de piedras y palos. Ishi hizo la “paz” con la civilización, e incluso hizo amigos. Desarrolló sus propias preferencias de alimentos y otros bienes, y mantuvo meticulosamente su propiedad como lo había hecho como cuando vivió cuarenta años en la clandestinidad. Sin embargo, en menos de cinco años de haber llegado a la civilización, Ishi, el último Yahi sucumbió a quizás una de las enfermedades más civilizadas de todas: la tuberculosis.

Sin embargo, hubo algunos detalles bastante interesantes que son fuente indicativa, de la actitud de Ishi frente a la vida en la civilización. Ishi se negó a vivir en una reserva, y eligió vivir entre los blancos, en la ciudad, lejos de los indios corruptos que hace tiempo se habían entregado a los vicios de la civilización.

Como T. T. Waterman declaró en una referencia indirecta a Ishi en un artículo de una revista, él escribió:

“Siempre se ha creído los relatos de varias tribus formadas por estos renegados Mill Creek. A partir de lo que hemos aprendido recientemente, parece poco probable que hubiera más de una tribu en cuestión. En primer lugar, el único miembro de este grupo hostil que nunca ha sido cuestionado [es decir, Ishi], expresa el disgusto más animado para todas las demás tribus. Parece, y siempre ha parecido, más dispuesto a hacer amigos con los propios blancos, que con los grupos vecinos de indios. En segundo lugar, todas las otras tribus indias de la región profesan el horror más apasionado hacia los Yahi. Este temor se extiende incluso al país hoy en día. Incluso los Yahi y los Nozi, aunque hablaban dialectos de una misma lengua (el llamado Yana), expresaban la más implacable hostilidad entre sí. En otras palabras, los indios que acechaba alrededor de las colinas de Mill Creek durante varias décadas después de la liquidación del valle, eran probablemente el remanente de un grupo relativamente puro, ya que había pocas posibilidades de mezcla.” (Heizer y Kroeber, 125)

[Cabe señalar aquí que Orin Starn rechaza la idea de la pureza étnica de los Yahi en el período histórico, pero no da ninguna razón real detrás de él (106). Este tema será tratado más adelante.]

En su cautiverio voluntario en la civilización, Ishi se destacó por su sobriedad y ecuanimidad hacia los que le rodeaban, dedicado a las tareas que se le asignaron en el museo en el que vivía, y también para mostrar la fabricación de artefactos que utilizaba para la supervivencia. Theodora Kroeber describe la actitud general de Ishi hacia su entorno civilizado:

“Ishi no fue dado al voluntariado, criticaba las formas del hombre blanco. Pero era observador y analítico, y, cuando se presionaba, podía emitir un juicio o al menos algo así. Estaba de acuerdo con las “comodidades” y la variedad del mundo del hombre blanco. Ishi y ni tampoco ninguna persona que ha vivido una vida de penurias y privaciones subestiman una mejora de los niveles de prioridad, o el alcance de algunas comodidades e incluso algunos lujos. A su juicio, el hombre blanco es afortunado, inventivo, y muy, muy inteligente; pero infantil y carente de una reserva deseable, y de una verdadera comprensión de la naturaleza y su rostro místico; de su terrible y benigno poder.”

Se le preguntó cómo, hoy en día caracterizaría a Ishi, [Alfred] Kroeber dice:

“Era el hombre más paciente que he conocido. Me refiero a que ha dominado la filosofía de la paciencia, sin dejar rastro alguno de autocompasión o de amargura para adormecer la pureza de su alegría. Sus amigos, todos dan testimonio de la alegría como un rasgo básico en el temperamento de Ishi. Una alegría que pasó, dado la oportunidad, a una suave hilaridad. El suyo era el camino de la alegría, el Camino Medio, que debe perseguir en silencio, trabajando un poco, jugando y rodeado de amigos.” (239)

Desde el punto de vista eco-extremista o anti-civilización, estos últimos años de Ishi parecen problemáticos, incluso en contra de la narrativa deseada. Incluso Theodora Kroeber utiliza la magnanimidad aparente de Ishi como fue, “aceptar gentilmente la derrota” y, “los caminos del hombre blanco”, “hasta ser un apoyo de las ideas del humanismo y del progreso” (140). Sin embargo, esta es una simple cuestión de interpretación. Uno no puede juzgar a una persona que vivió cuarenta años en la clandestinidad, y vio a todos sus seres queridos morir violentamente, por la edad, o por enfermedad, y emitir un juicio sobre todo cuando él estaba al borde de la inanición y de la muerte. A pesar de todo, Ishi se aferró a la dignidad y sobriedad que es, irónicamente, la esencia del salvajismo como Ishi lo veía. Por encima de todo, sin embargo, Ishi dio testimonio de ese salvajismo, se comunicaba, y rechazaba a aquellos que le habían dado la espalda, abrazado los peores vicios de sus conquistadores. Como los editores de la Revista Regresión declararon en su respuesta en relación con los chichimecas que se habían “rendido” a los blancos en el siglo XVI. En el artículo, de la revista “Ritual Magazine”:

“San Luis de la Paz en el estado de Guanajuato es la última locación chichimeca registrada, específicamente en la zona de Misión de Chichimecas, en donde se pueden encontrar a los últimos descendientes: los chichimecas-jonaces, y quienes guardan la historia contada de generación en generación sobre el conflicto que puso en jaque al virreinato en aquellos años.

Un integrante de RS, ha conseguido entablar conversaciones con alguna gente de este poblado, de los cuales se evitarán sus nombres para evitar posibles nexos con el grupo extremista.

En las conversaciones los nativos engrandecen la fiereza de los chichimecas-guachichiles, enaltecen orgullosamente su pasado en guerra, ellos han mencionado que a raíz del exterminio de los últimos salvajes, cazadores-recolectores y nómadas, los demás pueblos chichimecas que se habían salvado de la muerte y del presidio decidieron ceder terreno y hacer ver a los españoles que seguían su religión, que compartían sus nuevos mandatos y que se adaptarían a la vida sedentaria, todo esto con el fin de mantener viva su lengua, sus tradiciones y sus creencias. Inteligentemente los ancianos de aquellas tribus junto con los curanderos (madai coho), que habían bajado de los montes para vivir en paz después de años de guerra, decidieron adaptarse, con tal de que sus historias y sus costumbres no fueran también exterminadas, para que fueran dejadas como herencia a las generaciones venideras.”

Si no fuera porque Ishi se adentró en la civilización en lugar de elegir morir en el desierto, no conoceríamos su historia, o la historia de la última banda libre de indios salvajes en América del Norte. Por lo tanto, incluso en la derrota, la “rendición” de Ishi es realmente una victoria para la Naturaleza Salvaje, una victoria que puede inspirar a aquellos que vienen detrás de él para participar en luchas similares de acuerdo a nuestra propia individualidad y habilidades.

Cabe señalar por medio de una posdata, que muchos historiadores “revisionistas” ven la historia de Ishi de una manera mucho más complicada que la historia inicial contada por los antropólogos que lo encontraron. Algunos estudiosos piensan que debido a su apariencia y la forma en que pulía sus herramientas de piedra, Ishi pudo haber sido racialmente maidu o mitad de sangre maidu-yahi. Esto no sería sorprendente pues los Yahi a menudo allanaban tribus vecinas para llevarse mujeres (Kroeber y Kroeber, 192). Los lingüistas han descubierto que los Yahi tenían muchas palabras adoptadas del español, postulando que algunos en la banda de Ishi habían dejado las colinas en un pasado no muy lejano y trabajaron para los ganaderos españoles en el valle, sólo para volver a las colinas una vez que llegaron los anglosajones hostiles. Aunque los estudiosos piensan que están descubriendo los matices de la historia Yahi, en realidad muchas de sus ideas estaban en los informes originales, sin destacar.

Además, el propio Starn, por lo demás bastante revisionista, admite la posibilidad de que Ishi y su banda se mantuvo escondida en las colinas debido a un conservadurismo notable en su forma de vida y, visión del mundo:

“Ese Ishi estaba aquí tan detallado y entusiasta [en volver a contar cuentos Yana], Luthin y Hinton insisten, evidenciado “su claro respeto y amor” para las formas tradicionales Yahi, sin embargo la vida fue difícil para los últimos supervivientes en los confines de las inaccesibles colinas. Además de su temor a ser ahorcados o fusilados, la decisión tomada por Ishi y su pequeña banda de no rendirse también pueden haber medido apego a su propia forma de vida: un humeante plato de estofado de bellota en una mañana fría, las preciosas noches estrelladas, y el ritmo tranquilizador de las estaciones.” (116)

Lecciones de la Guerra Yahi

He serpenteado desde el principio de este ensayo, pero lo he hecho a propósito. La intención ha sido dejar que Ishi y los Yahi, la última tribu salvaje de América del Norte, hablaran por sí mismos, en lugar de participar en polémicas simples donde las consignas descuidadas desvían la atención real y profunda  del tema. Lo que está claro es que los Yahi no hicieron la guerra como cristianos o humanistas liberales. Ellos asesinaron a hombres, mujeres y niños. Robaron, atacaron en secreto, y huyeron hacia las sombras después de sus ataques. No eran muy queridos incluso por sus compañeros indios, aquellos que deberían haber sido tan hostiles a la civilización como lo eran antes. Incluso la perspectiva de una derrota segura no les impidió una escalada en sus ataques hasta que quedaron unos cuantos de ellos. Una vez alcanzado ese punto, literalmente resistieron hasta el último hombre. En eso, el eco-extremismo comparte o al menos aspira a muchas de estas mismas cualidades.

Los Yahi fueron un ejemplo perfecto de lo que el eco-extremista buscan, como se señala en la editorial de la Revista Regresión numero 4:

“Austeridad: Las necesidades artificiales son un problema para los miembros de esta decadente sociedad, aunque algunos no las vislumbren y se sientan felices cubriéndolas con su vida de esclavos que llevan. La mayoría de la gente está siempre intentando pertenecer a ciertos círculos sociales acomodados, sueñan con lujos, con comodidades, etc., y para nosotros eso es una aberración. La sencillez, arreglártelas con lo que tengas a la mano, y apartarse de los vicios civilizados rehusando de lo innecesario son características muy notorias dentro del individualista del tipo eco-extremista.”

Los Yahi, al igual que muchas de las tribus chichimecas que estaban en lo que hoy es México, vivieron en una “inhóspita” región montañosa a diferencia de sus vecinos más acomodados y numerosos en las tierras bajas; ese fue el caso, incluso antes de la llegada de los europeos. Estos vecinos, en particular los Maidu, no se defendieron contra la civilización, ya que su vida relativamente acomodada hizo que resultase más favorable aceptar la forma de vida civilizada. A diferencia de los reinos mesoamericanos, los Maidu no conocían la agricultura, pero estaban, no obstante ya  “domesticados” a cierto nivel.

Fue la cultura dura y espartana de los Yahi que fortaleció su oposición a los europeos, aun cuando éste mostró un poder superior, incluso cuando estaba claro que se trataba de una guerra de exterminio que probablemente perderían. Redoblaron sus esfuerzos y lucharon su propia guerra de exterminio a la medida de sus posibilidades, sin diferenciar ni a las mujeres ni a los niños. A través de la astucia, el engaño, y teniendo un conocimiento superior del paisaje,  emprendieron una campaña de terror contra los blancos, una campaña que confundió a todos los que han estudiado las tribus indígenas de la región. Incluso otros indios les temían (también otras personas que dicen oponerse a la civilización excomulgando a los eco-extremistas), ya que no dividían el mundo en dicotomías ordenadas de indios contra blancos. Para ellos, los que no estaban de su lado eran sus enemigos y fueron tratados como tales.

La guerra de los Yahi  fue indiscriminada y “suicida”, al igual que la lucha eco-extremista pretende serlo. “Indiscriminada” en el sentido de que no se rige por consideraciones humanistas o cristianas. No tenían consideraciones por quien pudo haber sido “inocente” o “culpable”: se atacó a todos los no-Yahi, a todos los que se habían entregado a las formas genocidas del hombre blanco. Los Yahi no pretendían hacerse amigos de otras tribus, incluso cuando Ishi llegó a la civilización, se negaba a asociarse con los indios de su región quienes se rindieron tan fácilmente a la civilización blanca. Para preservar su dignidad, prefirió quedarse con el vencedor en lugar de con los vencidos. La guerra Yahi era “suicida”, en cuanto no tuvo consideración con su futuro: su objetivo era vivir libre en el aquí y ahora, y atacar a aquellos que los estaban atacando, sin sopesar el costo. Esto se debe a su forma de vida que se forjó en los márgenes de los terrenos hostiles, y gran parte de su dignidad se centró en el ataque a los que ellos consideraban flexibles y no auténticos. No había futuro para los Yahi en la civilización porque no había lugar para el compromiso con la civilización.

Aquí voy a especular (puramente basado en mi opinión), en cuanto a por qué alguien podría adoptar puntos de vista eco-extremista en nuestro contexto. Por supuesto, hay mucho enojo, tal vez incluso rabia involucrada. Me imagino que allí sería necesario llevar estas acciones. Sin embargo, ¿qué hace el amor eco-extremista? Los seres humanos modernos están tan alejados de la naturaleza salvaje, tan insensibles, adoptando una forma de vida en la que dependen de la civilización para todas sus necesidades,  se lamentan de que alguien resulte herido por la explosión de un sobre, sin embargo, restan importancia, o incluso apoyan, la destrucción de un bosque, un lago o un río para beneficio de la humanidad civilizada. Son tan insensibles de su propia naturaleza, que piensan que la naturaleza misma es un producto de su propio ingenio, que los árboles solo caen en el bosque para que puedan oírlos, y que la condición sine qua non de la vida en la Tierra es la continua existencia de ocho mil millones de hambrientos y personas codiciosas. Si alguien está cegado por el odio, es el humanista, los izquierdistas y su apología de la “ley y el orden”, quien hace de su propia existencia una condición no negociable para la continuidad de la vida en la Tierra. Si se les da la posibilidad de elegir entre la destrucción del planeta y de su propia abstracción amada llamada: “humanidad”, preferirían destruir el mundo antes que ver a la humanidad fallar.

Lo que es aún más triste es que la mayoría de los seres humanos civilizados ni siquiera están agradecidos por los nobles sentimientos de los anarquistas e izquierdistas. Para ellos sólo son punkys que lanza una bomba y que deberían relajarse, ir al partido de fútbol, y dejar de molestar a los demás con su política o  solidaridad. La izquierda/anarquista tiene el Síndrome de Estocolmo con las masas que nunca los van a escuchar, y mucho menos ganarse su simpatía. Ellos quieren ser vistos con buenos ojos por la sociedad, a pesar de que la sociedad nunca les va a prestar ninguna atención, y mucho menos a ellos. Se niegan a ver la sociedad como enemiga, y es por eso que van a pararse junto con ella, sin entender por qué el sueño de la Ilustración falló, por eso todos los hombres nunca serán hermanos, por eso la única cosa en la que los seres humanos civilizados son iguales es, en su complicidad en la destrucción de la naturaleza salvaje. Su objetivo es ser los mejores alumnos de la civilización, pero serán siempre los malhechores, los forasteros, los anarquistas sucios que necesitan conseguir un trabajo.

El Eco-extremismo crecerá porque la gente sabe que este es el fin del juego. De hecho, desde los musulmanes a los cristianos a todo tipo de otras ideologías, el apocalipsis está en el aire, y nada puede detenerlo. Esto se debe a que la civilización es muerte, y siempre lo ha sido. Sabe que el hombre no puede ser dominado, que la única manera de hacerlo es someterlo para convertirlo en una máquina, para mecanizar sus deseos y necesidades, para eliminar desde lo más profundo de él su caos, que es naturaleza salvaje. En este sentido, el espíritu de Ishi y los  Yahi permanecerá, siempre estará reapareciendo  cuando menos te lo esperas, como una tendencia y no como una doctrina, como un grito que combate hoy sin temor por el mañana. El Eco-extremismo no tendrá fin, porque es el ataque salvaje, el “desastre natural”, el deseo de dejar que el incendio arda, bailando alrededor de él. El anarquista retrocede y el izquierdista se espanta, porque saben que no pueden derrotarlo. Continuará, y consumirá todo. Se quemaran las utopías y los sueños del futuro civilizado, quedando sólo la naturaleza en su lugar. Para el eco-extremista, esto es un momento de regocijo y no de terror.

-Chahta-Ima

Nanih Waiya, Spring 2016

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Bibiolografía

“The Physical and Demographic Reaction of the NonmissionIndians in Colonial and Provincial California” in Cook, Sherburne F. The Conflict Between the California Indian and White Civilization. Berkeley: University of California Press, 1976.

Heizer, Robert and Kroeber, Theodora (Editors). Ishithe Last Yahi: A Documentary History. Berkeley: University of California Press, 1979.

Kroeber, Karl and Kroeber, Clifton (Editors). Ishiin Three Centuries. Lincoln: University of Nebraska Press, 2003.

Kroeber, Theodora. Ishiin Two Worlds. Berkeley: University of California Press, 1976.

Potts, Marie. The Northern Maidu. Happy Camp, CA: NaturegraphPublishers Inc. 1977.

Starn, Orin. Ishi’sBrain: In Search of America’s Last “Wild” Indian. New York: W.W. Norton & Company, 2004.

Editorial Revista Regresión N° 5

Traducción al inglés de la quinta editorial de la nueva Revista Regresión.

Traducción a cargo de Chahta-Ima.


Editorial

What is life? It is the flash of the firefly in the night. It is the breath of the buffalo in winter. It is the shadow that runs on the grass and is lost on the last day.

Crowfoot, before dying, April 1890

Wild Nature calls, that special call is heard only by a few. It calls to defend a place, to resist artificiality, modernity, progress, and the anthropocentric. The call is desperate and agonizing. It creaks slowly.

For the hyper-civilized, it is inaudible and insignificant. But for us, the eco-extremists in particular, it is of vital importance that we heed that call.

I am an eco-extremist, and I recognize the value that this has today in this modern era, in this idiotic society drunk on technology. You’re branded a lunatic here when you put the Natural above the artificial, when you choose to start conversations in person rather than send a message on Facebook, when you choose to take natural medicines rather than drug your body with pharmaceuticals, when you praise the life of hunter-gatherer nomads over the detestable practices of transhumanists, etc.

In industrial society, if you oppose humanist and progressivist morals, you are labeled a reactionary or a bigot. The masses point you out with their disgusting fingers shouting in unison: Terrorist!

I am an eco-extremist, and I recognize the value that this has in the here and now. And I am prepared to be pigeonholed in the worst way possible, all to admit that I am an individualist at war with the technological system and its civilization.

I am an eco-extremist and I am at war. I have made shrapnel bombs that I have sent to researchers who work to alter Wild Nature. The positive and negative wires have found each other, the electricity from the battery heated the bulb inside the galvanized nipple filled with dynamite, it made a spark, it exploded, I wounded them, the shrapnel penetrated their bodies, and the smoke from the exploded dynamite reached their lungs, burning them at the same time. Their spilled blood has served to remind them that they are not gods, even though they like to pretend that they are. I don’t regret that I wounded and scared them or any of the consequences. What happened was just one response from Wild Nature speaking through me.

I have been in hiding in various cities preparing attacks, conspiring with accomplices, and broadening my range of experience with criminal endeavors.

I’ve lit cars on fire indiscriminately, luxury and cheap ones, big ones and small ones, since all of those disgusting machines create the layer of smog that forms over my head. I’ve watched them burn in thick forests. I am familiar with the reactions of their owners, but I don’t care. Nature has given me the ability to get away with it.

I’ve fired guns at big infrastructure projects and against those who work there, covered in the darkness of night with my band of fierce warriors. The force of the weapon in my hand resonated like thunder, the casings leaping from me like frogs; my feet firmly planted in the Earth like a tree trunk as I see my enemies cower and hide, as if fire were falling from the sky, as if they were in the eye of a fierce hurricane. We came out victorious again, Nature protected us.

I have bombed government institutions, public and private universities, companies, etc. An activated homemade bomb weighs in my backpack, blasting powder encased in its receptacle and firmly sealed, butane gas to create the blast, gasoline to make sure things catch fire, napalm to make it last longer, etc. Night and day, I stalk my target. With great calm I place it discretely, and I withdraw. I hear my light steps on the disgusting and suffocating concrete, listening to my breath and my heart beating like a drum in a war dance. Minutes afterward, I hear the explosion. It worked, the damage is done. If a passerby was hurt, it doesn’t matter to me. My target was hit. If some curious bystander was taken out as well I don’t care. What’s done is done.

I reject the scholarship imposed by educational institutions that are complicit with the system. I prefer to study things that interest me and not the things they want to teach me. Many of those things that they aim to teach are useless for the life that I am living now anyway. The classroom is just another cage in the Great Cage known as Civilization. And that’s why I am unwilling to enter that jail on my own volition. The learning that I seek isn’t present in universities. It’s found in the mountains, forests, deserts, and jungle, next to the coyote, the deer, under the sun and the moon, with the roots and the rain, on the paths not taken, on the riverbanks and the lakes, with my associates or alone, accompanied by the spirits of my ancestors.

I reject all paid work that reduces you to a modern slave in the cities and the countryside. Even if acquiring money is necessary for life in the cities that smell of trash and perfume, I try to acquire it by other means, though always illegally.

My nine millimeter pistol comes with me when I need to get some money to acquire the means to carry out my projects. I’ve held up businesses, banks, etc. I am not an honest hard-working man, quite the opposite. I am a criminal and a terrorist, a hustler and an opportunist. I am not ashamed to say it because that’s what I am. I am the opposite of what this system is, fully conscious of what I do, aware that what I carry out it “evil” in the eyes of society. When I do it, though, I enjoy it, it give gives me pleasure, and I don’t have any pangs of conscience because I know what I’m doing. I know the consequences and even so I lie waiting in the shadows, without worries or regrets.

I envision myself, I stalk my target very well, I study the layout and escape routes. I prepare for the worst. Before embarking, I offer a serene but nervous prayer to the Ineffable, asking it to keep my steps and, that in spite of all odds, that I come out victorious. I speak to Nature, saying to her that she knows full well why I do what I do, that my intentions are real and sincere, that those who dared to hurt her now must pay. I end with a verse robbed from a fragment of apocalyptic scripture, uttered with pagan intention:

“And the nations were angry, and thy wrath is come, and the time to destroy them which destroy the earth.”

I take my pistol, I fill it with ammo, I put the safety on, and I leave toward my prey: a small banking establishment that I’ve scoped out. My accomplices know full well that I am ready to shoot any person who gets in the way and tries to thwart the robbery (police, a civilian trying to play the hero, etc.) I am well aware that they would do the same in trying to stop me.

They take up their planned positions. I go towards the bank with my gun in my pocket, my finger on the trigger and my thumb on the safety, ready for anything. I get into line at the bank acting like I am just any other client. My accomplice watches my back from a few yards back.

While the sheep make their ways to the tellers in an orderly fashion, I observe the Most Wanted poster of bank robbers which says, “If you see them, turn them in.” A mocking grin appears on my face. Time passes slowly and anxiety fills my whole body without being evident to anyone else. No one is suspicious. Finally I’m first in line and my turn comes up. The teller says amicably, “Next.” I take some steps and I’m in front of her. I smile at her cynically and I tell her, “I’d like to make a withdrawl.” I put my elbows on the counter, and in one of my hands is my gun pointed at her chest. With the other hand I motion to her to hand the money over. The teller is in shock and I slowly take turn the safety off the gun and without any more drama she hands over some stacks of bills. The operation is quiet and without any mishaps. I firmly look into the eyes of the teller, warning her not to do anything that she will come to regret.

Outside traffic is flowing normally. People walk in front of the bank or are entering or departing. A woman is at a bus stop with her children she just picked up from school. A man on the sidewalk is arguing on his cellphone. An old woman attends her mobile candy stand on the corner. Everything is business as usual. No one knows that a bank robbery is taking place.

My gang fully alert watches, their pistols and machine guns ready for a shoot-out with the police should they arrive. They see me come out of the bank and behind me is my accomplice watching my back discretely. We leave, and while we sneak through one of our escape routes, we see a truck full of police driving full speed toward the bank. They see us as they speed by but they drive on. We escape into the urban landscape.

This time around the robbery went off without a hitch, without casualties or shots fired. But on other occasions the job hasn’t been so clean. One time I was in a situation where the teller was left in a state of shock when I pointed the gun at him, and he refused to give me the money. At that point I fired without hesitation, and then the buzzing in my ears, the casing hitting the floor and bouncing, the plexiglass unable to contain the shot which lodged the bullet into the man’s chest. My thought at that point was, “Fucking teller, if you are prepared to protect the money of those faggot bankers with your life, then you should have no problem dying for them!” I knew at that this attempt was botched, but it could have been worse Quickly I headed toward the exit, but in a look askance I saw that the manager was on the phone trying to call the police, at which point I aimed and fired again, wounding that bastard as well. I fled the bank almost running, without money, having left two severely wounded men in my wake. That day the blood of the hyper-civilized was an offering to Wild Nature. The piercing alarm had sounded after the first shot. I ran to blend into the crowds. In the distance I heard sirens. They were looking for me. My mouth was dry, my arm was hot, my hand smelled like gunpowder. My gait was nervous, but I grinned since I was able to shoot those two idiots who risked their lives to defend their shitty jobs. I claim proudly the role of extremist individualist, without regrets always learning from my mistakes. There will be another chance to commit robbery soon, there’s no hurry.

All of the above isn’t boasting. These things really happened and to tell the truth, they’re only one important aspect of the attitude of an eco-extremist such as myself. You have to have the mentality of a warrior when you make a bomb, select your target, and detonate it; when you wound people, when you rob a place or when you kill someone. The other part of eco-extremism has to do with one’s personal or collective development in Nature, what you learn from her, the knowledge that you gain working in natural settings. All of these special situations nurture one’s paganism and a bond to the Natural and Ineffable.

I am an eco-extremist, and I realize the value that this has in the here and now. I love Wild Nature, I respect and cherish it. From her I have learned many things.

I remember the great hills that I loved to visit when I was a child. There were many types of trees, there were moles, rabbits, many insects, many types of birds, etc. My father took me to play there because it was the only natural place left in the town consumed by urban sprawl. We ran freely to reach the river which we observed for hours. The wind on our face, the smiles, the grass pricking our feet… The calm washed over our being, and we really savored it.

Years pass and the large construction corporations came and paved over that place to make a many-laned highway. Thus they flattened the Earth, they covered over the holes of the moles and rabbits who suffocated to death. Some tried to flee but died in the process. The bird’ nests were knocked down when the trees they were in were pulled out of the Earth by their roots. The beautiful river was turned into a large canal full of sewage in which flowed garbage and toxic waste. They buried the Earth under concrete, they made my beautiful and beloved place into a dump. One more project to protect the interests of accursed civilization, so that we can all be better connected. All for fucking human progress!

Coming to that place which I had loved so much from my youth, seeing it turned into a sad highway, broke my heart, and I wept from the pain of seeing such devastation. My hands trembled, I sweated, but then I got angry and decided to get revenge for what they had destroyed. Over the coming weeks, many of the machines were damaged by the fires that I lit. I tried to get them to stop harming that place, but I couldn’t stop anything. I was young, and I still maintained the hope that one day “the revolution” would triumph against this dirty system. But soon I realized that I was being an idealist. I then renounced the dream of revolution, and I decided to not have any hope, nor keep any faith in a future “collapse”. I would confront the decadent and pessimistic present in which I presently live, accepting that you can’t stop progress, at least not here.

This is one of the many reasons why I hate civilization, its progress and the technological system. It’s the reason why I want to see everything burn. It is one of the reasons why I am on the side of Nature; not simply because civilization does that to the environment but also because it seeks to modify it according to its will; not only because it exterminates species, but also domesticates them; not only because it wants complete control, but also because it wants to bury our instincts like the moles’ burrows. It wants me to forget that I come from Nature. It wants me to be another man drunk on new technological innovations just like everyone else. I will not let that happen.

An eco-extremist needs to maintain the warrior part of himself, but also he needs to keep equally the symbiotic bond with Nature, respecting and venerating it.

I have walked barefoot on unknown roads following the river to the place where it’s born, learning that many times the road is difficult but when you get you get to the end the payoff is enormous. I have heard the howl of coyotes that surrounded me in the mountains at night. At the same time I looked up from next to my fire and saw the starry sky, eagerly seeking this vision from Nature. I have lost myself in the mountains, and through serendipity found great boulders that looked like human faces. I had an intimate spiritual encounter with them. I have slept in caves that seemed like they would come down on me, with a white owl watching over my sleep and the aroma of wild plants bestowing great calm on me. I have eaten salvia and watercress shoots, mesquite and wild tomatoes. I have cured a wound with Sangre de Grado and aloe. I’ve made shelters from palms and pine branches. I have started a friction fire using a base of sotol and a gordolobo drill. I have eaten snake meat and tanned rodent hides. I have felt like I was being watched by something in the forests at night, but I had no fear. I have felt like I was part of something larger. I have tried to enter narrow caves where I could not even see my hand in from of my face. I was startled by the bats who looked like they were flying right at me. At the end of the cave, I found many vulture feathers, which I considered Nature’s gift to me for having dared to enter that cave. I have felt the rain coming down on my back on the hills, I have run and felt like I was flying with the birds. I have dipped my feet in springs, with fish swimming between my feet. I have seen in the distance a deer on a hill looking at me intently, but projecting safety and tranquility. I have looked at civilization from the mountains, preferring to go deeper into them rather than step once again on the concrete. I have felt relief from having finished building a shelter, and resting my tired feet in the evening calm. I have been surrounded by fireflies without doubting for a second that I too am an animal on this Earth. I have walked on the paths where my Teochichimeca ancestors trod. There I have found obsidian arrowheads, one that perhaps entered the body of an invader, wounding or possibly killing him. But without a doubt, it was shot by my ancestors, and by mere coincidence it has come down to me. This made me feel “chosen” to honor their memory and continue that warrior instinct. This is what I have done.

These and more are my personal experiences which have made me an eco-extremist. Every individualist who wants to claim that identity for himself will have his own experiences and reasons, but these are mine.

This editorial is more personal than anything. Intelligent readers will understand it, but those who don’t will not.

If YOU, the reader of Regresión Magazine, feel that call, no matter what you consider yourself, an eco-extremist or something else, follow it…

“The hills are more beautiful than stone buildings. To live in a city is to live an artificial existence. Many peoples don’t feel the Earth under their feet. They only see plants growing in pots, they never got out far enough to see, beyond the city lights, the enchantment of the starry sky. When people live so far from the creations of the Great Spirit, they forget so easily his laws.”

Tatanga Mani

For the affinity to criminal activities that satisfy individualist instincts!

Let us listen to the call of the Wild and remember where we came from!

Fire, bullets, and bombs for the technological system and against civilization!

We too are Wild Nature, each one of us, let us defend ourselves from the Artificial!

¡Axkan kema, tehuatl nehuatl! (Until your death or mine!)

Chimallitzli

April 2016

Ishi and the War Against Civilization

Presentamos el importante escrito de “Chahta-ima” sobre la relación de Ishi (el último nativo americano de la tribu de los Yahi), y la guerra indiscriminada en contra de la Civilización, lectura extensamente recomendada por el blog Maldición Eco-extremista.


The emergence of eco-extremism and the tactics that it uses have caused much controversy in radical circles internationally. The criticisms that the Individualists Tending Toward the Wild (ITS in Spanish) and other aligned groups have received range from accusations of ultraradicalism to insanity. One major aspect of this polemic centers around the idea of indiscriminate attack. Inflamed rhetoric on the part of eco-extremists may exacerbate hostility towards these tactics among the already skeptical. From how some talk, however, it would seem that ITS or other eco-extremists are engaged in the bombing of pre-schools and nursing homes, that is, random targets, rather than targets of specific importance to the techno-industrial system (laboratories, government ministries, etc.) It must be admitted right off the bat that many who engage in polemics against eco-extremism have an a priori negative bias against any argument no matter how well crafted, as they themselves admit that the maintenance of civilization and domestication is in their own self-interest. There is no point in arguing with them. On the other hand, eco-extremism still has much to say, so those who have ears to hear, let them hear.

The more sympathetic would ask why ITS and its allies feel that they must “double down” on the idea of indiscriminate attack. Why harm the people you are trying to help? In other words, civilization and the destruction that it unleashes upon the world are the fault of a small section of modern society, and we must focus on convincing the vast majority that is not at fault in order to have the balance of forces needed to overcome the evils that presently beset us. Aside from that, it’s just bad form. It’s understandable that “bad things” happen even in well-planned actions. The least that those who carry them out can do is say that they’re sorry. That’s just good manners. It’s better, as some Chilean anarchists did recently, to explode noise bombs at four in the morning when no one is around in order to express “solidarity” with whoever international anarchism has been asked to pray for… I mean, express solidarity with this week. But if you have to do something, the least that you can do is minimize harm and express regret if something goes amiss (but mostly you should do nothing…)

Of course eco-extremism rejects these objections as childish and hypocritical. Are these people expressing their moral superiority while playing with fire crackers in the middle of the night and then dedicating it to someone halfway around the world for no apparent reason? Do they want a cookie or a sticker for being such well-behaved children? Eco-extremism will readily admit that devout anarchism is more pious and holier than it is. It doesn’t want its help anyway. If left-leaning anarchists want to win the popularity contest in the insane asylum of civilization, by all means eco-extremism forfeits. Congratulations in advance.

There have been lectures to eco-extremists that this is not how a war against civilization is waged. Very well, let’s go ahead and take a closer look at an actual war against civilization. The editors of Revista Regresión have already written an extensive series of articles on the Mixton Rebellion and the Chichimeca War that swept much of Mexico in the 16th century, and we heartily recommend their work here. In this essay, we are going to augment their arguments by having recourse to a well-loved example of a “cuddly” and tragic Indian, Ishi, the last of the Yahi tribe in the state of California in the United States. In this exercise, we don’t pretend to know everything about those members of a Stone Age tribe that was hunted to extinction by the whites. Insofar as any historical analogy is flawed ipso facto, here we will at least try to take the lessons from how the Yahi fought, their attitudes toward civilization down to the last man, and how the shape of their culture problematizes anarchist and leftist values held over from the Enlightenment. This essay hopes to show that the Yahi’s war against civilization was also indiscriminate, devoid of Western values of solidarity and humanism, and was a duel to the death with domesticated European life. In other words, it is a model for how many eco-extremists see their own war carried out from their individuality. Ishi, far from being a model “noble savage”, was the last man standing in a war against the whites waged with the utmost amount of brutality and “criminality” that the now extinct Yahi could muster.

The Yahi

On August 29th, 1911, a naked and starving brown man of around fifty years of age was found outside of a slaughterhouse near Oroville, California. The man was soon taken into custody and locked in the town jail. At first, no one could communicate with him in any known language. Soon, anthropologists arrived from San Francisco and found that the man was Yahi, the southernmost band of the Yana tribe, known locally as “Digger Indians” or “Mill Creek / Deer Creek Indians”. It had long been suspected that a small group of “wild Indians” still lived up in the inhospitable hill country of northern California. The anthropologists made arrangements to take the last “wild Indian” with them to San Francisco to live with them in their museum and teach them about his culture. Having found an (imperfect) Yana translator, they could not get a name from the Indian other than “Ishi”, the Yana word for man. And that is the name he was known by from the time of his capture until his death four and a half years later.

The Yahi were the southernmost branch of the larger tribe called the Yana found in northern California north of the town of Chico and the Sacramento River. Before the Europeans came, there were perhaps no more than 3,000 Yana on their traditional lands bordered by the Maidu to the south, the Wintu to the west, and the Shastan tribe to the north. They spoke a Hokan language the roots of which they shared with tribes throughout North America. As a tribe, the Yana in particular were much smaller than their neighbors, but still had a reputation for savagery towards their neighbors. There is also speculation that the Yana may have lived in the more productive lowlands first before being driven into the less hospitable hill country by their much larger and wealthier neighbors to the south in particular. As Theodora Kroeber comments in her book, Ishi in Two Worlds:

“The Yana were fewer in numbers and poorer in material comforts than were their valley neighbors, whom they regarded as soft, lax, and indifferent fighters. Like hill tribes in other parts of the world the Yana, too, were proud, courageous, resourceful, and swift, and were feared by the Maidu and Wintu peoples who lived in the lowlands.” (25)

M. Steven Shackley, in his essay, “The Stone Tool Technology of Ishi and the Yana,” elaborates concerning the Yahi relationship with their immediate neighbors:

“Because of having to live in such a marginal environment, the Yahi were never on good terms with any surrounding groups for any length of time. Regional archeological evidence suggests that speakers of Hokan languages, probably what could be called proto-Yana, lived in a much larger territory that included the upper Sacramento River Valley as well as the southern Cascade foothills until the ‘Penutian intrusion’ at some point 1000 years ago. These groups speaking Penutian languages were the ancestors of the Maidu and Wintu / Nomlaki who lived in the river valley at the time of Spanish and Anglo contact. Considerable violence is suggested at this time in the archeological record and the proto-Yana evidently did not move into a smaller, more marginal habitat willingly. Violence at the hands of outsiders was not new with the coming of the Anglos after 1850; the Yahi had maintained long-term enmity relationships with the groups speaking Penutian languages who had forcibly removed them from bottom land and surrounded them for some time.” (Kroeber and Kroeber, 190)

In general, however, the Yana lived as did most tribes, clinging to the cycle of the seasons and with little societal stratification. The one major difference among the Yana is that they had sex-duality in language, that is, a different form of the Yana language was used by each sex. As Theodora Kroeber explains,

“Infants of both sexes were cared for by the mother with an older sister or grandmother helping. Their first speech was that of the woman’s dialect, always spoken by women, and by men and boys in the presence of girls and women. As a boy grew older and was independent of nursing care, he was taken by his father or older brother or uncle wherever they were going, for longer and longer times each day. By the age of nine or ten, well before puberty, he was spending most of his waking hours in male company and was already sleeping in the men’s house. Thus, he learned his second language, the men’s dialect.” (29-30)

Kroeber explains that female speech was often a “clipped” speech, with male words having more syllables. Though women only used one dialect of the language, they knew the male variant as well. Theodora Kroeber speculates that far from being a linguistic curiosity, the strict division of speech may have made Yana culture far more intransigent to interference from the outside world. She writes, “There remains a psychological aspect of this language peculiarity which is not subject to proof, but which should not be dismissed. The surviving Yahi seem never to have lost their morale in their long and hopeless struggle to survive. Could the language have played a role in this continuing tension of moral strength? It had equipped its speakers with the habit of politeness, formality, and exact usage freighted with strong feeling for the importance of speaking and behaving in such and such a way and no other, a way which did not permit slovenliness either of speech or of behavior.” (ibid, 31)

Theodora Kroeber examines this aspect of Yana life later in her book when describing Ishi’s relationship with his first half-breed Yana interpreter, Sam Batwi:

“Ishi was a conservative whose forebearers had been men and women of rectitude; whose father and grandfather and uncles had carried with dignity and restraint the responsibilities of being principal men of their villages. Ishi’s own manners were good; Batwi’s smacked of the crudity of the frontier town, which was what he knew best and which, by the custom of the time, he knew from its least enlightened citizens… It may well be that upon first meeting, Ishi and Batwi recognized that they were from different strata of Yana society, Batwi’s the less well regarded..:” (153)

Most of Yahi culture was very similar to the indigenous cultures of California in general. The efforts of the men were centered on hunting game and fishing in the streams, particularly for salmon as seasonally available. The efforts of the women focused on gathering, storing, and preparation of acorns and other plants as a part of their staple diet. Anthropologist Orin Starn, in his book, Ishi’s Brain: In Search of America’s Last “Wild” Indian, states the following concerning the Yahi’s conservatism in particular (71):

“Yet the Yahi were also an ingrown community set in their ways. They may have intermarried with neighboring tribes (and sometimes kidnapped women in the mid-nineteenth century), but outsiders were absorbed into the Yahi way. Elsewhere in Native America before Columbus, there was volatility and change – disease, war, migration, cultural invention, and adaptation. In the Southwest, for example, the legendary Anasazi cliff dwellers suddenly vanished in the twelfth century, for reasons still debated. Over time, however, the Yahi showed more continuity and stability than these other groups. Relatively little modification occurred in fashioning spear points, laying out a camp, pounding acorns, or other routines of Yahi existence. By all appearances, Ishi’s ancestors followed more or less the same way of life of many centuries.”

As they were far north, snow and lack of food were often factors in the lean times of winter. Nevertheless, the Yana knew how to thrive on the land which they were given, as Kroeber summarizes in her picture of Yana life and its relationship with the seasons:

“Winter was also the time for retelling the old history of the beginning of the world and how the animals and men were made, the time to hear over again the adventures of Coyote and Fox and Pine Marten, and the tale of Bear and Deer. So, sitting or lying close to the fire in the earth-covered house, and wrapped in warm rabbitskin blankets, with the rain falling outside and the show moon bringing a light fall down Waganupa as far even as Deer Creek, the Yana cycle of changing seasons completed another full turn. As the food baskets emptied, one by one, and game remained hidden and scarce, the Yana dreams turned to a time, not far off, when the earth would be covered with new clover. They felt an urge to be up and about in an awakening world, while far away in the great ocean which they had never seen, the shining salmon were racing toward the mouth of the Sacramento River, their goal the Yana’s own home streams.” (39)

Starn also cites a chant sung by Ishi to the anthropologists summarizing Yahi fatalism. (42):

Rattlesnake will bite.

Grizzly bear will bite

and they will kill people.

Let it be this way.

Man will get hurt falling off rock.

Man will fall down when gathering pine nuts.

He’ll swim in the water, drift away, die.

They’ll fall down a precipice.

They’ll be struck by arrow points.

They’ll be lost.

He’ll have wood splinters get in his eye.

They’ll be poisoned by bad men,

They’ll be blind.

The Yahi at War

As could be expected, the invasion by Europeans could make even once peaceful tribes openly hostile to outright savage. As Sherburne F. Cook stated in his book, The Conflict Between the California Indian and White Civilization:

“The general effect of these events was to bring about a shift in the entire social horizon of the natives, particularly that of the Yokuts, Miwok, and Wappo. The disruptive forces, previously discussed with reference to their influence on population decline, had also the effect of generating an entirely new kind of civilization. To put it in essence: a peaceful, sedentary, highly localized group underwent conversion into a semiwarlike, seminomadic group. Obviously this process was by no means complete by 1848, nor did it affect all component parts of native masses equally. But its beginnings had become very apparent.” (228)

Nevertheless, not all Indians reacted energetically to the white Anglo invasion. The Maidu, the valley neighbors of the Yahi immediately to the south, seemed to have not put up much of a fight to the onslaught of whites coming onto their land, as one Maidu writer, Marie Potts, indicated:

“As more white men came, they drained the land. Ranches developed so fast that we, having had this country of mountains and meadows to ourselves, were left to become either laborers or homeless wanderers. Being peaceable and intelligent people, we adapted the best we could. Sixty years later, when we awoke to our situation and presented our case to the United States Land Commission, our claim was settled for seventy-five cents an acre.

There were no uprisings in Maidu country. The white settlers who came to our area were glad to have Indian labor, and the records show some fair dealing.” (Potts, 10)

As indicated above, the Yahi were hostile even to the Indian tribes around them, and brutally so. As Ms. Potts states concerning the Yahi’s relations with the Maidu:

“The Mill Creeks (Yahi) were what we called ‘mean’ people. They had killed a lot of our people, even little babies. They watched, and when our men were away hunting or working they attacked the helpless women and children and old people. One man returned once from hunting to find his wife dead and their baby lying on the ground, eaten by ants.

After the Mill Creeks had killed a number of whites, they found out that the whites were gathering volunteers for a raid to punish them. Therefore, they set up an alarm system to warn themselves, living as they were in the canyons of their rough, unproductive country.” (ibid, 41)

When the white settlers arrived in connection with the finding of gold in California in the late 1840’s and early 1850’s, they brought with them the modus operandi of “the only good Indian is a dead Indian”. There was no love lost between them and the Yahi, and the Yahi were persuaded to hone their austere and intransigent ways in a guerilla war of terror against the whites. Stephen Powers, writing in 1884, describes the Yahi in the following passage:

“If the Nozi are a peculiar people, these [the Yahi] are extraordinary; if the Nozi appear foreign to California, these are doubly foreign. They seem likely to present a spectacle which is without a parallel in human history – that of a barbaric race resisting civilization with arms in their hands, to the last man, and the last squaw, and the last pappoose… [They] inflicted cruel and awful tortures on their captives, like the Algonkin races. Whatever abominations the indigenous races may have perpetrated on the dead, torture of the living was essentially foreign to California.” (Heizer and Kroeber, 74)

The California anthropologist Alfred Kroeber further speculated concerning the warlike tendencies of the Yahi:

“Their warlike reputation may be due partly to the resistance offered to the whites by one or two of their bands. But whether the cause of this was actually a superior energy and courage or an unusual exasperation aided by a rough, still thinly populated, and easily defensible habitat is more doubtful. That they were feared by their neighbors, such as the Maidu, argues them a hungering body of mountaineers rather than a superior stock. The hill dweller has less to lose by fighting than the wealthy lowlander. He is also less exposed, and in time of need has better and more numerous refuges available. All through California, the plains peoples were the more peaceably inclined, although the stronger in numbers: the difference is one of situation reflected in culture, not in inborn quality.” (ibid, 161)

Jeremiah Curtin, a linguist studying California Indian tribes in the late 19th century, describes the “renegade” nature of Ishi’s tribe:

“Certain Indians lived, or rather lurked, around Mill Creek, in wild places somewhat east of the Tehama and north of Chico. These Mill Creek Indians were fugitives; outlaws from other tribes, among others from the Yanas. To injure the latter, they went to the Yana country about the middle of August, 1864, and killed two white women, Mrs. Allen and Mrs. Jones. Four children were also left for dead by them, but the children recovered. After the murders the Mills Creeks returned home unnoticed, carrying various plundered articles with them.” (ibid, 72)

One chronicler detailed a Yahi atrocity in the following passage:

“The killing of the Hickok children was in June, 1862. The Hickok children, two girls and a boy were gathering blackberries on Rock Creek about three-quarters of a mile from their home when they were surrounded by a number of Indians. They first shot the oldest girl, she was seventeen years old. When found she was entirely nude. They then shot the younger girl, but she ran to Rock Creek and fell with her face in the water. They did not take her clothing as she was in full dress when found. Just then Tom Allen came upon the scene. He was hauling lumber for a man by the name of Keefer. They immediately attacked Allen. He was found scalped with his throat cut. Seventeen arrows had been shot in him and seven had gone partly through so that they had to be pulled out the opposite side.”(ibid, 60)

Mrs. A. Thankful Carson, once a captive of the Mill Creeks or Yahi Indians, also described other instances of Yahi brutality:

“A boy about twelve years old was killed in a most barbarous way: they cut off his fingers, cut out his tongue, and were supposed to have buried him alive, but when he was found he was dead. On another occasion a man by the name of Hayes was out herding sheep. Some time during the day he went to his cabin and found it surrounded by fifteen Indians. They saw him coming: he turned and ran, but the Indians followed shooting arrows at him as he went from tree to tree. Finally they shot him with a gun through the arm. He managed to escape capture by a narrow margin.” (ibid, 26)

Another local chronicler, H.H. Sauber, described  the reasoning behind hunting the Yahi to extermination:

“Once they murdered three school children within ten miles of Oroville, and more than forty miles from Mill creek. Soon after, they killed a teamster and two cowboys in one afternoon, and were clear away and scudding through the hills loaded down with stolen beef, before anyone guessed that they had been out. Other victims, too numerous to mention, had fallen by their ruthless hands. In short they never robbed without murdering, even when the crime could aid them in no earthly way, in fact could only more inflame the whites against them.” (ibid, 20)

Alfred Kroeber echoed this sentiment in a 1911 essay on the Yahi, where he stated,

“The Southern Yana, or Mill Creeks, met with a much more romantic fate than their kinsmen. When the American came on the scene, took up their lands for farming or cattle raising, and at the point of the rifle drove them off if they interfered, as happened before ten years had elapsed after the first gold rush, the Mill Creeks, like so many of their brethren, resisted. They did not, however, after the first disastrous conflict taught them the overwhelming superiority of the white man’s firearms and his organization, tamely desist and accept the inevitable. Instead, they only hardened their undying spirit of tenacity and love of independence and began a series of vigorous reprisals. For nearly ten years they maintained unflagging warfare, destructive mainly to themselves, but nevertheless unparalleled in stubbornness, with the settlers of Tehama and Butte counties. Hardly recovered from one blow, the survivors would raid in another direction, and in such cases they spared neither age nor sex. Atrocities committed on white women and children roused the settlers’ resentment to the highest pitch, and every Indian outrage was more than requited, but still the diminishing band kept up the unequal struggle.” (ibid, 82)

Theodora Kroeber tries to temper these accounts with her own reflections on Yahi brutality and “criminality”:

“The Indians meanwhile took horses, mules, oxen, cows, and sheep when and where they could, wasting no part of these animals which were food and clothing to them. They made blankets and capes of the pelts, tanned the hides, and made ‘charqui’ or ‘jerky’ of such of the meat as was not eaten fresh. In other words, they treated the introduced animals as they did deer, bear, elk, or rabbit. They seem not to have realized that the animals were domesticated, the dog being the only domesticated animal they knew. They stole and killed to live, not to accumulate herds or wealth, nor did the Indians really understand that what they took was the private property of a single person. Many years later when Ishi was past middle age, he blushed in painful embarrassment whenever he recalled that by white standards he and his brother Yahi had been guilty of stealing.” (61)

Theodora Kroeber in her work does not seem to address the Yahi’s brutal style of warfare in depth, emphasizing the exigencies that they confronted during the massive white invasion into their lands.

Ishi

In spite of having “home field advantage” and an exceptionally energetic approach to attack on their enemies, the Yahi were gradually hunted down and destroyed until there were only a handful left. In 1867 or 1868, a massacre at Kingsley Cave killed 33 Yahi men, women, and children, which was the last major blow by the whites to the last wild Yana. As Theodora Kroeber states,

“Ishi was a little child of three or four years old at the time of the Three Knolls massacre, old enough to remember terror-fraught experiences. He was eight or nine when the Kingsley Cave massacre took place, old enough, possibly, to have taken some part in the cleaning up of the cave and in the ritual disposition of its victims. He entered the concealment in which he would grow up at not more than ten years of age.”  (ibid, 91)

With the open military defeat of the Yahi, the savage began a time of concealment, which A.L. Kroeber would classify as, “the smallest free nation in the world, which by an unexampled fortitude and stubbornness of character succeeded in holding out against the tide of civilization twenty five years longer even than Geronimo’s famous band of Apaches, and for almost thirty five years after the Sioux and their allies defeated Custer.” (Heizer and Kroeber, 87)

The remaining Yahi hid, hunted, gathered, and stole all that they could under their difficult circumstances. They lit their fires in ways that could not be seen from far distances, they had their settlements not distant from where whites would normally travel and frequent. Soon their presence became a rumor and then a mere legend. That is, until a few years before Ishi walked to civilization, their camp was found near Deer Creek in 1908. Ishi and some remaining Indians escaped, but within three years, Ishi was all alone, which made up his mind for him to walk to the enemy where he was sure that he would certainly be killed, as had the rest of his people.

By 1911, however, through the victors’ problematic benevolence, Ishi went from a sworn enemy to a minor celebrity, moving to San Francisco and having a constant stream of visitors coming to the museum where he stayed. People were fascinated by this man who was the last true Stone Age person in North America, someone who could knap and carve his own tools and weapons from stones and sticks. Ishi made “peace” with civilization, and even made friends. He developed his own preferences for foods and other goods, and meticulously kept his property as he had when he lived nearly forty years in hiding. Nevertheless, within less than five years of arriving in civilization, Ishi the last Yahi succumbed to perhaps one of the most civilized diseases of all: tuberculosis.

Nevertheless, there were some rather interesting details that are rather indicative of Ishi’s attitude towards life in civilization. Ishi refused to live on a reservation, and chose to live among the whites, in the city, far from the corrupt Indians who had long ago given into the vices of civilization. As T.T. Waterman stated in one indirect reference to Ishi in a journal article that he wrote,

“It has always been supposed that remnants of several tribes made up these Mill Creek renegades. From what we have recently learned, it seems unlikely that there was more than one tribe involved. In the first place, the only member of this hostile group who has ever been questioned [i.e. Ishi], expresses the liveliest dislike for all other tribes. He seems, and always has seemed, more ready to make friends with the whites themselves, than with the neighboring groups of Indians. In the second place, all the other Indian tribes of the region profess the liveliest horror for the Yahi. This awe extends to even to the country to-day which the Yahi frequented. Even the Yahi and the Nozi, though they spoke dialects of one language (the so-called Yana) express the most unrelenting hostility to each other. In other words, the Indians who lurked about in the Mill Creek hills for several decades after the settlement of the valley, were probably the remnant of a comparatively pure group, since there was little likelihood of intermixture.” (Heizer and Kroeber, 125)

[It should be noted here that Orin Starn rejects the idea of the ethnic purity of the Yahi in the historic period, but gives no real reasoning behind it (106). This theme will be discussed below.]

In his voluntary captivity in civilization, Ishi was noted for his sobriety and equanimity toward those around him, devoted to the duties assigned to him at the museum at which he lived, and also to showing the manufacture of artifacts he used for survival. Theodora Kroeber describes Ishi’s general attitude toward his civilized surroundings,

“Ishi was not given to volunteering criticism of the white man’s ways. But he was observant and analytic, and, when pressed, would pass a judgment somewhat as follows. He approved of the ‘conveniences’ and variety of the white man’s world – neither Ishi nor any people who have lived a life of hardship and deprivation underrate an amelioration of those severities, or scope for some comforts and even some luxuries. He considered the white man to be fortunate, inventive, and very, very clever; but childlike and lacking in a desirable reserve, and in a true understanding of Nature – her mystic face; her terrible and her benign power.

Asked how he would, today, characterize Ishi, [Alfred] Kroeber says, ‘He was the most patient man I ever knew. I mean he has mastered the philosophy of patience, without trace either of self-pity or of bitterness to dull the purity of his cheerful enduringness.’ His friends all testify to cheerfulness as a trait basic to Ishi’s temperament – a cheerfulness which passed, given half a chance, into a gentle hilarity. His was the way of contentment, the Middle Way, to be pursued quietly, working a little, playing a little, and surrounded by friends.” (239)

For the eco-extremist or anti-civilization perspective, Ishi’s latter years appear problematic, even contrary to the desired narrative. Even Theodora Kroeber uses Ishi’s seeming magnanimity as graciously accepting defeat and accepting the ways of the white man to be a supporting of the ideas of humanism and progress (140). However, this is a mere matter of interpretation. One cannot judge a person who lived forty years in hiding, seeing all of his loved ones die either violently, of age, or of illness, and pass judgment especially when he was at the point of starvation and death. Through it all, Ishi clung to the dignity and sobriety that is, ironically enough, the essence of Wildness as Ishi saw it. Most of all, however, Ishi bore witness to that Wildness, he communicated it, and shunned those who had turned their back on it and embraced the worst vices of their conquerors. As the editors of Revista Regresión stated in their own reply concerning the Chichimecas who “surrendered” to the whites in the 16th century in the article, “On Ritual Magazine”, “San Luiz de la Paz in the state of Guanajuato is the last registered Chichimeca settlement, specifically in the Chichimeca Missionary Zone. Here can be found the last Chichimeca descendants, the Chichimeca Jocanes, who preserved from generation to generation the memory of the conflict that threatened the Viceroyalty during those years. A member of RS was able to engage in conversations with some of the people of this town. We will keep these sources anonymous so as not to have them associated with our ecoextremist group. Those involved in these conversations confirm the fierceness of the ChichimecaGuachiles and proudly emphasize their warlike past. They mentioned that, with the defeat of the last hunter-gatherer nomadic savage tribes, the surviving Chichimeca bands decided to concede and show the Spanish that they now followed the foreign religion; that they adhered to the new commandments and would adapt themselves to sedentary life. They only did this in order to preserve their language, their traditions, and beliefs. The elders as well as the shamans (madai coho), who came down from the mountains after many years of war with peaceful intentions, nevertheless decided to live apart so that their stories and customs would not be erased from memory. Thus they would be preserved as a legacy for coming generations.”

If it were not for Ishi’s walking into civilization instead of choosing to die in the wilderness, we would not know his story, or the story of the last free band of wild Indians in North America. Thus, even in defeat, Ishi’s “surrender” is truly a victory for Wild Nature, one that can inspire those who come after him to partake in similar struggles according to our own individuality and abilities.

It should be noted by way of a postscript that many “revisionist” historians see Ishi’s history as much more complicated than the initial story told by the anthropologists who found him. Some scholars think that because of his appearance and how he knapped his stone tools, Ishi may have been racially Maidu or half-blooded Maidu – Yahi. This would not be surprising as the Yahi often raided surrounding tribes for their women (Kroeber and Kroeber, 192). Linguists have found that Yahi had many Spanish loanwords, postulating that some in Ishi’s band had left the hills in the not-too-distant past and worked for Spanish ranchers in the valley, only to return to the hills once the hostile Anglos came. Though self-preening scholars think they are finding nuance in the Yahi story, in reality many of their insights were in the original reports, even if not emphasized.

Further, Starn himself, otherwise quite the revisionist, admits the possibility that Ishi and his band remained hiding in the hills due to a notable conservatism in their way of life and worldview:

“That Ishi was here so detailed and enthusiastic [in re-telling Yana tales], Luthin and Hinton insist, evinced his ‘clear reverence and love’ for traditional Yahi ways, however difficult life was for the last survivors in the confines of the inaccessible parts of the foothills. Besides their fear of being hanged or shot, the decision made by Ishi and his little band not to surrender may also have measured attachment to their own way of life – a steaming bowl of acorn stew on a chilly morning, the gorgeous starry nights, and the reassuring rhythm of the seasons.” (116)

Lessons from the Yahi War

I have meandered from the original point of this essay but I have done so purposefully. The intention has been to let Ishiand the Yahi, the last wild tribe in North America, speak for themselves, instead of engaging in simple polemics where sloppy sloganeering replaces real in-depth attention to a subject. What is clear is that the Yahidid not wage war as Christians or liberal humanists. They slaughtered men, women, and children. They stole, they attacked in secret, and they fled into the shadows after their attacks. They were not well-liked even by their fellow Indians, those who should have been just as hostile to civilization as they were. And the prospect of certain defeat did not stop them from escalating their attacks until there were few of them left. Once that point was reached, they literally held out to the last man. In that, eco-extremism shares or at least aspires to many of these same qualities.

The Yahiwere a perfect example of what the eco-extremist seeks as outlined in the editorial of Regresión4:

“Austerity: This decadent society makes us want stuff that we don’t need, though some refuse to see this and are enslaved by the endless pursuit of more trinkets. The majority of people are trying to keep up with the Joneses, they dream of making it big, of having the latest gadgets and comforts, etc. For us, all of that is an abomination. Simplicity: making do with what you have and rejecting civilized vices regarding coveting unnecessary things. These are well-known traits of the ecoextremist individualist.”

The Yahi, like many of the Chichimeca tribes of what is now Mexico, lived in “inhospitable” hill country at odds with their more affluent and numerous neighbors in the lowlands; this was the case even prior to the arrival of the Europeans. These neighbors, notably the Maidu, did not fight back against civilization because their relatively affluent life made them more conducive to accepting the civilized way of life. Unlike the Mesoamerican kingdoms, the Maidu did not know agriculture, but they were nonetheless already “domesticated” on one level.

It was the harsh and Spartan culture of the Yahithat strengthened their opposition to the Europeans, even when the latter showed superior power, even when it was clear that it was a war of extermination that they would likely lose. They redoubled their efforts and fought their own war of extermination to the best of their ability, sparing neither women nor children. Through cunning, guile, and a superior knowledge of the landscape, they waged a campaign of terror on the whites, a campaign that confounded all who studied the indigenous tribes of the region. Even other Indians feared them (just as other people who say they oppose civilization excommunicate the eco-extremists) as they did not divide the world into neat dichotomies of Indians vs. whites. To them, those who were not with them were their enemies and were treated as such.

The Yahi’swar was thus indiscriminate and “suicidal”, just as the eco-extremist struggle aims to be. “Indiscriminate” in the sense that it is not driven by humanistic or Christian considerations. It didn’t take into consideration who may have been “innocent” or “guilty”: it attacked all non-Yahi, all who had surrendered to the genocidal ways of the white man. The Yahiweren’t aiming to make friends with other tribes: even when Ishienters civilization, he refuses to associate with the Indians of his region who surrendered so easily to white civilization. To preserve his dignity, he preferedto stay with his conqueror rather than with the conquered. The Yahiwar was “suicidal” in that it took no consideration of the future: it aimed to live free in the here and now, and to attack those who were attacking them, without weighing the cost. That is because their way of life was forged on the margins on hostile lands,

and much of their dignity centered on attack on those who they considered soft and inauthentic. There was no future for the Yahiin civilization because there was no room for compromise with civilization.

Here I will speculate (purely based on my own opinion) as to why someone would adopt eco-extremist views in our context. Of course, there is much anger, perhaps even rage, involved. I imagine that there would need to be to carry out these actions. However, what does the eco-extremist love? Modern humans are so alienated from Wild Nature, so callous to a way of life where they don’t depend on civilization for their every need, that they lament someone being wounded by an exploding envelope, yet shrug off, or even endorse, the destruction of a forest or a lake or a river for the benefit of civilized mankind. They’re so numb to their own nature that they think that Nature itself is a product of their own ingenuity, that trees only fall in the forest so that they can hear them, and that the sine qua non of life on Earth is the continued existence of eight billion hungrier and ever greedier people. If anyone is blinded by hate, it is the humanist, the leftist, and the apologist for “law and order” who makes their own existence the non-negotiable condition for the continuity of life on Earth. If given the choice between the destruction of the planet and their own beloved abstraction called, “humanity”, they would rather destroy the world than see humanity fail.

What is even sorrier is that most civilized humans won’t even be thankful for the noble sentiments of the anarchist and the leftist. To them they will just be snot-nosed bomb throwing punks who should chill out, go to the football game, and stop bothering others with their politics or solidarity. The leftist / anarchist has Stockholm syndrome for masses who will never listen to them, let alone allow them to win them over. They want to be seen in a good light by society, even though society will never pay them any heed, let alone like them. They refuse to see society as the enemy, and that’s why they’ll perish along with it, not knowing why the dream of the Enlightenment failed, why all men will never be brothers, why the only thing in which civilized humans are equal is in their complicity in the destruction of Wild Nature. They aim to be the star pupils of civilization but will always remain the miscreants, the outsiders, the dirty anarchists who need to get a job.

Eco-extremism will grow because people know that this is the endgame. Indeed, from Muslims to Christians to all sorts of other ideologies, apocalypse is in the air, and nothing can stop it. That’s because civilization is a death wish, and always has been. It knows that man cannot be dominated, that the only way to make him submissive is to turn him into a machine, to mechanize his wants and needs, and to remove him further and further from the chaos within himself that is Wild Nature. In this sense, the spirit of Ishiand the Yahiremains, it will always resurface when you least expect it, as a tendency and not as a doctrine, as a cry that fights today without fear for tomorrow. Eco-extremism will have no end because it is the savage attack, the “natural disaster”, the desire to let the fire burn and to dance around it. The anarchist recoils and the leftist fears, because they know that they can’t defeat it. It will continue, and consume everything. It will burn up utopias and the dreams of civilized futures and leave only Nature in its place. For the eco-extremist, that is a cause of rejoicing and not of horror.

-Chahta-Ima

NanihWaiya, Spring 2016

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Works Cited

“The Physical and Demographic Reaction of the NonmissionIndians in Colonial and Provincial California” in Cook, Sherburne F. The Conflict Between the California Indian and White Civilization. Berkeley: University of California Press, 1976.

Heizer, Robert and Kroeber, Theodora (Editors). Ishithe Last Yahi: A Documentary History. Berkeley: University of California Press, 1979.

Kroeber, Karl and Kroeber, Clifton (Editors). Ishiin Three Centuries. Lincoln: University of Nebraska Press, 2003.

Kroeber, Theodora. Ishiin Two Worlds. Berkeley: University of California Press, 1976.

Potts, Marie. The Northern Maidu. Happy Camp, CA: NaturegraphPublishers Inc. 1977.

Starn, Orin. Ishi’sBrain: In Search of America’s Last “Wild” Indian. New York: W.W. Norton & Company, 2004.

Message of ITS-Argentina for the Antisocial (?) Writers of Black Dagger

Comunicado original en español publicado el 03 de abril 2016.

Mensaje de ITS-Argentina traducido al inglés por “Chahta-Ima”.

¡Muerte a la hipocrecia anarco-pedorra!

¡Muerte a su doble moral en pro del sistema!


How do we manifest our hate? One would think that it wouldn’t be through love of the hated thing. But this seems to be the case with some who love that which they claim to hate, for the noteworthy thing here is that hate isn’t Christian, whereas love is. This seems to be how the anarchists of the publication, “Black Dagger,” think, since they claim to be “antisocial” because they hate, “this society and its defenders, no matter what their particular positions are,” but on the other hand believe things like, “the chance or random actions that kill a greater number of bystanders are on par with the actions of the very State itself and of its lackeys.”

Before this statement in the text entitled, “Amoral (?) Attack Objectives,” they indicate that they only agree with the idea of “the more people who are killed the better,” if the casualties are part of the “forces of law and order, WE DON’T CARE WHAT HAPPENS TO THEM, it’s all the same to us.” (Our emphasis.) Thus we have to ask them: if you’re so antisocial, do you care about those people who aren’t necessarily police but who still defend them? What relationship should an antisocial person have with a bystander or a worker? NONE!

Since none of this makes sense to us, and we can’t understand how someone can say one thing yet mean another, we think that perhaps the reason behind the text is not to “host a debate on indiscriminate attack,” as the text states. We think, rather, that it is a preemptive measure to cover their ass so that tomorrow they can say something along the lines of, “Don’t look at me! I’m not the one you’re looking for! I’ve always stated that I am opposed to terrorism. Here’s my magazine, officer, the irrefutable proof. I’m antisocial but I abide by the rules of society!”

We have already stated that, “*We are against the decency and Christian scruples of some who don’t want any collateral damage. To them we say, ‘before any bystander (ANY), a thousand times us.’ All possible ‘collateral damage’ is not a ‘calculation error’ and it is not ‘the price of the struggle’. It is a choice: a conscious and desired CHOICE.”

To conclude we clarify that we will not respond to the chicanery of “the call of the sacred of the forest” nor to the accusations of being prideful, fascists, or authoritarians. This type of debate bores us. We will let our actions speak for themselves.

ITS: unapologetic terrorists and the true enemies of society!


-ITS – Argentina

Wild Constellations

MESSAGGIO DELLE ITS-CONSTELACIONES SALVAJES PER GLI ANTISOCIALI (?) DI “PUÑAL NEGRO”

Comunicado original en español publicado el 03 de abril 2016.

Traducción al italiano del mensaje de ITS-Argentina, pisoteando la doble moral de los “anarco-pedorros” de la revista “Puñal negro”.

Traducción a cargo de “Via Negationis.


In che maniera manifestiamo il nostro odio? Si potrebbe pensare che non è attraverso la pietà verso quello che si odia. È opinione che alcuni pensano che sia così poiché quelli che odiano hanno pietà, e che la cosa appariscente qui è che l’odio non è cristiano mentre la pietà si. È il parere degli anarchici della pubblicazione “Puñal negro”, che dicono essere “asociali” perché odiano “questa società ed i suoi difensori, di qualunque ruolo” e d’altra parte credono “che le azioni a caso e per ammazzare il maggiore numero di passanti sono lontane dal differenziarsi dalle azioni che lo stesso Stato o i suoi lacchè realizzerebbero.”

Nel testo intitolato “Obiettivi Amorali (?) Dell’attacco” indicano che sono d’accordo con l’idea di poter “ammazzare più persone” solo se fossero “le forze dell’ordine-NON IMPORTA QUELLO CHE SUCCEDA, sono la stessa cosa” (le maiuscole sono nostre). Allora domandiamo loro, perché, se si dicono asociali, gli importa quello che succede alle persone che non sono necessariamente polizia ma sono i suoi difensori? Che relazione dovrebbe avere un asociale con un semplice passante, un lavoratore? NESSUNA!

Tenendo conto che queste cose non ci fermano, non capiamo come qualcuno può dire una cosa e allo stesso tempo dirne un altra, crediamo che l’idea di questo testo NON sia “dare apporto al dibattito sull’Attacco Indiscriminato” come scritto nella parte finale, bensì piuttosto continuare a guadagnare un posticino, sufficientemente comodo, dove un “domani” possano affermare “che non mi si consideri, non mi si persegui, ho detto sempre che ero in disaccordo col Terrorismo, qui sta la mia rivista, signore carceriere, questo è la prova irrefutabile, sono asociale ma rispetto la società.”

Lo abbiamo già detto “siamo contro la filantropia di alcuni, e la loro preoccupazione cristiana di non ferire ‘innocenti.’ Diciamo: ‘davanti a qualunque cittadino (QUALUNQUE), mille volte noi.’ (…) I possibili danni collaterali non saranno un “errore di calcolo”, saranno “una conseguenza di questa lotta”, saranno un’elezione, una conseguente e piacevole ELEZIONE.
Per finire chiariamo che non risponderemo né alla chicana “del bosco sacro” né alle accuse di superbi, fascisti o autoritari. Ci annoia un po’ questo tipo di dibattito. Lasceremo i nostri atti “parlare”.

Its: I Terroristi e veri nemici della società!

Individualistas tendiendo a lo salvaje-Argentina
Constelaciones salvajes

http://abissonichilista.altervista.org/messaggio-delle-its-constelaciones-salvajes-per-gli-antisociali-di-punal-negro/#more-6986

(en-es) Oka

Texto en inglés y en español de “Chahta-Ima” sobre el reciente acontecimiento del 14 de Marzo en el Museo del Nativo Americano en Louisiana, la fuertes lluvias lo han inundado, haciendo que el agua destruya las vidrieras que protegían utensilios primitivos de hace mas de 100 años y se los llevara desapareciéndolos entre las aguas, es como si la Naturaleza Salvaje los hubiera reclamado.

Como escribe el autor: “El Agua es paciente, pero el Agua siempre gana”.


The Native American Museum of Cassidy Park in Bogalusa, Louisiana was a small museum housed in one large room but with an impressive display of artifacts from various indigenous cultures from around what is the present day United States.  An assortment of baskets, arrowheads, beads, and even a traditional Choctaw dwelling made of palmetto leaves were available to the public to examine and read about. The museum website states the following:

“Presently on exhibit at the Native American Culture Museum is an impressive collection of bannerstones and birdstones dating as far back as 8000 BC. You’d be hard-pressed to find a better display of these amazing artifacts anywhere else in the state! We continue our exhibit of trade beads and peace medals along with a palmetto hut and everyday items used by the Native Americans.”

Driving to the park with my family, I entered an impoverished but still vibrant landscape. Here, the green of trees and bayous struggles with the decay of civilization that grinds the inebriated masses into a stupor. They live on top of the land, they walk through it, yet they destroy it. Right across the street from the museum is a refinery or mill of some sort, billowing plumes of smoke into the air. The people live here and they don’t, they live nowhere, on television, on the Internet, in fantasies of getting rich or getting laid or getting high. Yet they celebrate the cultures that they have succeeded, or better said, that they buried, in that one room museum; displaying trinkets left by ghosts who disappeared long ago.

Or at least they did. “It became a rushing rapid,” read one local headline.

Leaving the museum, I went to examine the Boga Lusa (“Dark Water”) Creek. It was modest by Louisiana standards, though it held ruins of what appeared to be a dam. The water flowed around the remnants of this structure, making a small rapid. It appeared ominous, and it was. For only some weeks later, Nature sent great waters from the north, filling the creek and overflowing its banks, covering the whole park and the surrounding streets in a gushing river.

“When the glass broke out of the windows, the whole exhibit went out the door.” All of the belongings of the dead, that which they used to hunt, to carry food, and to worship, were washed away by the water, down towards the other rivers, the Bogue Chitto (“Wide River”), the “Bogue Falaya” (Long River), and into Okwa’ta (The Great Water). Was that room a tomb or a prison? Was this destruction or liberation? Does it matter?

I have to admit that looking at the footage of the waters sweeping over the park where I and my family once played, a sinking feeling came over me. It was the confrontation between my own individuality and that of my loved ones with the force and power of Nature. Where I grew up, it was fire and earth that were dominant, with the waters of the Pacific Ocean present at some distance. There the Earth shook and fire would take homes and buildings into its destructive embrace. Here, in the Great Circle of the Choctaw, it is water that dominates: it carves out, levels, and gives life. In it dwell snakes and alligators, mosquitoes and diseases that decimated
the whites who first settled here. By it civilized men erect their homes and buildings, they drill for oil and throw in their garbage. But one thing is certain: you can’t stop the water. It will keep coming, it will roll over and reclaim what belongs to it.

It is just a matter of time. The waters will rise and all that civilized people will do here is reach for more money, strike out against their neighbor and drown in the endless pursuit of more. It’s just a matter of time, for water brings all things down low. The water is patient, but the water always wins.

-Chahta-Ima

Nanih Waiya
Spring 2016


Oka

El Museo de Los Nativos Americanos de Cassidy Park en Bogalusa, en el estado de Luisiana, fue un museo pequeño en una sala grande que sin embargo, tenía piezas de varias culturas de pueblos originarios de todo el EE.UU. Había varios canastos de paja, puntas de flechas, cuentas, y aun una choza tradicional de los indios “choctaw” hecha de hojas de palma, que el público podía admirar. Según el sitio de Internet del museo:

“Actualmente se presenta en el Museo de Los Nativos Americano una colección impresionante de ganchos y piedras en forma de pájaro que se fabricaron alrededor de 8000 años A.C. Sería bastante difícil encontrar piezas tan extraordinarias en ese estado. Continuamos con las exhibiciones de abolorios de trueque y medallas de paz, y también una choza de palma u otros artefactos cotidianos de los indígenas.”

En un viaje hacia el parque con la familia, entré en un paisaje empobrecido pero animado. Lo verde de los árboles y los pantanos chocan con la degradación de la civilización que oprime a las masas embriagadas hacia el aturdimiento. Viven encima de la tierra, caminan sobre ella, pero la
destruyen. Casi al otro lado de la calle se encuentra una fábrica de refinería de petróleo que escupe humo al aire. Las personas aquí no viven en ningún lugar, sino viven en el Internet, en las fantasías de enriquecerse o tener sexo o intoxicarse. Celebran las culturas de los antepasados, sí, las culturas que enterraron en el olvido, en ese museo de una sola sala, que exhibe dijes de fantasmas que desaparecieron hace mucho tiempo.

Bueno, eso se hacía antes, por lo menos. “Se devolvió de golpe en rápidos,” se leía un titular.

Saliendo del museo, fui a observar el arroyo que se llama “Boga Lusa” (Agua Oscura). Es bastante modesto para ser un rio pequeño en Luisiana, pero tenía las ruinas de lo que parecía había sido una presa. El agua fluyó alrededor de la estructura, haciendo unos pequeños rápidos. Me inquietó un poco, y con razón. Puesto que algunas semanas después, la Naturaleza mandó muchas aguas desde el Norte, llenando el arroyo hasta inundar los alrededores, cubriendo todo el parque y las calles cercanas, creando un rio impresionante.

“Cuando se quebraron los vidrios, toda la exhibición se escapó por la ventana.” Todas las pertenencias de los muertos, las que usaban para cazar, transportar comida, y dar culto, fueron llevadas por el agua hacia los otros ríos, “Bogue Chitto” (El Rio Ancho), “Bogue Falaya” (El Rio Largo), hacia Okwa’ta (El Agua Grande). ¿La sala era sepulcro o prisión? ¿Fue esto destrucción o liberación? ¿Importa la diferencia?

Tengo que confesar que la escena de las aguas destruyendo el parque donde jugué con la familia alguna vez me perturbó un poco. Aquí me encuentro con mi propia individualidad y la de mis familiares chocando con la Fuerza y Poder de la Naturaleza. En mi tierra natal, el Fuego y la Tierra dominaban, con las aguas del Océano Pacífico a cierta distancia. Allá, la Tierra temblaba y el Fuego consumió casas y edificios con su abrazo destructivo.
Aquí, en el Gran Circulo de los Choctaws, el Agua domina: esculpe la tierra, aplana todo, y da la vida. En ella viven las serpientes y los caimanes, mosquitos y las enfermedades que mataban a los primeros europeos que vinieron aquí. Aquí los hombres civilizados erigen sus casas y sus edificios, hacen perforaciones petrolíferas, y tiran basura. Una cosa se sabe de todos modos: nadie puede detener al Agua, nunca la detendrán, vendrá y lo destruirá todo, y reclamará todo lo que le pertenece.

Solamente es una cuestión de tiempo. El Agua se levantará y los civilizados no podrán hacer más que ganar más dinero, pelearse con el vecino, y ahogarse en el proceso de obtener más cosas. Solamente es una cuestión de tiempo, porque el Agua arrasa todo. El Agua es paciente, pero el Agua siempre gana.

-Chahta-Ima

Nanih Waiya
Primavera 2016