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(it) UN’AFFERMAZIONE DIONISIACA DELL’ESISTENZA

È in “Ecce Homo” che Nietzsche rivela il significato dello Zarathustra e il motivo per cui è all’opposto della singolarità del “persiano” nella storia. “Zarathustra [storico] è stato il primo a vedere nella lotta tra il bene e il male la vera ruota motrice l’ingranaggio delle cose – la trasposizione della morale al metafisico, come forza, causa, fine a se stessa, è opera sua ”. E questa sarebbe precisamente la risposta al perché. Ora, se Zarathustra era responsabile del recepimento della morale nella metafisica, della creazione dell’errore più fatale, Zarathustra doveva anche essere il primo a riconoscerlo. Pertanto, spetta a Zarathustra [Nietzschiano] svolgere il compito di “il superamento della moralità dalla verità, il superamento di sé del moralista nel suo opposto” (Ecce Homo, Perché io sono un destino, §3)
Questo è il motivo per cui Zarathustra non solo parla in modo diverso, ma è anche diverso (cfr. Ecce Homo, Prologo, §4), e questa differenza può essere vista dalle prime pagine di “Così Parlò Zarathustra”. Se il profeta persiano ha introdotto i principi del bene e del male nel mondo, sottoponendo così la cosmologia alla morale, allora lo Zarathustra nietzscheano fa implodere le dicotomie dei valori. Per ristabilire l’innocenza del divenire. Se il risultato del pensiero metafisico e della affabulazione cristiana era il dualismo dei mondi, spetta a Zarathustra dissipare questo malinteso riunendo physis e logos, riconciliando l’uomo con il divenire, annichilendo l’opposizione tra ego e fatum. Per aver rotto con l’unità tra physis e logos, per aver spopolato un mondo pieno di dei in cui la religione è diventata soprattutto un “teismo monotono” (L’Anticristo, §19), per svalutare questo mondo e nominarne un altro essenziale, eterno e immutabile, la cui cultura socratico-ebraica-cristiana divenne nichilista sin dal suo inizio. Ecco perché la morte di Dio costituisce l’atto più grande che consente “una storia più elevata di tutta la storia fino ad oggi” (Gaia Scienza, §125).
È la morte di Dio che permette a Zarathustra di attraversare il nichilismo. È suo compito scacciare i pericoli derivanti dal collasso dei valori superiori. Se si è in un mondo soprasensibile, è in un mondo reale che i valori trovavano legittimità, il compito ora è quello di annientare il terreno anche da cui sono stati eretti in modo da poter creare nuovi valori. Dato che il compito per antonomasia zarathustriano è quello di dissipare il malinteso dello Zarathustra storico, superare le barriere imposte dalla dualità dei mondi risultanti dalla affabulazione di un mondo reale in tutta la cultura occidentale, è il passo decisivo per il ritorno dell’uomo all’uomo, condizione per l’affermazione dell’esistenza. È nel ripristinare l’innocenza del divenire che si possono generare nuovi valori, ora in linea con la terra. Questa è quindi la prospettiva dalla quale il filosofo intende intraprendere la trasvalutazione di tutti i valori.
In effetti, prima della stessa finitudine l’uomo inventò la metafisica, costruì il cristianesimo e stabilì valori morali. Per sbarazzarsi della sofferenza imposta dalla morte, la metafisica ha generato un altro mondo, un mondo vero e immutabile, che per secoli è rimasto sede e origine di tutti i valori morali. Allo stesso modo, la religione cristiana, al fine di riscattare questa esistenza, inventò l’aldilà e fabbricò il regno di Dio per legittimare le azioni umane. Inoltre, è stato concepito un uomo che aspira alla felicità attraverso la ricerca del piacere e la fuga del dolore, a cui sono stati imposti norme di condotta attraverso lo sguardo del risentimento. Pertanto, le dottrine morali, perché basate sul piacere e sul dolore, sono diventate semplici accessori con cui misurare “il valore delle cose”, motivo per cui sono semplicemente “falsi modi di pensare e di ingegnosità”. (Al di là del bene e del male, §225)
Per questo motivo, la metafisica, la religione cristiana e le dottrine morali sono solo un mezzo che l’uomo ha trovato per giustificare l’esistenza. “Dubitando e svalutando il mondo che siamo”, il vero mondo creato dalla metafisica, “ora è stato il nostro attacco più pericoloso alla vita” (Frammento Postumo 14 [103] della Primavera del 1888); inducendo l’uomo a cercare un altro mondo, a voler essere diversamente e ad essere altrove, “il concetto di” Dio “è stato finora l’obiezione definitiva contro l’esistenza” (Il crepuscolo degli idoli, I quattro grandi errori §8 ); e poiché le dottrine morali si basano solo sul piacere e sul dolore, sono diventate solo accessori con cui il valore delle cose è ingenuamente misurato (cfr. Al di là del bene e del male, §225), motivo per cui è da confutare non solo il mondo reale e la favola cristiana, ma anche le stesse dottrine morali.
In questo senso, quando Nietzsche concepisce una trasvalutazione di tutti i valori, la concepisce con un doppio pregiudizio. Da un lato, l’obiettivo principale è quello di annientare il terreno da cui sono stati finora generati i valori, sia che si tratti della metafisica, della favola cristiana o delle dottrine morali. È su questo punto che il filosofo rivendica il compito di dinamitare le fondamenta, demolire le fondamenta e rovesciare gli idoli, evidenziando così l’intera faccia corrosiva della propria filosofia. D’altra parte, il filosofo lavora attraverso il volto costruttivo e affermativo, che non solo cerca di trasformare in “oro” (cfr. Lettera di Nietzsche a Brandes del 23/05/1888) quello che fino ad allora era odiato dall’umanità, o cioè l’efficacia stessa, ma crea anche nuovi valori che sono in linea con la prospettiva della Terra. Pertanto, la sopravvalutazione di tutti i valori non è altro che la soppressione totale del mondo reale e le conseguenti aggregazioni in modo che l’uomo possa riconciliarsi e reinserirsi affermativamente nel proprio mondo nella prospettiva del divenire. Una volta riconciliati, uomo e mondo devono condividere lo stesso destino in cui non c’è ego ma solo fatum. Questo fatum, che, dal punto di vista di una filosofia dionisiaca, deve essere dichiarato incondizionatamente.
In questo senso, Zarathustra è concepito dal filosofo come il cambiamento di prospettiva, la figura in base alla quale tutta la dualità, forgiata sotto gli auspici della prospettiva generata dallo storico Zarathustra, deve lasciare il posto alla visione agonistica della volontà di potenza, alla lotta stessa, di impulsi antagonisti che nella fluidità del divenire creano e si distruggono eternamente. Zarathustra è il personaggio destinato a realizzare una visione dionisiaca del mondo, a sperimentare l’amor fati. È suo compito generare una filosofia dionisiaca, quella filosofia eroica (cfr. Frammento postumo 1 [83] di luglio-agosto 1883) in grado di sostenere la realtà del divenire. Ecco perché, per il filosofo, Zarathustra è il più affermativo degli spiriti, “in lui tutti gli opposti si fondono in una nuova unità. Le forze più basse e più alte della natura, le più dolci, le più leggere, le più terribili, sgorgano da una sorgente con certezza perenne … Ma questa è l’idea stessa di Dioniso. “(Ecce Homo, Così Parlò Zarathustra 6).
Pensato nel contesto di una filosofia essenzialmente affermativa, Zarathustra è direttamente associato alla figura di Dioniso. Simbolo della dinamica del divenire, della tensione tra gli opposti nel gioco della creazione-distruzione, Dioniso viene visto da Nietzsche, non solo come il nome del flusso eterno del divenire, come l’incarnazione della creazione, come distruzione presente nel cosmo, ma anche come “affermazione religiosa della vita, di una vita, non negata e dimezzata” (Frammento Postumo14 [89] della Primavere del 1888). È nell’affermazione incondizionata del divenire come flusso eterno di creazione-distruzione che Dioniso serve come parametro per il personaggio. Zarathustra può svolgere il suo compito solo se incorpora le caratteristiche stesse del dio greco, poiché è solo in questa accessibilità agli opposti che “Zarathustra si sente come la forma suprema di tutto ciò che è” (Ecce Homo, Così Parlò Zarathustra , §6)
È quindi da questa prospettiva che, dalle prime pagine di “Così Parlò Zarathustra”, il personaggio figura come l’annunciatore di una svolta completa nella nostra cultura. Incarnando la proposta nietzscheana di porre fine alla morale in decadenza, Zarathustra mostra, dalle prime linee del lavoro, ciò a cui l’esperienza e la sua dottrina si oppongono. Proprio come Gesù all’età di trenta anni lascia la terra natale, così Zarathustra lascia la sua terra. Per quanto diverso, non è nel deserto che il personaggio si ritira, ma verso le montagne. E a differenza del personaggio evangelico, che si ritira per quaranta giorni, Zarathustra si ritira per dieci anni. Tuttavia, a differenza dei Vangeli (cfr Lc 3,23), non è all’età di trent’anni ma all’età di quarant’anni che inizia il suo ministero e, a differenza di Platone, non è fuori dalla caverna, ma è internamente che diventa saggio.
Opposto al cristianesimo e al platonismo, deve tornare al simposiaco degli uomini. Proprio come il sole che, dopo aver bruciato la terra, passa dietro l’oceano, portando la sua luce anche negli inferi (cfr. Così parlò Zarathustra, Prologo, §1), Zarathustra, dopo essere stato saturo della propria saggezza, deve abbandonare anche la montagna e scendere a valle. Zarathustra deve declinare, deve attraversare il nichilismo e incarnare l’eterno ritorno, poiché può solo affermare l’esistenza nel desiderio di sperimentarlo, dionisicamente, ancora e ancora. Con ciò, il filosofo intende generare una nuova concezione dell’uomo capace di sperimentare il divenire, mentre si presenta, sotto l’affermazione senza restrizioni effettive, specialmente in ciò che è più terribile e doloroso.
Una simile concezione riunisce un’accettazione incondizionata del divenire che, nel flusso eterno della circolarità del tempo, si svolge ininterrottamente nel processo eterno di creazione e annientamento di se stesso. In questo senso, non è un caso che nei successivi scritti, specialmente in “Ecce Homo” (cfr. Così parlò Zarathustra, §6), il filosofo si riferiva alla figura di Dioniso stesso come un’affermazione illimitata di vita ed esistenza. Per questo motivo, c’è una stretta connessione tra Dioniso e il personaggio di Zarathustra, poiché è responsabilità di quest’ultimo incorporare allo stesso tempo la suprema distruzione e creazione caratteristica di Dioniso. In questo senso, Zarathustra è l’affermatore per eccellenza, poiché è lui che “contraddice con ogni parola questa affermazione degli spiriti; in lui tutti gli opposti si fondono in una nuova unità ”(Ecce Homo, Così parlò Zarathustra §6).
In questo senso, il divenire è dionisiaco, poiché la parola “dionisiaco” esprime già “il sentimento di unità tra la necessità di creare e annientare” (Frammento Postumo 14 [14], della Primavera del 1888). Il mondo stesso è dionisiaco, è il pieno divenire, un cambiamento seguito da un altro, in cui ad ogni stadio raggiunto un altro succede. Il mondo stesso è una totalità nella generazione permanente e nella distruzione di se stesso. È un processo, un’interrelazione e una lotta permanente, un’interconnessione dei campi di forza, come dinamica in costante tensione. Privo di nómos e telos, non si sottomette a poteri trascendenti né a nessuna sostanza che ne garantisca la coesione. Questa unità dipende esclusivamente dall’interrelazione delle molteplici forze. È per il carattere molto dinamico della forza che si esercita, così come è per la volontà di diventare più forte, che il conflitto diventa incessante. Per questo motivo, “questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro che questo” (Frammento Postumo 38 [12] Giugno 1885). Non è un essere, ma un pathos da cui proviene (cfr. Frammento Postumo 14 [79] della primavera del 1888). Non si adatta alle caratteristiche di un essere metafisico o trascendente, poiché come qualità di ogni evento in cui la forza stessa viene effettuata è un fenomeno universale e assoluto (cfr. Al di là del bene e del male, §22).
Pertanto, la vita e la volontà di potenza sono identificate, poiché come insegna Zarathustra stesso: “dove c’è vita c’è anche volontà: ma non volontà di vita, ma – questo è ciò che ti insegno – volontà di potenza” (Così parlò Zarathustra, II, Della superazione di sé stessi). Attivo in ogni essere vivente, è efficace in ogni elemento che, di fronte alla resistenza di altri elementi circostanti, innesca una lotta permanente e agonistica per più potere. In questa costante comparsa di vincitori e vinti, le gerarchie stabilite non sono mai definitive, poiché in questo costante processo di creazione e distruzione ogni vita vive a spese di un’altra vita (cfr. 1886) e “la nostra vita, come tutta la vita, è allo stesso tempo una morte perpetua” ( Frammento Postumo 37 4 giugno – luglio 1885).
È così che Nietzsche, come “discepolo del filosofo Dioniso (Ecce Homo, Prologo, §2), rivendica il divenire, la distruzione, il flusso e la necessità del processo permanente di annientamento e creazione. In questo intende affermare la vita così com’è, “Questo mio mondo dionisiaco che si crea eternamente, che distrugge eternamente se stesso, questo mondo misterioso di voluttà, questo mio al di là del bene e del male” (Frammento Postumo 38 [12] giugno-luglio 1885) Dioniso figura quindi a Nietzsche, come espressione della sua forza effettiva.
Incorpora le condizioni necessarie affinché la vita sia assimilata e affermata senza restrizioni. Tanto che in “Ecce Homo” il filosofo esprime chiaramente che un prerequisito per la natura dionisiaca è proprio la “durezza del martello, il piacere stesso di distruggere”. Osa, non si tratta di fare concessioni a idoli affermati o di generare valori immutabili radicati nell’altro mondo, ma piuttosto di stare in piedi come un martello contro i valori che svalutano la vita, con l’obiettivo della distruzione, perché è preminente, condizione per la creazione. “L’imperativo: ‘diventare duro!’ La certezza fondamentale che tutti i creatori sono duri, è il vero marchio di natura dionisiaca” (EH, Così Parlò Zarathustra, §8), aggiunge ulteriormente il filosofo.
Pertanto, la durezza di una filosofia a martellate, una filosofia essenzialmente basata sull’accettazione incondizionata dell’eterno ritorno, costituisce una prerogativa di base per creare e distruggere. È in questa prospettiva che Zarathustra, assumendo le stesse caratteristiche di Dioniso, figura in “Così parlò Zarathustra” come danzatore e distruttore. In questo senso, non è sorprendente che il filosofo abbia pubblicato un’opera intitolata: “Il crepuscolo degli idoli o come si filosofa con il martello”. Allo stesso modo, non c’era da meravigliarsi se scrisse nel prologo di questa stessa opera: “Questo piccolo libro è una grande dichiarazione di guerra; e per quanto riguarda l’analisi degli idoli, questa volta non sono solo idoli di questa epoca, ma idoli eterni ” (Il crepuscolo degli idoli, Prologo) . Fu anche in una guerra dichiarata che il filosofo non solo cercava di modellare la nascita e il rovesciamento del mondo reale, ma, soprattutto, di collocare il suo prediletto personaggio come contrappunto alla prospettiva del mondo reale.
Quindi il Zarathustra [nietzschiano] non è solo un antagonismo alla negazione della prospettiva della vita, non è solo un individuo con la missione di annullare il malinteso storico generato dal profeta persiano, è prima di tutto l’incarnazione di Dioniso, che, nell’accettazione incondizionata del divenire, non solo afferma l’esistenza nella forma migliore e peggiore, ma emancipa e riscatta l’uomo dal suo più grande errore, dalla prospettiva del mondo reale. Nell’insegnare che l’uomo deve essere superato e che l’oltreuomo è il senso della terra (cfr. Così parlò Zarathustra, Prologo, §3), Zarathustra, nella propria annessione dell’eterno ritorno e l’esperienza nell’amor fati, indica l’abbondanza della vita al contrario dell’indebolimento della vita.
È a questo proposito che il filosofo contrappone la concezione del mondo con quella concepita dalla filosofia socratica-platonica-cristiana. Mentre la prima considera la sofferenza parte integrante dell’esistenza e la accetta, la seconda la concepisce come punizione e castigo, e quindi la respinge. Se la prospettiva della prima è di celebrare la vita e il mondo, la seconda è di negarla e denigrarla. Da un lato, Dioniso, dall’altro, il Crocifisso, e la differenza non è nel martirio ma nel suo significato, poiché mentre “il dio sulla croce è una maledizione sulla vita, un dito puntato per riscattarlo, il Dioniso diviso a pezzi è una promessa di vita: rinascerà per sempre e tornerà dalla distruzione ”(Frammento Postumo 14 [89] della primavera del 1888).
Pertanto, una filosofia dionisiaca, come la concepisce Nietzsche, è quella che afferma il fatum senza riserve, che accetta l’affermazione attraverso l’uomo, che interpreta la vita, non concependo più l’uomo in opposizione al mondo, ma entrambi in armonia. Il dionisiaco è anche la filosofia che concepisce l’uomo come creatore e non più come creatura, che si diverte a distruggere e creare e che, contrariamente alla prospettiva del mondo reale, si rivolge a ciò che è terreno, poiché questa è l’unica realtà esistente. Questa è senza dubbio la massima espressione di una filosofia che vuole essere soprattutto affermativa e dionisiaca. E forse è per questo che il filosofo è stato anche in grado di sentenziare alla fine di “Ecce Homo” (Perché io sono un destino, §9): “Sono stato capito? – Dioniso contro il crocifisso…”

(it) Il femminismo è umanista, ma io no

Di Johanna Schmidt

“Prima, quando erano solo gli uomini a governare, essi decidevano, tra le altre cose, di rispettare lo Stato e rispettare le sue leggi. Oggi è tutto molto diverso; oggi governano anche le donne, e esse decidono, tra le altre cose, di rispettare lo Stato e le sue leggi.”
Rene Mostrenco

“Bruceremo le chiese e gli altari.”
Canto Anarchico

Io arriverò a me stessa e a ciò che è mio attraverso il femminismo? La femminista, chi considera una sua simile? La donna! Si soltanto una donna, e lo sei, e la femminista ti chiamerà sua sorella.
Poco le importano le tue opinioni e le tue necessità private, dal momento in cui possa vedere in te una donna. Poco le importa quello che sei nel particolare, perché è conseguente, i suoi principi le impediscono di dargli minore importanza; non vede oltre ciò che sei genericamente.
In altri termini, non vede te stessa, ma il genere; non Malena o Maria, solo la donna; non la reale o l’unica, ma la tua essenza o il tuo concetto; non l’individuo di carne e ossa, ma lo spirito.
In quanto Malena, non le saresti uguale, perché lei è Maria e non Malena; ma in quanto donna, sei quello che è lei.
Se è davvero una femminista e non un’ egoista incosciente, tu, Malena, ai suoi occhi, è come se non esistessi, che, tra parentesi, le facilita abbastanza il sostentamento del suo amore fraterno; quello che ama in te non è Malena, di cui non sa nè vuole saperne niente, ma unicamente la donna.
Non vedere nulla in te e in me oltre che ‘la donna’, è portare all’estremo la visione cristiana, secondo la quale una non è per le altre nient’altro che un concetto (per esempio, un’aspirante alla salvezza, ecc.).
Il cristianesimo propriamente detto ci riunisce comunque in un concetto meno generale: così, siamo le “figlie di dio”, le guidate dallo spirito di dio [1]; tuttavia non tutte possono sentirsi orgogliose di essere figlie di dio, visto che lo spirito stesso testimonia il nostro spirito, oltre che le figlie di dio [2], questo stesso spirito segnala quelle che sono figlie del diavolo. [3]
Per essere figlia di dio, era necessario non essere figlia del diavolo; la famiglia divina esclude alcune donne. Al contrario per essere figlie delle donne e quindi donne, non basta appartenere alla specie umana, essere esemplari di questa specie.
Non ti interessa quello che sono, se sei una buona femminista; ignori e devi ignorare le mie questioni private; è sufficiente che siamo due figlie di una stessa madre, la specie umana: in quanto nata da una donna, sono una tua simile.
Cosa sono, dunque, per te? Sono quella in carne e ossa che va e viene? Qualsiasi cosa tranne questo! Sono quella con i suoi pensieri, le sue valutazioni e le sue passioni, è ‘qualcosa di privato’ che non ti riguarda, di certo.
Per te non esiste nient’altro che il concetto di me, il concetto della specie a cui appartengo, la donna, che forse si chiama Malena, ma potrebbe benissimo chiamarsi Juana o Micaela. Tu vedi in me, non me, la reale, corporea, ma quella irreale, il fantasma: una donna.
Nel corso dei secoli cristiani, ogni tipo di persona è stato nostro simile, ma l’abbiamo sempre giudicato secondo lo spirito che ci aspettavamo da questo; nostra simile fu, per esempio, quella il cui spirito manifestava il bisogno di redenzione; più tardi, quella che aveva spirito di buona volontà; poi, alla fine, quella che mostrava uno spirito e un volto umani. Così cambiò il fondamento dell’uguaglianza.
Dal momento in cui si concepisce l’uguaglianza come uguaglianza dello spirito umano, si è scoperta un’uguaglianza che abbraccia veramente tutte le donne; perché, chi oserebbe negare che noi donne possediamo uno spirito umano?
Siamo perciò più evolute dall’inizio del cristianesimo? Il nostro spirito doveva essere divino allora, e oggi deve essere umano; ma se il divino non bastava per esprimerci, come potrebbe l’umano esprimere tutto quello che siamo?
Feuerbach, per esempio, crede di aver scoperto la verità quando umanizza il divino. Però se dio ci ha fatto soffrire crudelmente, ‘la donna’ è nella posizione di martirizzarci anche più crudelmente. Diciamo, in poche parole: se siamo donne, questo tipo di donne è solo una piccola parte e non ha alcun significato e importanza oltre che come una delle nostre ‘proprietà’, contribuendo a formare la nostra individualità.
Certamente io sono, tra le altre qualità, una donna, allo stesso modo in cui sono,per esempio, un essere vivente, un animale, un’americana, una platense, eccetera; però il fatto che non apprezzeresti in me nient’altro che la donna o la platense mi sarebbe indifferente. Perché? Perché apprezzeresti solo una delle mie proprietà e non me.
Lo stesso succede riguardo allo spirito. Io posso annoverare tra i miei attributi uno spirito cristiano, uno spirito leale, ecc., e questo spirito è mia proprietà; ma io non sono questo spirito: lui è mio, io non sono sua.
Continuiamo a trovare, dunque, tra le femministe l’antico disprezzo delle cristiane per l’ IO, per la Malena o la Maria in carne e ossa. Anzi che prendermi per quello che sono, non si considera nient’altro che la mia proprietà, i miei attributi, e se ci si vuole unire a me, è solo per amore del mio portafoglio; si sposano con quello che ho e non con quello che sono. Una cristiana si avvicina al mio spirito e la femminista alla mia umanità.
Però se lo spirito, quello spirito che non si guarda come proprietà dell’Io reale e corporeo, ma come l’Io stesso, è un fantasma, la donna in cui si vuole riconoscere, non a uno dei miei attributi, ma all’Io propriamente detto, è, anch’essa, solamente un fantasma, un pensiero, un concetto.
Per questo la femminista vaga eternamente, senza poterne uscire, nello stesso circolo in cui è rinchiusa la cristiana. Così come se lo spirito dell’umanità ti abita, sei una donna, così sei una cristiana se lo spirito di cristo abita in te. Però posto che la donna che è in te non è altro che un secondo Io, anche se fosse il tuo vero Io e il tuo o migliore, continua ad esserti estraneo, e devi sforzarti per arrivare ad essere pienamente donna.
Uno sforzo sterile come quello che compie la cristiana per diventare pienamente spirito beato!
Oggi che il femminismo ha proclamato la donna, si può dire che il cristianesimo è stato spinto alle sue ultime conseguenze e che, dalla sua origine, il cristianesimo non si è dedicato ad altro che al compito di realizzare la donna, la “vera donna”.
Si capisce, dunque, che è un errore credere che il cristianesimo conceda all’Io un valore infinito (come, per esempio, potrebbe lasciar supporre la dottrina dell’immortalità, la cura della salvezza, ecc). No: quel valore lo attribuisce solo alla donna. Solo la donna è immortale e solo in quanto donna lo sono anche io.
Il cristianesimo insegnò bene che nessuno muore completamente, e anche il femminismo dichiara che tutte le donne sono uguali; ma l’ eternità da una parte e l’ uguaglianza dall’altra, riguardano solo la donna che c’è in me, non me. Solo in quanto sostegno, ospitante della donna, io non muoio; allo stesso modo si dice: la regina non muore, Victoria muore ma la regina le sopravvive. E io muoio, ma il mio spirito, la donna, sopravvive.
Si è trovata una formula per identificare completamente l’Io e la donna, e si emette questa sentenza: ‘che una deve diventare generica’.
La religione umana non è che l’ultima metamorfosi della religione cristiana. Il femminismo, di fatto, è una religione perché mi separa dalla mia essenza e la colloca sopra di me, perché eleva “la donna come la religione eleva i suoi dei o i suoi idoli, perché trasforma ciò che è mio in qualcosa di estraneo e fa dei miei attributi, della mia proprietà, qualcosa di diverso da me, cioè un’essenza: insomma, il femminismo è una religione, perché mi sommette alla donna e perciò mi impone una “vocazione”. [4].

Note:
[1]romani, 8,14
[2] cfr. romani, 8, 16
[3] in questo si manifestavano i figli di dio e i figli del demonio: tutto quello che non fa giustizia, e che non ama il suo fratello, non è di dio.” Giovani 3,10
[4] Max Stirner, L’Unico e la sua Proprietà, utopia libertaria, Buenos Aires, p. 175. Nel testo si parla dell’uomo e del liberalismo, ma il vassallaggio alle istituzioni e ai suoi codici ha mai fatto distinzioni di genere?

(tü) Benim Yetkim

Kafadaki Kaçıklık

Sen kaçıksın be adam! Kafasında büyük şeyler ve tanrılar dünyası kuran ve kurduklarına da inanan sen, hayaletler ülkesi kurup kendini onlara karşı vazifelendiriyorsun, oysa o, sana el sallayan bir idealdir. Senin saplantın var!

Tımarhanedeki zavallı bir delinin, Tanrı baba olduğu ya da Japonyanın kralı, kutsal tin ve benzeri olduğu kuruntusuna düşmesiyle, huzur içinde yaşayan bir vatandaşın, iyi bir hıristiyan, dinci bir protestan, sadık bir vatandaş, erdemli bir insan ve benzeri olmasını kendi kaderi olduğunu sanması – bir ve aynı “saplantıdır”. İyi bir hıristiyan, dinci protestan ve erdemli insan ve benzeri olmamaya kalkışamayan ya da çalışamayan kişi, dindarlığın ve erdemliğin esiri ve kölesidir.

Evet, tüm dünyada hayalet kol geziyor!

Seninle beslenen kalbim, doyuma ulaşan gereksinimlerim ve seni sevdiğim için üstüne pervane oluyorsam, bu herhangi bir üstün varlık adına yapılmamaktadır, ki sen bunun kutsallaşmış bedenisin, ve seni bir hayalet olarak ya da görünüşteki bir tin olarak gördüğümden de değil, bizzat egoist hazzımdan dolayı: sen özün itibariyle benim için değerlisin, çünkü senin varlığın üstün varlık değildir, senden üstün ve senden genel de değildir. O biriciktir, senin gibi, çünkü sen biriciksin.

Hak toplumun tinidir. Toplumun bir iradesi varsa, işte bu irade haktır: Toplumun varlığı sadece hakka dayanır. Toplum sadece bireyler üzerine tahakküm kurmakla var olabildiği için, hak onun hükmeden iradesidir. Aristo adaletin toplumun yararına olduğunu söyler.

Var olan her hak yabancı haktır, bana “verilen” ve “hisseme düşendir”. Tüm dünya bana hak verseydi, haklı mı olurdum? Devlet ya da toplum tarafından eldeettiğim bir hak yabancı bir hakkın aynısı değil midir? Bir aptalın bana hak vermesi üzerine, kendi hakkıından şüphelenirim; onun hak vermesini beğenmiyorum. Bir bilgenin de bana hak vermesiyle haklı olmam. Benim haklı olup olmadığım aptalın ve bilgenin hak vermesinden tamamen bağımsızdır.

Bununla birlikte şimdiye kadar bu hakkı elde etmeye çalıştık. Hak arıyor ve bu amaçla da bir mahkemeye baş vuruyoruz. Hangi mahkemeye? Kralın, papazın ya da halk mahkemesine vb. Bir sultan mahkemesi, sultanın hak olarak belirlediği bir haktan başka hak verebilir mi? Sultanın bana verdiği hakka uygun olmayan bir hak ararsam, sultan mahkemesi bana hak verir mi? Örneğin, sultana göre hak olmayan ağır ihaneti bana hak olarak tanıyabilir mi? Benim hakkımı umursamayan o, bir sansür kurulu olarak, düşünce özgürlüğü hakkını bana verebilir mi? Ne arıyorum öyleyse ben bu mahkemede? Ben benim hakkım olanı değil, sultansal hak, yabancı hak arıyorum. Yabancı hak benim hakkımla uyum sağladığı sürece şüphesiz benim de hakkımdır.

Devlet tek tek insanların birbirleriyle kavga etmelerine izin vermiyor; düelloya karşı çıkıyor. Kavga edenlerin polisi çağırmamalarına rağmen polis cezalandırıyor; bu durum bir Ben ile bir Sen arasındaki kavga olarak kabul görmüyor. Aile reisinin çocuğunu dövmesine benzetiliyor. Aile hak sahibidir ve aile adına da baba, ben biricik olarak bu hakka sahip değilim.

Vossische Zeitung “hukuk devletini“ bize takdim ediyor. Hukuk devletinde her şeyin kararı bir yargıç ve bir mahkemenin elinde olması gerekiyor. Bu gazeteye göre, üst-sansür-kurulu “hakkın olduğu“ bir “mahkemedir”. Nasıl bir hak? Sansür hakkı. Sözkonusu mahkemenin yargısını haklı bulmak için, sansürü haklı bulmak gerekiyor. Aynı zamanda ama bu mahkemenin bir koruma sunduğu söyleniyor. Evet, tek bir sansürcünün yanılgısına karşı koruma: Bu mahkeme, isteminin yanlış yorumlanmasına karşı sadece sansür yasama kurulunu koruyor, yazanlara karşı ama kendi yasasını “hakkın kutsal yetkisiyle” daha da pekiştiriyor.

Haklı ya da haksız olduğumu yargılayan benim, benden başka bir yargıç yoktur. Başkaları sadece, benim hakkımı onaylayıp onaylamadıklarını ve bunun onlarca da haklı olup olmadığını yargılayabilirler.

[en] (Greece) Zografou bomb could be linked to new group

17 de diciemrbe 2019

The counterterrorism department of the Greek Police (ELAS) believes the culprits that planted an explosive device across the road from a police precinct next to the campus of the National Technical University of Athens (NTUA) in Zografou, eastern Athens, Monday were young members of anti-establishment groups experimenting with bomb making, possibly linked to a group calling itself the Iconoclastic Sect.

Investigators found significant similarities between the devices wiring with that of an bomb planted by the Sect outside the NTUAs civil engineering department in April 2018.

The same group had planted a bomb outside the Church of Agios Dionysios in Kolonaki, central Athens, in late December last year, which exploded and injured a church employee and a police officer. As with Monday’s incident, there was no warning phone call.

According to police sources, the explosive device in Monday’s attack consisted of gunpowder (of the type used in large firecrackers etc) in a tightly closed metal tube inside a 5-liter plastic container filled with nails. The device had a timer.

Investigators were unable to determine when exactly the perpetrators had planned for the bomb to go off. They believe that the aim was for it to detonate either during the night or in the early morning, but this did not occur due to some kind of fault.

The bomb was found at around 9 a.m. by the police precinct chief, who noticed it as he was parking his motorcycle. A bomb disposal unit destroyed the device in a controlled explosion.

The Iconoclastic Sect has claimed responsibility for a string of attacks since last year. In one of their statements regarding the explosion in Kolonaki last December they bemoaned the fact it did not cause more mayhem. Although the injuries were not serious and [the two wounded] escaped death by chance because the explosion was not as strong as we thought, we learnt our lesson for the next time, the group said at the time.

The text had been published on a Spanish-language website titled Eco-extremist curse (Maldicion Eco-extremista), and members of the group declared themselves members of an international federation of eco-extremists called Individualists Tending toward the Wild (ITS).

[ελ] Μηδενιστές τρομοκράτες θέλουν νεκρό αστυνομικό- Φόβοι για χτύπημα μέσα στις γιορτές

22 de diciembre 2019

Τα παρακλάδια της διεθνούς τρομοκρατικής οργάνωσης its, που δρουν στην χώρα μας με τις ονομασίες «Εικονοκλαστική σέκτα» και «κυνηγοί της νύχτας» εκτιμούν στελέχη της αντιτρομοκρατικής υπηρεσίας πως βρίσκονται πίσω από την αποτυχημένη απόπειρα βομβιστικής επίθεσης στο αστυνομικό τμήμα Ζωγράφου.

Τα παρακλάδια της διεθνούς τρομοκρατικής οργάνωσης its, που δρουν στην χώρα μας με τις ονομασίες «Εικονοκλαστική σέκτα» και «κυνηγοί της νύχτας» εκτιμούν στελέχη της αντιτρομοκρατικής υπηρεσίας πως βρίσκονται πίσω από την αποτυχημένη απόπειρα βομβιστικής επίθεσης στο αστυνομικό τμήμα Ζωγράφου. Στελέχη της αντιτρομοκρατικής, έχουν σκιαγραφήσει των προφίλ των υπόπτων και εκτιμούν πως οι βομβιστές, είναι τρία τουλάχιστον άτομα περίπου 30 ετών που κινούνται στους πανεπιστημιακούς χώρους. Πρόκειται δηλαδή για φοιτητές που περνούν απαρατήρητοι από το πλήθος και τις αρχές.

Ατομικιστές που τείνουν στο άγριο

Η οργάνωση its, είναι η συντομογραφία της φράσης «Ατομικιστές που τείνουν στο άγριο» και η δράση τους έχει διαπιστωθεί στην Ισπανία, την Σκωτία, την Βραζιλία, το Μεξικό, την Αργεντινή, την Ελλάδα και την Χιλή, εκεί όπου στις 4 Ιανουαρίου, είχε τοποθετήσει εκρηκτικό μηχανισμό στην πρωτεύουσα Σαντιάγο. Πρόκειται για ακραίους τρομοκράτες, οι οποίοι αδιαφορούν για τυχόν αθώα θύματα που θα έχουν από τις ενέργειες τους. Χαρακτηριστικό παράδειγμα ο εκρηκτικό μηχανισμός που τοποθέτησαν στην πανεπιστημιούπολη του Ζωγράφου και είχε στόχο το αστυνομικό τμήμα της περιοχής. Η βόμβα περιείχε δεκάδες καρφιά, ώστε να προκαλέσει όσο το δυνατόν περισσότερα θύματα. Όπως και σε άλλες περιπτώσεις, δεν ενημέρωσαν με τηλεφώνημα τις αρχές ώστε να αποκλείσει το σημείο, δείγμα πως ήθελαν νεκρούς. Όπως άλλωστε έχουν αναφέρει σε παλαιότερη προκήρυξή τους τα μέλη της its, ««Δεν είμαστε εδώ για την επίλυση προβλημάτων, αλλά για να τα δημιουργήσουμε, είμαστε ένα αμείλικτο όργανο εκδίκησης», αναφέρει η ομάδα που στη Χιλή στις 4 Ιανουαρίου τοποθέτησε εκρηκτικό μηχανισμό στην πρωτεύουσα της χώρας, Σαντιάγο.

Η δράση τους στην Ελλάδα και τα «χτυπήματα»

Το παρακλάδι της its στην Ελλάδα, έκανε την εμφάνισή της για πρώτη φορά, στις 27 Δεκεμβρίου του 2018, όταν μέλη της «Εικονοκλαστικής Σέκτας» τοποθέτησαν εκρηκτικό μηχανισμό έξω από την εκκλησία του Αγίου Διονυσίου στο Κολωνάκι. Από την έκρηξη της βόμβας, τραυματίστηκαν ένας νεωκόρος του ναού και ένας αστυνομικός. Όπως και στην περίπτωση της βόμβας στου Ζωγράφου, έτσι και σε αυτή την περίπτωση δεν υπήρξε προειδοποιητικό τηλεφώνημα. Στις 17 Ιανουαρίου του 2019 με ανάρτησή σε Ισπανικό ιστότοπο αναρχικών ιδεών, η οργάνωση «Εικονοκλασιτκή Σέκτα» αναλάμβανε την ευθύνη για την επίθεση, τονίζοντας μεταξύ άλλων ««Δεν είμαστε μια χούφτα ευγενών επαναστατών ή μια καλοπροαίρετη αντάρτικη ομάδα που αγωνίζεται για δικαιοσύνη, ισότητα ή κάποια άλλη ανθρωπιστική ψευδαίσθηση. Δεν είμαστε εδώ για να λύσουμε τα προβλήματα, αν δεν τα δημιουργήσουμε, είμαστε ένα αδυσώπητο όργανο εκδίκησης της Άγριας Φύσης. Αφιερώνουμε την επίθεσή μας στη μνήμη του πολεμιστή Kevin Garrido, που ζεί για πάντα στη μνήμη μας και στις πράξεις μας. Ενισχύστε τους ατομικιστές σε πόλεμο! Βοηθήστε δυνατά τους αδελφούς και τις αδελφές μας της Αμερικής και της Ευρώπης! Τίποτα δεν έχει τελειώσει, θα επιστρέψουμε…”.

Αυτή ήταν η βόμβα που εξερράγη στις 27 Δεκεμβρίου στον Άγιο Διονύση στο Κολωνάκι και είχε τραυματίσει 2 άτομα. Στην πρόσφατη περίπτωση του Ζωγράφου, οι αρχές εκτιμούν ότι δεν θα υπάρξει ανάληψη ευθύνης, από τη στιγμή που η ενέργεια και η θανατηφόρα πρόθεση έμειναν ημιτελής για αυτό βρίσκονται σε επαγρύπνηση πιθανής επανάληψης. Δεδομένο θεωρείται πως πρόθεσή των αγνώστων είναι η εγχώρια τρομοκρατία να δηλώσει και πάλι παρούσα και αναβαθμισμένη. Στα υψηλόβαθμα στελέχη του υπουργείου προστασίας του Πολίτη, έχει προκληθεί ιδιαιτέρως προβληματισμό η πρόθεση «τυφλού» τρομοκρατικού χτυπήματος με στόχο αστυνομικούς αλλά και πολίτες στου Ζωγράφου. Σε περίπτωση έκρηξης, οι συνέπειες για τους διερχόμενους, φοιτητές, πολίτες, αλλά και τους αστυνομικούς, θα ήταν ολέθριες καθώς τα καρφιά θα εκτοξεύονταν με μεγάλη ταχύτητα προς κάθε κατεύθυνση. Ο μηχανισμός που δεν εξερράγη λόγω κάποιου λάθους στην συνδεσμολογία, έχει μεταφερθεί στα εγκληματολογικά εργαστήρια της ΕΛ.ΑΣ προκειμένου να γίνει μια προσπάθεια εντοπισμού δακτυλικών αποτυπωμάτων και γενετικού υλικού του κατασκευαστή της ή του ατόμου που την μετέφερε μέσα στο χώρο της Πανεπιστημιούπολης. Παράλληλα άνδρες της αντιτρομοκρατικής, αναζητούν βιντεοληπτικό υλικό, από το σημείο, αναζητώντας το όχημα του μεταφορέα. Κάτι βέβαια που δεν είναι καθόλου εύκολο καθώς η βόμβα θα μπορούσε να μεταφερθεί και σε έναν σάκο. Δεδομένο θεωρείται πως πρόθεσή των αγνώστων είναι η εγχώρια τρομοκρατία να δηλώσει και πάλι παρούσα και αναβαθμισμένη. Τα στελέχη της αντιτρομοκρατικής εκτιμούν πως ο κίνδυνος για ένα επόμενο χτύπημα των τρομοκρατών μέσα στην περίοδο των εορτών είναι πολύ πιθανό. Όπως αναφέρουν άλλωστε αξιωματικοί της ΕΛ.ΑΣ, « οι τρομοκράτες θέλουν νεκρό αστυνομικό, κάτι που θα επιδιώξουν να πετύχουν με κάθε τρόπο, είτε βόμβα, είτε ακόμη και με πιστόλι, σε μια προσπάθεια να δείξουν πως η εγχώρια τρομοκρατία είναι παρούσα», όπως χαρακτηριστικά αναφέρουν.

(it) Note sul nulla: un’indagine sul nichilismo nel pensiero di Emil Cioran

Senza Dio tutto è nulla. E Dio? Nulla supremo.
Sillogismi dell’amarezza

Che peccato che il «nulla» sia stato svalutato dall’abuso
che ne hanno fatto filosofi indegni di esso!
Squartamento

«Il bene stesso è un male», affermò Cioran in un’intervista [1]. Il commento, emblematico del suo pensiero metafisico, rivela una delle maggiori ossessioni filosofiche del pensatore: il problema del male. Si tratta di un’affermazione e di una negazione allo stesso tempo: affermazione della positività ontologica del male, negazione del fondamento ultimo del bene. Per i suoi presupposti e implicazioni in termini ontologici e assiologici, quest’affermazione-negazione, assurda in apparenza, solleva un problema che oltrepassa i campi tematici del pessimismo filosofico, invocando la logica non-logica di ciò che, nella storia del pensiero occidentale, risponde al nome di nichilismo. Che cosa significa asserire che il pensiero di Cioran è nichilista?
Ci proponiamo dunque di leggere Cioran sotto il segno del nichilismo [2]. Pur riconoscendo i rischi di questa proposta [3], soprattutto quello di incorrere, come sospetta Simona Modreanu, in una caricatura post-nietzschiana del nichilista «che ronza di malessere ontologico» [4], siamo dell’avviso che, di là di tutte le possibili controversie, nell’interpretazione filosofica del discorso cioraniano, la chiave ermeneutica del nichilismo, pur non essendo definitiva, appaia tuttavia ineludibile. Illustreremo come, sebbene sia inevitabile parlare di nichilismo per quanto riguarda l’autore romeno, tuttavia, il suddetto concetto non è dirimente nel suo pensiero complesso e paradossale. Nessun concetto è più equivoco di questo. Stando così le cose, che tipo di nichilismo sarebbe quello di Cioran?

Paradossi e controversie
«Non sono molto sicuro di essere un nichilista. Sono piuttosto uno scettico che sperimenta, a volte, qualcosa di diverso dal dubbio» [5], confessò Cioran a Fernando Savater. L’autore aveva ragioni più che sufficienti per rifiutarsi di vincolare il proprio pensiero al nichilismo dei dizionari e dei manuali di filosofia, al loro gergo troppo accademico e alla loro «formula vuota» [6]. Non si dovrebbe sottovalutare «la guerra del verbo» [7], nella quale gli attori sociali si disputano il privilegio di definire e di classificare – in un rapporto di dominazione e di rigetto attraverso il linguaggio – l’altro, il diverso, l’antagonista. Infine, nessun concetto più del nichilismo si dimostra tanto polisemico e tanto equivoco nel suo nucleo, essendo allo stesso tempo anche inequivocabilmente diffamatorio in superficie.
Per Cioran, la migliore descrizione è quella di scettico – un termine che rimanda, per certi versi, al nichilismo. Cioran respinge quest’ultimo, preferendogli il primo, in un movimento che istaura una distinzione e una «complicità» tra i due concetti. Ponendosi come ostacolo ai dogmatismi positivi, il dubbio scettico dovrebbe lasciare campo libero al dogmatismo negativo e distruttivo del nichilismo. Dall’altra parte però, lo scetticismo è alieno sia al dogmatismo positivo sia a quello negativo [8]. Ad ogni modo, se di nichilismo si tratta, Cioran insiste nel fissarne le proprietà: un nichilismo «in senso metafisico» [9], che riguarda la contemplazione e non l’azione. Si potrebbe affermare che, oltre ad essere metafisico, quello di Cioran è un nichilismo mistico, che trova il proprio coronamento in una sorta di estasi del nulla, o più correttamente, del vuoto o della vacuità – Śūnyatā – termine sanscrito che, nella filosofia zen-buddhista, traduce la (ir)realtà suprema oltre il mondo illusorio delle apparenze.
L’autore de Il funesto demiurgo è troppo scettico per essere un nichilista e, nonostante ciò, troppo pessimista per essere solamente uno scettico. Il dubbio e la negazione coabitano nel suo pensiero; uno spirito scisso tra atteggiamenti contradditori, senza alcuna «preoccupazione di unità» [10], incapace di accomodarsi nel dubbio o nella negazione, senza potere tuttavia prescindere da essi, alla perpetua ricerca di qualcosa che risulta inconoscibile, impensabile, indicibile, impossibile di essere affermato o negato. Permane dunque la necessità di problematizzare la presenza-assenza del/i nichilismo/i nel pensiero di Cioran. Nessun pensatore sulla scena intellettuale europea del XX secolo è stato più unheimlich [11] dell’autore del Sommario di decomposizione. La nozione di Unheimlichkeit non potrebbe essere più familiare (ci sia concesso il gioco di parole) al logos cioraniano: il chiaroscuro, la dualità costitutiva, l’indeterminatezza tra identità e alterità, familiarità ed estraniamento, sicurezza e minaccia, presenza e assenza, eccetera …
Il giovane pensatore, ancora sotto la fascinazione di Nietzsche, scriveva in Amurgul gândurilor [Il crepuscolo dei pensieri]: «Il nichilismo: forma limite della benevolenza» [12]. Che cosa si dovrebbe intendere con ciò? Come sempre – essendo questo un tratto essenziale del suo stile che combina riflessione critica e creazione poetica – Cioran non definisce nulla, non adopera concetti, preservando sempre un margine d’indeterminatezza e di ambiguità nel suo discorso che costeggia il silenzio. L’impiego del termine «nichilismo» cambierà drasticamente con il passaggio dalla scrittura in lingua romena a quella in francese. All’inizio, Cioran sembra prendere sul serio il concetto «consacrato» da Nietzsche, in una tale guisa che sarà in seguito incompatibile con le opere dell’esilio. Ironia, indifferenza, disprezzo: sono attitudini consuete dell’autore dei Sillogismi dell’amarezza di fronte al concetto. Il Cioran di espressione francese sorvola sul termine, ci gioca, lo svuota di gravità, suggerendoci dunque un volontario allontanamento dalla categoria del Nichilista; per quanto lo avesse desiderato, non sarebbe riuscito a essere uno: «Con un po’ più di fervore nel nichilismo, mi sarebbe possibile – negando tutto – scuotere i miei dubbi e trionfarne. Ma della negazione ho soltanto il gusto, non ne ho la grazia» [13]. Inflazione, ipertrofia: ovunque si posi lo sguardo, vi si troverà il nichilismo – nichilismo ovunque. L’unica via di uscita dal nichilismo – qualora ve ne sia una – sarà quella di assumerlo radicalmente, con tutte le sue conseguenze, con la lucida coscienza della sua inesorabilità: approfondirlo e sfruttarlo fino al suo (im)possibile esaurimento, costeggiando il silenzio e il nulla dell’essere, del pensare e del dire.
Cioran darà al nichilismo un’inflessione anti-nietzschiana negli scritti dell’esilio. Il suo pensiero mescola (prima e dopo la conversione linguistica) razionalità secolare e aspirazione metafisico-teologica, ateismo e misticismo, scetticismo e dogmatismo negativo. Essendo l’uomo per natura un «animale metafisico» (posizione che permette l’accostamento di Cioran a Schopenhauer), non è possibile pensare al di là del bene e del male poiché ciò che si finirebbe per trovare in questo al di là è solo il male che avrebbe dovuto essere superato assieme al bene. La testimonianza personale di Cioran, fedele e infedele alla sua epoca, moderno e anti-moderno («a-moderno») [14], lo porterà a postulare l’inespugnabile realtà del male che compromette la condizione e la storia dell’umanità. «Storia universale: storia del Male» [15]; «Siamo affogati nel male» [16] e non c’è progresso scientifico e tecnologico che possa scongiurare questo stato di cose. Cioran problematizza i dualismi che sono profondamente radicati nello spirito occidentale e lo fa, paradossalmente, accentuandoli, mentre allo stesso tempo sembra accennare non tanto a un’improbabile possibilità di poterli superare, quanto piuttosto a quella di poterli logorare. L’autore si sposta dall’asse del pensiero occidentale – da Platone, Nietzsche e Heidegger – avvicinandosi al mondo orientale con il quale sentiva di avere un’affinità spirituale (tale affinità, al di là di qualsiasi «orientalismo», non dovrebbe essere persa di vista). Da qui deriva la familiarità con con alcuni concetti cruciali della sapienza buddhista – per esempio, la nozione del wu-wei [17], «inazione», o azione spontanea, senza meta e senza sforzo); e ancora, la seguente affermazione, nella medesima conversazione con Sylvie Jaudeau: «Tutto quello che l’uomo intraprende gli si ritorce contro. Qualsiasi azione è fonte di sventura perché l’agire è contrario all’equilibrio del mondo, agire significa darsi uno scopo e proiettarsi nel divenire. Il minimo movimento è nefasto. Si scatenano forze che finiscono per schiacciarti. Vivere davvero significa vivere senza scopo. È quanto predica la saggezza orientale, che ha colto appieno gli effetti negativi dell’agire. Non c’è una sola scoperta che non abbia conseguenze funeste. L’uomo perirà a causa del suo genio. Ogni forza da lui scatenata gli nuoce. È un animale che ha tradito; la storia è la sua punizione. Tutti gli eventi sopravvenuti dagli albori dei tempi in poi rivelano l’onnipotenza di una legge inesorabile» [18].
Di là di tutto lo scetticismo, non si dovrebbe ignorare il fatalismo [19] che sta alla base del pensiero cioraniano (l’intuizione dello «slancio verso il peggio») [20]. Un fatalismo che non significa necessariamente nichilismo, ma che è difficilmente dissociabile da un pessimismo metafisico. Che il pessimismo non sia sinonimo di nichilismo, è una premessa che assumiamo. A questo proposito, trattandosi di pessimismo, si deve rilevare la differenza che intercorre tra il pessimismo di Schopenhauer e quello di Cioran. L’autore de Il funesto demiurgo non erige alcun sistema né tantomeno pone la Volontà come essenza del mondo esistente. Mentre Schopenhauer si caratterizza come un pensatore inequivocabilmente ateista, lo stesso non si può dire di Cioran, almeno non in maniera inequivocabile. Il pessimismo cioraniano è inquadrabile in un paradigma (di)teista eterodosso; il mondo non è l’oggettivazione di una Volontà cieca ma piuttosto la creazione di una divinità abominevole, o ancora, l’emanazione verso il basso, la degradazione o la caduta di questa divinità nella propria creazione.
Quello di Cioran è un pessimismo di tipo gnostico, ragion per cui non è propriamente un pessimismo filosofico-metafisico, ma piuttosto un pessimismo filosofico-teologico (dualistico, diteistico). Questo tipo di pessimismo risulta più vicino a Philipp Mainländer (1841-1876), filosofo direttamente influenzato da Schopenhauer e autore di una Filosofia della redenzione [Die Philosophie der Erlösung] [21], che Cioran lesse in gioventù. Per Mainländer (la cui magnum opus fu pubblicata anni prima de La gaia scienza di Nietzsche, anch’egli lettore di Mainländer), la «morte di Dio» non è dunque il risultato di un atto umano storicamente determinato perché «lo abbiamo ucciso noi» (La gaia scienza §125); viceversa, Mainländer concepisce la «morte di Dio» come una sorta di autosoppressione o «suicidio» da parte dello stesso Dio, di modo tale che il mondo, gli esseri e il divenire possano esistere; Dio è morto ma non Lo abbiamo «ucciso» noi: era morto prima dei tempi «poiché Lui stesso scelse liberamente di morire, suicidarsi e dissolversi nel nulla, dopo aver attraversato il calvario dell’essere in divenire» [22]. In altre parole, Dio scelse per Sua libera volontà di rinunciare alla propria unità stazionaria originaria e di frantumarsi per porre in movimento, malgrado se stesso, l’esistenza degli esseri. Dio, «disintegrandosi, ha prodotto l’essere e questi s’incammina verso l’orizzonte finale del nulla; e in tutto questo processo non c’è interpretazione che tenga: è successo e basta» [23]. In questa prospettiva, gli esseri sono come «pezzi» di questa disintegrazione originaria, le spoglie mortali dell’autosacrificio di Dio – il che ben si accorda con la nozione cioraniana della putrefazione o decomposizione, nozione che ha una valenza ontologica, non solo biologica. Al «destino entropico» [24] dell’essere di Mainländer, corrisponde il fatalismo ontologico di Cioran. Nell’uno come nell’altro caso c’è l’intuizione di una fatalità universale, una necessità negativa che ricade su tutto ciò che è vivente ed esistente, così come sull’unita divina originaria: si tratta dell’Heimarmene [25] come l’avevano definita gli gnostici [26].
Pur non rifiutando la definizione del nichilismo proposta da Nietzsche (come svalutazione dei valori supremi), tuttavia non la riteniamo unica e definitiva. Per di più, è necessario distinguere tra nichilismo – come sintomo di decadenza culturale e d’infermità spirituale – e ciò che s’intende abitualmente quando si parla di teoria del nulla o meontologia [27]. Detto questo, sarebbe un anacronismo etichettare Gorgia come un «nichilista» per argomentare che, se anche qualcosa c’è, non è conoscibile e se anche è conoscibile è incomunicabile agli altri attraverso il linguaggio positivo. E ancora, sollevare problemi metafisici come: «perché esiste qualcosa invece che nulla?», non equivale necessariamente a fare professione di fede nichilistica. È vero che il nichilismo non ha ragion d’essere tranne che in relazione al nulla, tuttavia, non tutta la speculazione sul nulla può essere ricondotta al nichilismo. Cioran confessa di avere «l’ossessione del nulla [néant], o piuttosto quella del vuoto [vide]» [28], ma potrebbe essere questa una ragione definitiva per qualificarlo come nichilista? Infatti, non lo è necessariamente. L’autore romeno di espressione francese può essere collocato in una tradizione di pensiero periferica che non risale al paradigma parmenideo dell’Essere necessario e identico a se stesso; Cioran s’inserisce invece in una linea di pensatori, poeti, mistici e altri marginali che hanno in comune non l’ontologia parmenidea, ma una meontologia, vale a dire, un’ontologia del nulla come fondamento abissale e insondabile dell’essere. Si tratta, in questo caso, non di un’ontologia dell’identità e della necessità, bensì di un’ontologia paradossale della contingenza in quanto differenza differenziante e libertà radicale dell’essere di essere o di non essere, o di essere e di non essere allo stesso tempo. Nel suo libro, Storia del nulla, Sergio Givone collega la meontologia a un’autentica tradizione di pensiero che inizia con i pre-socratici come Anassimandro ed Eraclito e si prolunga con i poeti tragici, i neoplatonici come Plotino e lo Pseudo-Dionigi l’Aeropagita, i mistici cristiani come Meister Eckhart, San Giovanni della Croce e Jakob Böhme, gli artisti come Albrecht Dürer e William Hogarth, i poeti come Leopardi e Baudelaire (aggiungiamo anche il poeta portoghese Fernando Pessoa, che è assente dall’indagine di Givone), i filosofi come Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger – i quali hanno tutti influenzato, in misura maggiore o minore, la genesi del pensiero cioraniano. Per quanto concerne il buddhismo, la scuola Madhyamika, il cui fondatore, Nagarjuna, era sommamente apprezzato da Cioran, potrebbe essere annoverata, a suo modo e al di la delle specificità culturali, come un’espressione orientale della meontologia.
Rimane ancora un problema da affrontare: come riconciliare in un unico pensiero concetti antitetici come necessità e contingenza? Il pessimismo metafisico di Cioran evoca l’idea di un Fato universale al quale tutti gli esseri sono sottomessi. Dall’altra parte, la sua posizione meontologica dovrebbe persuaderci di ammettere l’esistenza di una radicale contingenza fondante, in base alla quale tutto sarebbe possibile, persino l’impossibile. Anche se questa complessa questione filosofica non costituisce il fulcro della qui presente analisi, bisognerà tuttavia soffermarvisi per trarre alcune brevi considerazioni. Necessità e contingenza non sono fortemente irreconciliabili. Anzi, siamo inclini a credere che possano essere pensate assieme in maniera complementare, pur se paradossale. Il problema che riguarda entrambi questi concetti può anche essere formulato sostituendo la contingenza con la nozione di libertà (un problema con il quale gli Stoici, ad esempio, si dovettero confrontare, dal momento che anch’essi postularono l’esistenza di un Fato universale, l’Heimarmene, anche se non in senso gnostico, ma piuttosto come una necessità buona e provvidenziale). Ora, Cioran (al pari di Nietzsche e Schopenhauer) è un pensatore che problematizza radicalmente l’idea del libero arbitrio, sottoponendola alla nozione della determinazione (fisiologica, psicologica e, in ultima istanza, anche cosmica). Detto ciò, quando si tratta di pensiero meontologico e di gnosticismo, l’improbabile connessione tra necessità e contingenza ci avvicina alla mentalità tragica pre-filosofica degli antichi greci.
Clément Rosset è un autore che potrebbe aiutarci a chiarire tale connessione. Secondo lui, si potrebbe benissimo pensare a una coincidenza tra necessità (fato) e contingenza (libertà), donde il duplice paradosso di una contingenza nella necessità e di una necessità nella contingenza. Tale visione (tragica) è radicalmente opposta al dualismo dei «mondi» (la Zwei-Welten Theorie, secondo Wolfgang Müller-Lauter), e precisamente alla metafisica platonica. La concezione tragica della realtà, secondo Rosset, indica una realtà «idiota», quella cioè di un singolo essere-non-essere, rinchiuso in se stesso, il quale si apre dualisticamente tramite la ragione, scindendosi in ciò che è e in ciò che ci aspettiamo, ciò che speriamo o immaginiamo che sia (e che non è). Il risultato è che le nozioni di destino e caso (hasard, in francese) si confondono, così come accade alla stessa realtà. Rosset collega questo modo di pensare alla letteratura oracolare degli antichi Greci (ad esempio, nell’Edipo di Sofocle). A questo riguardo, conviene citare per esteso Rosset: «L’imbroglio del destino, come quello della predizione razionale, è di carpire il doppio dal singolare. Una mattina, alla radio viene annunciato che il presidente è molto malato; quando, la notte, giunge la notizia della morte del presidente, ciò arriva tuttavia come una sorpresa (…). Ad ogni modo, è grazie a questa natura sempre sorprendente degli eventi che la nozione di destino suggerita dagli oracoli, acquisisce un significato reale, universale. Poiché è di destino che si tratta in ultima istanza nelle leggende oracolari, ma in un senso più profondo di ciò che appare immediatamente. C’è sicuramente qualcosa che esiste e che si chiama destino: non si riferisce alla natura inevitabile di ciò che accade, ma al suo carattere imprevedibile. A dire il vero, c’è un destino indipendentemente da qualsiasi necessità e prevedibilità, indipendentemente quindi da qualsiasi manifestazione oracolare, anche se, in un certo senso, l’oracolo lo annuncia a modo suo; si tratta del destino dell’uomo come di quello di qualsiasi essere vivente. Il significato di questo destino apparentemente così paradossale, poiché è estraneo alla nozione di necessità, e che, nonostante tutto, sembra contribuire alla sua essenzialità, se non addirittura unicità, è collegabile a una nozione diametralmente opposta: la certezza dell’imprevedibilità. Ma è proprio di questa certezza che la letteratura oracolare parla in termini criptici. Possiamo essere sicuri che saremo sempre sorpresi: possiamo certamente sempre aspettarci di non essere in grado di aspettarci alcunché» [29].

Nichilismo, gnosticismo, ateismo
Secondo Hans Jonas, l’antico gnosticismo – un universo di pensiero eclettico e di spiritualità eterodossa al quale Cioran guardava con grande ammirazione – possiede un’affinità elettiva esistenziale con il moderno nichilismo, il che non equivale a dire che sono la stessa cosa. Ne Lo gnosticismo, Jonas abbozza un parallelo ermeneutico tra queste due mentalità o attitudini esistenziali tanto distanti nel tempo e nello spazio. Innanzitutto, ciò che consente di stabilire un parallelo sincronico tra i due fenomeni è la comune nozione, nei loro rispettivi contesti storici, di una profonda crisi culturale e soprattutto spirituale, il clima di angustia e di ansietà che caratterizzò tanto l’epoca ellenistica quanto la tarda modernità. Tuttavia, se questo stato di cose fosse ridotto a nient’altro che al risultato di fattori storici contingenti, non sarebbe possibile identificare negli scritti di Pascal, come fa Jonas, le prime avvisaglie di quel sentimento di derelizione e di disorientamento che caratterizzerà il moderno spirito nichilista e che segnò anche l’età ellenistica nella quale fiorì la religione gnostica. Secondo Jonas, l’originalità di Pascal, che anticipò l’odierno nichilismo, è stata quella di aver esposto «la solitudine dell’uomo nell’universo fisico della moderna cosmologia. “Gettato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che non mi conoscono, ne sono spaventato”» [30]. Ciò che è in gioco è il crollo della visione cosmologica cristiana dell’universo creato da un Dio benevolo e provvidenziale il cui disegno cosmico contemplava una finalità ultima alla quale anche gli esseri erano chiamati a partecipare (nonostante le loro tribolazioni e sofferenze, o proprio in virtù di esse) e l’avvento di un nuovo paradigma cosmologico, copernicano e meccanicista, nel quale il suddetto disegno e la suddetta finalità provvidenziale restano assenti. Ne consegue la percezione dell’insignificanza dell’uomo in mezzo allo spazio infinito, nella vastità di un universo indifferente, se non addirittura ostile alla sua presenza e alle sue aspirazioni, della finitezza umana inserita in un’esistenza temporale assurda e priva di scopo, della solitudine esistenziale in uno spazio e in un tempo che appaiono vuoti e carenti di significato.
Ciò che scompare da questa cosmovisione è l’evidenza di una necessità universale che mantenga uniti il tutto e le sue parti, il cosmo e l’essere umano in quanto microcosmo. Tutto risulta contingente, nulla è necessario, e ancora di meno lo è l’animale cosciente, angustiato dalla sua fragile e insignificante condizione cosmica. «La totale contingenza della nostra esistenza nello schema priva quello schema di ogni senso umano, che possa farlo vedere come una struttura cui riferirsi per la comprensione di noi stessi»[31]. L’uomo non si sente più naturalmente a casa sua in un mondo che è diventato estraneo e persino ostile alla sua fin troppo umana, fin troppo cosciente, fin troppo insignificante presenza. Questa è la prefigurazione pascaliana del nichilismo che Nietzsche avrebbe diagnosticato secoli dopo. Il nichilismo era già alle porte. Ora, la conseguenza più grave di questo cambiamento di paradigma ha a che fare con la sfera dei valori dai quali l’uomo, nella sua qualità di animale metafisico in cerca di senso, non sembra poter prescindere. La percezione di questo nuovo stato di cose implica che l’universo fisico, privo ormai di ogni riferimento ai limiti e ridotto quindi a mera geometria, res extensa, risulti sprovvisto anche di una gerarchia intrinseca e, di conseguenza, di un sistema naturale di valori oggettivamente dati sul quale l’uomo possa fare affidamento. L’uomo «scopre» allora che non ci sono verità oggettive, né valori naturalmente dati in sé: la verità ultima è una chimera, o una questione di flatus vocis, tutti i valori sono relativi e, in fondo, fittizi; inoltre, se necessario, tutto questo dovrà essere fabbricato artificialmente dall’uomo, consapevolmente inventati dal nulla, poiché non c’è nulla che abbia un fondamento ontologico al di là di quanto viene pensato, desiderato e prodotto dall’uomo stesso [32].
Per di più, l’analisi comparativa tra gnosticismo e nichilismo intrapresa da Jonas ci permette di comprendere la pertinenza della questione dell’ateismo nell’ambito della spiritualità gnostica, il cui atteggiamento esistenziale è interpretato dal filosofo tedesco come un atteggiamento «nichilista» avant la lettre. Come sottolineato dall’autore, l’universo di Pascal, nonostante tutto, era ancora un universo creato da Dio e se l’uomo si sentiva già «privo di ogni umano sostegno, poteva pur sempre sollevare il cuore verso il Dio transmondano» [33]. Ma quel Dio sarà sempre più transmondano, vale a dire, ancora più trascendente, fino a diventare completamente alieno e irraggiungibile, praticamente inesistente: the alien God, il Dio sconosciuto, secondo Jonas. Dio si ritira dal cosmo, diventando un ágnostos theós la cui qualità divina non è per niente riconoscibile nell’evidenza visibile della sua creazione. Di tutti gli attributi solitamente assegnatiGli – bontà, giustizia, provvidenza, onniscienza, onnipotenza – solo l’ultima sarà ancora constatabile: l’assurda e oppressiva dimostrazione di forza. «Perché l’estensione, o la quantità, è l’unico attributo essenziale lasciato al mondo, e quindi se il mondo ha qualche cosa da dire del divino, lo fa per mezzo di questa proprietà; e ciò di cui la grandezza può parlare è il potere» [34]. Questo Dio sarà allora visto come un tiranno, come un despota infinitamente remoto.
In che modo dunque si potrà affermare che lo gnosticismo è un ateismo? Nel senso in cui gli gnostici postulano, a grandi linee, un dualismo teologico più o meno radicale – un diteismo – che opera una distinzione tra un Dio creatore (il Dio di Pascal, il «funesto demiurgo» per Cioran), sottodivinità ignorante e prepotente, essa stessa generata e degenerata, e il vero Dio al di là o al di sopra del demiurgo: il «Padre», il Dio ingenerato, buono ma inefficace, impotente, senza alcuna complicità con la Creazione. Così, se appare ragionevole parlare di un ateismo gnostico, si deve precisare che non si tratta dell’ateismo moderno (darwinista, scientista, materialista), né di un ateismo dell’immanenza, ma piuttosto di un ateismo spiritualistico, anarchicamente mistico, diteistico, postulante la trascendenza radicale di un Dio totalmente estraneo, distinto dal demiurgo decaduto. È solo in quest’accezione che ci sembra si possa parlare di ateismo in Cioran.
In che modo si può affermare che lo gnosticismo è un nichilismo avant la lettre? Nel senso che, in assenza di un qualsiasi riferimento evidente e oggettivo a un bene supremo e a una finalità ultima del divenire, l’universo concepito come una creazione demiurgica di scarsa qualità porta all’impraticabilità di ogni valutazione ontologica. Per Nietzsche, il nichilismo europeo presuppone la svalutazione di tutti i valori supremi; d’altra parte, per gli gnostici, il nichilismo consiste nel fatto che l’intero cosmo è privo di valore nella misura in cui è la creazione accidentale e funesta di un dio frettoloso e incompetente. Nietzsche afferma il nichilismo per poterlo superare con lo sforzo della volontà di potenza e dunque, per riportare tutti i valori superiori dall’altro mondo a questo mondo terreno e all’esistenza nella sua immanenza; gli gnostici – così come Schopenhauer, Mainländer, Cioran incluso, anche se quest’ultimo dichiara una sorta di passione contrariata per il mondo e un’ingiustificabile «tentazione d’esistere» ─ considerano il mondo intaccato dal male alla radice e privo di ogni valore di per sé positivo, la vita stessa essendo un dono avvelenato. Così com’è stato «fatto» ed essendo così com’è, il mondo nel quale viviamo – e alla cui struttura demoniaca siamo assoggettati fisicamente e psicologicamente – è affogato nel male, e persino i reami celesti – il sistema planetario, governato dagli Arconti – hanno come scopo (secondo gli antichi gnostici ma non secondo Cioran, che si presenta come un agnostico in merito a questo tipo di speculazione) quello di assicurare l’incarceramento dell’uomo, anima e corpo, in questa misera esistenza mondana e di impedire il ritorno del suo spirito (la «scintilla divina» che dimora profondamente dentro di sé) al regno divino della luce conosciuto come il Pleroma.
Gli antichi gnostici dimostrano non solo un feroce atteggiamento anti-cosmico, ma anche un’attitudine ostile nei confronti del divenire e dell’esistenza del tempo, concepito come la stessa durata del male. Di conseguenza, lo gnosticismo antico può essere considerato «acosmico» e «acronico», poiché gli gnostici rifiutano sia l’adeguatezza di questo mondo sia la realtà del divenire, quest’ultima essendo effettiva (wirklich in tedesco, un altro modo per dire «reale») solo in relazione all’ordine fisico (che gli Gnostici non riconoscono come la loro vera natura), ma non rispetto all’ordine spirituale o pneumatico (che non appartiene in nessun modo a questo mondo). Secondo Henri-Charles Puech (i cui corsi al Collège de France furono seguiti da Cioran), laddove i «pagani» hanno una concezione ciclica del tempo e i cristiani ne hanno una lineare, gli gnostici si allontanano da entrambe queste visioni del mondo e sostengono una concezione temporale come durata «spezzata» o «guastata» [35].
La somiglianza tra questa concezione e la visione personale di Cioran sul tempo è davvero rimarchevole. Il problema del tempo è così cruciale nell’autore de La caduta nel tempo che difficilmente si potrebbe separare dal suo pensiero sull’esistenza stessa. Basti ricordare qui il sentimento di estraniamento dal mondo che egli ribadisce con insistenza, la sua auto-caratterizzazione come «esiliato metafisico» [36] e, ancora più importante, il racconto (alla fine de La caduta nel tempo) della sua personale esperienza di caduta dal tempo in una sorta di eternità negativa, corrotta [37].
Lo gnosticismo può essere considerato quindi una forma di nichilismo avant la lettre, e di tutte forse quella più spietata, giacché, per gli gnostici, l’intera Creazione e il Creatore stesso, sono ridotti a un nulla di valore, di significato, di essere.

Il nulla e il male: questioni complementari
L’aspetto nodale che allaccia tra loro il nichilismo – inteso come meontologia più che come logica storico-culturale della decadenza – e lo gnosticismo antico è il problema del male, nel suo nesso con la questione del nulla. Quello del male è all’origine un problema metafisico-teologico, ereditato secolarmente dalla Modernità filosofica. Che cos’è il male dopotutto? Che cosa intendiamo quando ci avvaliamo di un tale termine? Più che definirlo, optiamo per la raccomandazione di Susan Neiman: se non è possibile definire teoreticamente una proprietà intrinseca del male, è tuttavia possibile rilevare «ciò che il male produce in noi. Se designare qualcosa come male significa indicare il modo in cui distrugge la nostra fiducia nel mondo, è questo effetto, più che la causa» [38] che dovrà essere esaminato. Dio è morto da tempo ormai e la teologia è stata superata dalla scienza moderna; ciononostante, l’umana sofferenza, fisica e psicologica, è tutt’ora presente, forse ancora più accentuata che in passato, visto che, in un mondo disincantato e assurdo, non è più possibile fare ricorso a quel sistema di valori tradizionali con i quali l’uomo aveva tentato di spiegare e persino di giustificare l’orrore della sofferenza indiscriminata – soprattutto quella dei bambini e di altri esseri senza colpa, se non totalmente innocenti. Senza Dio, la teodicea non ha più alcuna ragion d’essere. Per di più, se è insensato dire ormai (a meno che uno sia credente) che gli tsunami e i terremoti sono punizioni divine per i nostri supposti peccati e nefandezze, ciononostante, ci troviamo ancora a fare i conti con il perdurare del male come effetto delle azioni dell’uomo. I genocidi e gli altri crimini contro l’umanità hanno agenti umani responsabili che possono essere identificati e puniti; le catastrofi naturali, no. Il mistero dell’iniquità, del quale parla San Paolo, non sembra essere meno perturbante dopo il fallimento della teodicea; al contrario, messa al bando questa, si mette al bando, in effetti, tutta l’antropodicea. Così, la moderna distinzione tra mali naturali e mali morali è data solo per essere nuovamente sollevata, questa volta, in una maniera del tutto scandalosa: il male umano diventa un caso specifico e ineludibile del male naturale, visto che l’uomo sembra incapace di possedere quanto necessario per sradicare definitivamente il male dalla sua esistenza terrena, che sia una questione di volere o d’intelligenza, o entrambe le cose insieme. L’uomo si rivela dunque essere un «virus», un inestirpabile «cancro» della natura, «il punto nero della creazione» [39].
Dunque, che tipo di relazione si potrebbe stabilire tra il nulla e il male? Il nulla è di per sé un male e viceversa? Sarebbe precipitoso, se non ingenuo, abbordare la questione in questa maniera. Innanzitutto, entrambi i termini hanno in comune il fatto di essere indefinibili e, sostanzialmente, incomprensibili alla luce della ragion sufficiente. Il nulla non è e non può essere, come affermò Parmenide. Al massimo, si potrebbe dire che il non-essere è pensabile solo in relazione all’essere, vale a dire, come una negazione relativa di ciò che è, essendo impossibile che non ci sia. Però il nulla assoluto è, strettamente parlando, impensabile, sprovvisto di qualsiasi realtà e senso. Tuttavia, trattandosi di Cioran, di nichilismo e di gnosticismo, non ci troviamo sul terreno parmenideo, anzi, ci troviamo qui nell’ambito paradossale della meontologia, del pensare-dire il nulla come assoluto non-essere nonostante la logica dell’identità, della necessità e della non-contraddizione [40].
Per Cioran, il nulla costituisce la (ir)realtà ultima dell’esistenza, il fondamento infondato di tutto ciò che «è» (virgolette necessarie, dal momento che per lui nulla è in senso ontologico totale; le cose e gli esseri esistono, e non conviene pensare che ci sia un Essere in quanto Essere, immutabile e necessario). Tra Bergson e Schopenhauer, due filosofi che esercitarono una profonda influenza sulla sua formazione intellettuale, il Nostro si avvicina al secondo, a discapito dell’autore de L’evoluzione creatrice. Come il Solitario di Francoforte, Cioran contempla la possibilità di afferrare il nulla non solo come nihil privativum ma anche come nihil negativum, e questo in funzione di un’inversione del punto di vista e di un cambio di segni mediante i quali sarà possibile concepire l’essere come nulla e il nulla come essere [41]: è la stazione finale della visione mistica che squarcia il «velo di Maya» del mondo come rappresentazione e che permette di contemplarlo nella sua «essenza», al di là dell’opposizione complementare tra soggetto e oggetto e delle determinazioni naturali dell’individuazione.
E ancora, pur non potendo stabilire una relazione immediata e univoca tra il nulla e il male, si deve segnalare tuttavia il legame inespugnabile tra le due nozioni e il fatto che laddove si solleva l’una, si solleva solitamente anche l’altra. Questo è vero specialmente per quanto riguarda lo gnosticismo, il cui corpus dottrinale implica tanto una meonto-teologia quanto un’etiologia del male. Dal punto di vista gnostico, a causa della sua infinita trascendenza, il Dio supremo sarà identificato con il Nulla. E, se questo Dio, l’unico al quale si possa vincolare inequivocabilmente il principio del bene, non mantiene alcuna relazione attiva con il mondo creato, allora si dovranno fare necessariamente i conti con l’ipotesi di un mondo siffatto, che è cioè macchiato del male con il quale il funesto demiurgo maldestramente lo fabbricò. Da un certo punto di vista, Dio coincide con il puro nulla, un’irrealtà, una chimera – donde l’ambiguo a-teismo che si potrebbe predicare in Cioran. Dal punto di vista opposto (quello della visione mistica, che va oltre la rappresentazione del binomio soggetto-oggetto), si potrebbe dire che Dio è quello che è, l’Essere supremo, mentre la sua Creazione e la creatura adamitica sarebbero quello che non sono: il nulla [42]. La correlazione tra Dio e il Nulla, comune agli gnostici e persino ad alcuni mistici cattolici (per esempio Meister Eckhart, i cui sermoni furono motivo di scontro con la Chiesa), compare già in Lacrime e santi: «Tutti i nichilisti hanno avuto a che dire con Dio. Prova supplementare della sua vicinanza al niente. Dopo aver calpestato tutto, altro non vi resta da distruggere se non quest’ultima riserva del nulla» [43]. E, più tardi, ne I sillogismi dell’amarezza, quindi nel periodo francese, la stessa idea ricompare in una critica all’immanentismo, al secolarismo e alla tendenza razionalizzante della modernità: «Non conoscendo ormai, in fatto di esperienza religiosa, se non le inquietudini dell’erudizione, i moderni pesano l’Assoluto, ne studiano le varietà e riservano i loro brividi ai miti – queste vertigini per coscienze storiche. Avendo smesso di pregare, si disquisisce sulla preghiera. Niente più esclamazioni; soltanto teorie. La religione boicotta la fede. Un tempo, con amore o con odio, ci si avventurava in Dio, il quale, dal Nulla inesauribile che era, è diventato ora – con grande disperazione di mistici e atei – soltanto un problema» [44].
In Cioran s’incontrano, in modo a-sistematico, tanto una teoria del nulla (una meontologia che sfocia in una teoria su Dio e il Nulla – una meonto-teologia e in una meonto-antropologia, vale a dire una storia dell’uomo in quanto «nullitudine») quanto una filosofia (una etiologia) del male, il che corrobora il rapporto inscindibile tra le due questioni, che diventano congiuntamente un meonto-teologia diteistica. Perpetuando «la tradizione del funesto demiurgo» [45], il romeno porrà sia la sovranità del male sia la realtà del nulla nell’economia dell’esistenza. Nella diatriba contro il cattolico reazionario Joseph de Maistre, che egli ammirava tuttavia per lo stile virulento, Cioran affermerà che: «altrettanto costitutivo dell’essere quanto il bene e altrettanto reale, esso [il male] è natura, ingrediente essenziale dell’esistenza e per nulla affatto fenomeno accessorio, e che i problemi che solleva divengono insolubili dal momento in cui ci si rifiuta di introdurlo, di situarlo nella composizione della sostanza divina. Come la malattia non è un’assenza di salute, ma una realtà positiva e durevole quanto la salute, così il male vale il bene, anzi lo supera in indistruttibilità e pienezza. Un principio buono e un principio cattivo coesistono e si mescolano in Dio, come coesistono e si mescolano nel mondo. L’idea della colpevolezza di Dio non è un’idea gratuita ma necessaria e perfettamente compatibile con quella della sua onnipotenza: essa sola conferisce una certa intelligibilità allo svolgimento storico, a tutto ciò che esso contiene di mostruoso, di insensato e di derisorio. Attribuire all’autore del divenire la purezza e la bontà significa rinunciare a comprendere la maggior parte degli eventi e in particolare il più importante: la Creazione» [46].
Non dovremmo essere naïf e credere che l’autoproclamata lucidità di Cioran nasconda qualche fede inconfessata, un anelito alla provvidenza sopranaturale che possa operare un miracolo e rettificare la stortura della creazione. «Soltanto l’impurità è segno di realtà» [47] e tale condizione coesiste con lo stesso principio dal quale questo mondo emana. Cioran è un pensatore metafisico poiché ritiene che il pensare metafisico sia essenziale per dare una parvenza di senso a un mondo e a una condizione umana così assurdi come ritiene che siano i nostri. A essere in questione qui è davvero un’antropologia metafisica (o piuttosto teologica). Riflettere su Dio e ammettere l’ipotesi della sua assoluta impurità, non è che una maniera essenziale di riflettere sul nostro mondo e sulla nostra condizione umana. Per questo motivo, il demiurgo degli gnostici è per Cioran «il più utile che sia mai esistito» [48].
Ora, la questione del nulla è più complessa di quella del male e il discorso con il quale la si affronta più equivoco, poiché il nulla contemplato da Cioran non ha necessariamente la connotazione sinistra che gli viene solitamente attribuita nel contesto del nichilismo europeo. Con questo termine, l’autore non concepisce più la negatività assoluta dell’esperienza nichilistica europea ma l’esperienza positiva e luminosa del vuoto o, più precisamente, della vacuità (Śūnyatā) buddhista come la intendono i buddhisti, soprattutto la scuola Madhyamika di Nagarjuna. Mentre il nulla nichilistico «esteriormente assomiglia alla noia [ennui]» [49], essendo un fattore di disturbo per lo spirito, il vuoto o la vacuità saranno, viceversa, «qualcosa di positivo», «pienezza attraverso l’assenza», come spiega Cioran a Léo Gillet [50].

Conclusioni
È un errore dunque leggere Cioran con la lente di Nietzsche. Le loro esperienze personali partono da presupposti distinti, si incrociano in un certo punto e, infine, si separano nuovamente. L’autore romeno non manca di riconoscere l’immensa importanza che Nietzsche riveste per la cultura europea e universale, e anche per se stesso, per la sua formazione intellettuale, pur non potendosi egli dire un pensatore nietzschiano, non più che schopenhaueriano o addirittura pascaliano. Ad ogni modo, la lezione più importante che il nostro autore ricava da Nietzsche è quella di dedicarsi al proprio stile, partendo dalle proprie intuizioni – l’arte come grande stile [51]. E, anche se Nietzsche accusa di nichilismo tutte le forme di ascetismo e di misticismo, che siano cristiane, buddhiste o di un altro tipo, ciò che importa qui è che Cioran (come Schopenhauer) non la pensi necessariamente allo stesso modo (soprattutto in merito al buddhismo). Difatti, il romeno riconosce la pertinenza sia dell’amor fati di Nietzsche sia la negazione schopenhaueriana della volontà, accogliendole entrambe con la condizione di mantenere viva nel suo spirito l’insolubile contraddizione tra lucidità e istinto, lucidità e tentazione d’esistere. È la dualità fondamentale, della quale parlerà nel Sommario di decomposizione: «Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è l’infinito della malinconia…» [52]. È che «ogni desiderio umilia l’insieme delle nostre verità, e ci obbliga a riconsiderare le nostre negazioni. Noi subiamo una disfatta pratica; eppure i nostri princìpi restano inalterabili… Speravamo di non essere più i figli di questo mondo, ed eccoci sottoposti agli appetiti come degli asceti equivoci, padroni del tempo e asserviti alle ghiandole» [53].
Tra Nietzsche e i mistici, cristiani, buddhisti o altri, Cioran preferisce la compagnia dei secondi – una questione di temperamento. «Ho trascorso parte della mia vita a leggere i mistici, forse per trovarvi una conferma della mia personale esperienza. […] La mistica, ossia l’estasi. Io ne ho avute quattro in tutto, nel mio periodo di intenso smarrimento. Sono esperienze estreme che si possono vivere con o senza fede» [54]. Lettore di Rudolf Otto, autore di Mistica orientale, mistica occidentale, Cioran reitera la tesi del filosofo della religione tedesco sul fatto che la mistica occidentale e quella orientale «si evolvano indipendentemente l’una dall’altra per affrontare i massimi problemi metafisici. Talvolta vi sono anche analogie nel linguaggio. […] È grazie ai mistici che gli occidentali eguagliano gli orientali» [55]. Infine, ci sembra cogliere una confutazione implicita di Nietzsche quando Cioran asserisce che: «Si fraintende la mistica quando si crede che derivi da un infiacchimento degli istinti, da una linfa danneggiata. Un Luis de León, un san Giovanni della Croce coronarono un’epoca di grandi imprese e furono necessariamente contemporanei della Conquista. Lungi dall’essere degli inetti, lottarono per la loro fede, attaccarono Dio arditamente, si appropriarono del cielo» [56].
Ritorniamo all’aforisma citato in precedenza, tratto da Amurgul gândurilor [Il crepuscolo dei pensieri]: «Il nichilismo è la forma limite della benevolenza». Che cosa si potrebbe intendere con tale formula laconica? Innanzitutto, si dovrà sottolineare la differenza tra il capitolo romeno e quello francese nell’opera di Cioran e il fatto che, nel primo, l’autore, ancora sotto l’influenza di Nietzsche, sembra dare a questo concetto una tale importanza che non sarà più riscontrabile nei suoi scritti francesi. Non si tratta, in senso stretto, né di nichilismo passivo né di nichilismo attivo, ma piuttosto di quello che la lucidità – questo sì, il concetto cioraniano per eccellenza – genera progressivamente: la coscienza del male e, oltre a questa, la rivelazione della vacuità (il «nulla») come ultima (ir)realtà dell’esistenza. Alla fine della sua conversazione con Fernando Savater, nel prendere commiato, Cioran gli chiede di trasmettere ai lettori spagnoli quanto segue: «Non dimentichi di dire che io sono soltanto un marginale, uno che scrive per svegliare. Lo riferisca: i miei libri aspirano a svegliare» [57]. La «forma limite della benevolenza» consisterà quindi nel destare (éveiller) il lettore (e Cioran stesso è il suo primo lettore) al peggio (le pire), vale a dire nel condurre alla consapevolezza che «siamo affogati nel male» e nella realtà suprema del «nulla che contempla all’infinito se stesso» [58].
Per concludere, è lecito affermare che Cioran sia un nichilista? Sì e no. Sì, per motivi storici e pertanto esteriori; no, per questioni di ordine metafisico, spirituale e quindi interiori, dovuti alla specificità e complessità del suo pensiero inclassificabile. Come ebbe modo di dire lui stesso, la qualificazione di scettico gli è più consona. Per Cioran, il nichilismo non è una dottrina o una credenza; è soprattutto un fatto culturale e spirituale storicamente determinato (un problema squisitamente occidentale), il che testimonia l’enorme importanza della genealogia della morale nietzschiana. Si deve comunque sottolineare la relativa pertinenza del concetto di nichilismo rispetto al pensiero cioraniano visto che, nonostante la sua forte attrazione per l’Oriente, Cioran si riconosce dall’inizio alla fine irreducibilmente occidentale e, di conseguenza, segnato da secoli di metafisica platonica e di morale cristiana (a maggior ragione poiché egli stesso figlio di un prete ortodosso) [59]. Il nichilismo di Cioran è come la scala di Wittgenstein: può tornare utile come operatore concettuale propedeutico ma, una volta percorsi gli innumerevoli strati del suo pensiero, si dovrà lasciare da parte. Secondo Philippe Tiffreau, Cioran è «anarchico ai bordi, nichilista in mezzo e mistico al centro» [60]. Per di più, l’etichetta di nichilismo, più che spiegare e generare senso, il più delle volte serve semplicemente a diffamare e a squalificare una voce qualsiasi nel dibattito pubblico, com’è accaduto soprattutto dopo l’intervento di Nietzsche nella storia del pensiero occidentale. «L’accusa di nichilismo è oggi tra le più diffuse, tra quelle che più volentieri vengono rivolte all’avversario. È probabile che tutti abbiano ragione» [61].
La nostra proposta è di leggere Cioran nei suoi stessi termini, prestando ascolto alle sue riflessioni e alla musicalità che emanano, in modo tale da non incorrere nell’equivoco di ridurlo a questo o a quell’atteggiamento che fanno invece parte integrante del suo pensiero proteico e polifonico, e soprattutto, da non ridurlo a una caricatura post-nietzschiana del nichilista «che ronza di malessere ontologico», come ammonisce anche Simona Modreanu. Più che nichilista, Cioran è un mistico molto eterodosso e, ciononostante, uno scettico incorreggibile. Concludiamo lasciando che siano le sue stesse parole a dirci che: «Vi ho raccomandato la dignità dello scetticismo: ed ecco che mi aggiro attorno all’Assoluto. Tecnica della contraddizione? Ricordatevi piuttosto le parole di Flaubert: “Sono un mistico e non credo in nulla”. In queste parole riconosco l’adagio del nostro tempo, di un tempo infinitamente intenso, e senza sostanza. C’è una voluttà che ci appartiene: quella del conflitto come tale. Spiriti convulsi, fanatici dell’improbabile, lacerati tra dogma e aporia, siamo tanto pronti a lanciarci in Dio per rabbia quanto sicuri di non potervi vegetare» [62].

Rodrigo Inácio Ribeiro Sá Menezes
(Traduzione dal portoghese di Amelia Natalia Bulboaca)
(maggio 2017, anno VII)

NOTE

1.CIORAN, E.M. Cioran, Un apolide metafisico. Conversazioni, Adelphi, Milano, 2009, p. 253.
2. Il testo qui presente è la versione estesa di una comunicazione presentata per la prima volta in occasione del VII Encuentro Internacional Emil Cioran, svoltosi a Pereira, in Colombia, nel 2014.
3. Rodrigo Inácio Ribeiro Sá Menezes ha una laurea in Filosofia, un Master in Scienze della Religione e un Ph.D. in Filosofia, conseguito presso l’ Universidade Católica de São Paulo, in Brasile.
4. MODREANU, S., Le Dieu paradoxal de Cioran, Éditions du Rocher, Mónaco, 2003, p. 19.
5. SAVATER, F., Prefazione, in CIORAN, E.M., Breviario de podredumbre, Taurus, Madrid, 1981, p. 16.
6. CIORAN, E.M., Un apolide metafisico, cit., p. 50.
7. «Il detentore della Parola possiede il privilegio di definire e di classificare: il potere che egli esercita attraverso il linguaggio è l’estensione “civile” della coercizione fisica. “Mangiare o essere mangiati: è la legge della giungla. Definire o essere definiti: è la legge degli uomini”, secondo lo psichiatra americano Thomas Szasz, che aggiunge: “La lotta per la Parola è una questione di vita o di morte. Una scena classica nei film Western mostra due uomini in una lotta disperata per recuperare una pistola che si trova a terra. Chi la raggiunge per primo spara e si salva la pelle; l’altro viene abbattuto e muore. In effetti, la ricompensa non è la pistola, ma l’etichetta: chi la spunta per primo è il vincitore della battaglia; l’altro, etichettato, è ridotto al ruolo di vittima”». JACCARD, R., A loucura [La folie], Zahar, Rio de Janeiro, 1981, p. 37.
8. Sul dogmatismo negativo in relazione allo scetticismo (il primo essendo storicamente una derivazione del secondo), cfr. HANKINSON, R.J., The Sceptics. Arguments of the Philosophers, Routledge, London/New York, 1995.
9. CIORAN, E.M., Un apolide metafisico, cit., p. 50.
10. CIORAN, E.M., La tentazione di esistere, Adelphi, Milano, 2012, p. 141.
11. Aggettivo impiegato da Nietzsche per descrivere il nichilismo come «il più inquietante (unheimlich) fra tutti gli ospiti». È formato dalla radice Heim («casa») e dal prefisso negativo un-. Data la sua densità semantica, può esprimere una serie di nozioni come: «spaesante», «strano», «sinistro», «perturbante», «tetro» e così via.
12. CIORAN, E.M., Le crépuscule des pensées, in: Œuvres, Gallimard, Paris, 1995.p. 493. «Nihilimsul : forma de limită a bunăvoinţii», in Opere, ediţie îngrijită de Marin Diaconu, Introducere de Eugen Simion, vol. 1, Academia Română, Fundaţia Naţională pentru Ştiinţă și Artă, București, 2012, p. 982.
13. CIORAN, E.M., Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, Milano, 2016, pp. 34-35.
14. «Una descrizione più consona di scrittori come Baudelaire e Cioran sarebbe quella di a-moderni, un termine che suggerisce come questi scrittori possano arrivare ad articolare la loro paradossale posizione di autori prototipicamente moderni solo passando dall’esperienza della modernità storica – gli eventi politici, economici e industriali che si verificarono nel XVIII secolo e all’inizio del XIX secolo – dando voce proprio a quel tipo di esperienze contro le quali spesso protestano ma senza invocare tuttavia il ritorno a un periodo anteriore ritenuto putativamente “migliore”. Il fatto che la loro fondamentalmente a-storica visione della storia umana come una serie inevitabile di calamità e di crudeltà sia, ovviamente, storicamente modulata poiché deriva da una serie particolare di circostanze storiche, non intacca la loro (o la nostra) abilità di accedere alle conclusioni estetiche e metafisiche che si possono trarre dalla loro prospettiva non lineare». ACQUISTO, J., The fall out of redemption: writing and thinking beyond salvation in Baudelaire, Cioran, Fondane, Agamben, and Nancy, Bloomsbury, New York, 2005. p. 11.
15. CIORAN, E.M., Sommario di decomposizione, Adelphi, Milano, 2012, p. 134.
16. CIORAN, E.M., Storia e utopia, Adelphi, Milano, 2008, p. 109.
17. «Il fatto che con wu-wei, non si debba intendere letteralmente il “non-fare” e che si riferisca piuttosto allo stato fenomenologico dell’attore (il quale è, in effetti, alquanto attivo), ci suggerisce che dovremmo comprendere il termine in senso metaforico. In ciò che segue, argomenterò che il termine “wu-wei” rimanda a una situazione metaforicamente concepita nella quale un “soggetto” non deve più esercitare alcuno sforzo per agire. Come sarà discusso nel dettaglio […], “wu-wei” è stato adottato come termine tecnico generale per indicare un’azione priva di fatica poiché è rappresentativo di una serie di famiglie di metafore concettuali che trasmettono l’idea di una coscienza incosciente e senza sforzo. Tali famiglie di metafore includono: il “seguire” (cong) o “scorrere con” (shun), l’essere fisicamente “a proprio agio” (an), il godere di una “adattamento” perfetto al mondo (yi) e il “dimenticare” (wang) il sé, quest’ultima qualità essendo spesso espressa letteralmente anche come coscienza-incosciente (buzhi) o l’oblio che deriva da emozioni forti come la gioia (le)». SLINGERLAND, E., Effortless action. Wu-wei as a conceptual metaphor and spiritual idea in early China, Oxford University Press, Oxford, 2003, pp. 10-11.
18. CIORAN, E.M., Un apolide metafisico, cit., p. 253.
19. «All’origine della mia posizione c’è la filosofia del fatalismo. La mia tesi fondamentale è l’impotenza dell’uomo, che è solo un oggetto della storia, e non il soggetto». Ivi, p. 191.
20. CIORAN, E.M., L’inconveniente di essere nati, Adelphi, Milano, 2011, p.16.
21. Ci rifacciamo alla traduzione spagnola: MAINLÄNDER, P., La filosofía de la redención. Trad. di Manuel Pérez Cornejo, Xorki, Madrid, 2014. [22] CORNEJO, M. P., “Introducción”, in: MAINLÄNDER, P., Filosofía de la redención, p. 16.
23. Ivi, p. 16.
24. Ibidem.
25. «Gli Arconti governano collettivamente sul mondo, e ciascuno individualmente nella sua sfera è un guardiano della prigione cosmica. Il loro tirannico governo del mondo è chiamato “heimarméne”. Fato universale, concetto preso dall’astrologia ma colorito ora di spirito gnostico anticosmico». JONAS, H., Lo gnosticismo, SEI, Torino, 1991, pp. 41-42.
26. Sul carattere neo-gnostico de La filosofia della redenzione, rimandiamo all’introduzione di Manuel Pérez Cornejo all’edizione spagnola del libro.
27. L’argomento di Jarlee Salviano può essere applicato anche nel caso di Cioran: «Se consideriamo il concetto [del nichilismo] come una teoria del Nulla, noteremo che difatti, c’è un nichilismo in Schopenhauer e che il filosofo abbozza questa teoria nelle ultime righe della sua opera, Il mondo come volontà e rappresentazione, del 1818». SALVIANO, J. O. S., Labirintos do nada: a crítica de Nietzsche ao niilismo de Schopenhauer, Edusp, São Paulo, p. 12.
28. CIORAN, E.M., Un apolide metafisico, cit., p. 50.
29. ROSSET, C., O real e seu duplo, trad. José Thomaz Brum, José Olympio, Rio de Janeiro, 2008, p. 52.
30. JONAS, H., Lo gnosticismo, cit., p. 221.
31. Ivi, p. 222.
32..«Un universo senza un’intrinseca gerarchia di essere, come è l’universo copernicano, lascia i valori senza sostegno ontologico e l’io è abbandonato interamente a se stesso nella sua ricerca di un significato e di un valore. Il significato non si trova più ma viene “conferito”. I valori non sono più considerati nella visione della realtà oggettiva, ma sono postulati come sforzi di valutazione. I fini, come funzioni della volontà, sono soltanto mia creazione. La volontà sostituisce la visione: la temporalità dell’atto elimina l’eternità del “bene in sé”. Questa è la fase nietzschiana della situazione in cui il nichilismo europeo appare alla superficie. L’uomo è ormai solo con se stesso» (Ibidem).
33. Ibidem.
34. Ivi, p. 223.
35. «Però l’atteggiamento dello gnostico di fronte al tempo si confonde in realtà con il suo generale atteggiamento nei confronti della situazione riservata quaggiù all’uomo e pertanto nei confronti del mondo intero, della storia di questo mondo, del divenire, del dramma che vi si svolge». Abbordando la concezione gnostica del tempo, Puech aggiunge inoltre: «la partita si gioca fra tre opposte concezioni, in cui il tempo può essere rispettivamente raffigurato nella prima da un circolo, nella seconda da una linea retta, nella terza infine da una linea spezzata [ligne brisée]». PUECH, H.-C., Sulle tracce della Gnosi, Adelphi, Milano, 2017, pp. 241-243.
36. «Per tutta la vita ho vissuto con la sensazione di essere stato allontanato dal mio vero luogo. Se l’espressione “esilio metafisico” non avesse alcun senso, la mia sola esistenza gliene fornirebbe uno». CIORAN, E.M., L’inconveniente di essere nati, cit., p. 78.
37. CIORAN E.M., Cadere dal tempo…, in La caduta nel tempo, Adelphi, Milano, 2011, p. 123.
38. NEIMAN, S., In cielo come in terra. Storia filosofica del male, Editori Laterza, Roma-Bari, 2017 p. 11.
39. CIORAN, E.M., Il funesto demiurgo, Adelphi, Milano, 2011, p. 22; Da qui deriva la disapprovazione di Sartre dell’allegoria della «peste» con la quale Camus dipinse i totalitarismi del XX secolo e i loro agenti. Secondo Susan Neiman, «il resoconto di Sartre è esatto. Come analisi politica la metafora di Camus sconfina nell’irresponsabilità volontaria. Per combattere efficacemente i mali particolari, è necessario comprenderli. Dire che il nazismo è paragonabile ai microbi significa diminuirne la comprensione. I saggi di Camus rivelano perfino di più della verità contenuta nelle accuse di Sartre. La discussione dei mali morali e naturali di Camus è il risultato non di una confusione concettuale ma di un’affermazione consapevole. I mali morali e i mali naturali sono casi particolari di qualcosa di peggiore: il male metafisico insito nella condizione umana». NEIMAN, S., Op. cit., p. 279.
40. Secondo Joan M. Marín, «il discorso cioraniano è evidentemente anti-parmenideo, nella misura in cui, per il rumeno, l’esistenza in generale è priva degli attributi dell’essere (unità, ingenerabilità e incorruttibilità, vale a dire, eternità ecc.) e il nulla non solo è – e ne possiamo parlare – ma ci si rivela come uno dei costituenti essenziali dell’esistenza». MARÍN, J. M., Ciorán o el laberinto de la fatalidad, Institució Alfons el Magnànim, Valencia, 2001, pp. 15-16.
41. «Questa caratteristica è stata attribuita (in modo particolare da Kant) solo al nihil privativum, che viene contrassegnato con il segno “─” in contrapposizione al segno “+”, un segno “─” che, con un rovesciamento del punto di vista, poteva diventare “+”; e, in contrapposizione al nihil privativum, è stato posto un nihil negativum, che fosse il nulla sotto ogni rispetto, come esempio del quale si utilizza la contraddizione logica, che toglie sé medesima. Considerando la questione più da vicino, un nulla assoluto, un nihil negativum vero e proprio, non lo si può neanche pensare; invece ogni nulla di questo genere, se lo si considera da un punto di vista più elevato o lo si sussume sotto un concetto più ampio, si riduce sempre e solo a un nihil privativum. Ciascun nulla è pensato come tale solo in relazione a qualcosa d’altro e presuppone questa relazione, e dunque questo qualcosa d’altro. La stessa contraddizione logica non è che un nulla relativo. Non è affatto un pensiero razionale, ma non per questo è un nulla assoluto. La contraddizione logica è infatti una combinazione di parole, un esempio del non-pensabile, di cui nella logica si ha necessariamente bisogno per provare le leggi del pensiero; perciò, quando a questo scopo si ricorre a un esempio di questo genere, si concentra l’attenzione sull’assurdo, come il positivo di cui si va alla ricerca, e si trascura invece come negativo ciò che ha senso». SCHOPENHAUER, A., Il mondo come volontà e rappresentazione, Giulio Einaudi editore s.p.a, Torino, 2013, IV, § 71, pp. 522-523.
42. CIORAN E.M., La caduta nel tempo, cit., p.18.
43. CIORAN, E.M., Lacrime e santi, Adelphi, Milano, 2009, p.46.
44. CIORAN, E.M., Sillogismi dell’amarezza, cit., p. 83.
45. JAUDEAU, S., Cioran ou le dernier homme, José Corti, Paris, 1990.p. 61.
46. CIORAN, E.M., Esercizi di ammirazione, Adelphi, Milano, 2005, pp. 28-29.
47. CIORAN E.M., Sommario di decomposizione, cit., p. 36.
48. CIORAN E.M., Il funesto demiurgo, cit., p. 14.
49. CIORAN E.M., Un apolide metafisico, cit., p. 81.
50. E aggiunge: «Significa non avere più alcun vincolo, dopo avere liquidato tutto: si è veramente distaccati, si è superiori a tutto. Si è trionfato sul mondo: non esiste più niente. Quanto a noi che siamo vissuti, che viviamo nella cultura occidentale, questa forma di pensiero estremista la chiamiamo, o l’abbiamo chiamata, nichilismo. Ma non è nichilismo dato che lo scopo, o comunque l’esito è una sorta di estasi vuota, senza contenuto, e quindi la felicità perfetta. Per quale motivo? Per il motivo che non c’è più niente. Ecco perché ciò che per noi è negativo per gli orientali è un trionfo. È questo il lato veramente positivo delle posizioni estreme del pensiero orientale. Dunque ciò che per noi è rovina per loro è coronamento. […] E qual è il suo scopo? Liberare la mente e il cuore. Quindi non è affatto una dialettica nichilista, è sbagliato chiamarla nichilista. Distrugge tutto, Nagarjuna, tutto, tutto, tutto, prende tutti i concetti della filosofia e li annienta uno dopo l’altro. E poi, irrompe una sorta di luce». Ivi, pp. 82-83.
51. Cfr. DEMARS, A., Le pessimisme jubilatoire de Cioran: enquête sur un paradigme métaphysique négatif (tesi di dottorato), Université Jean Moulin 3, Lyon, 2007, p. 53.
52. CIORAN E.M., Sommario di decomposizione, cit., p. 83.
53. Ivi, p.95.
54. CIORAN E.M., Un apolide metafisico, cit., pp. 247-248.
55. Ivi, p. 93.
56. CIORAN E.M., La tentazione di esistere, cit., p. 143.
57. CIORAN E.M., Un apolide metafisico, cit., p. 36.
58. CIORAN E.M., Quaderni. 1957-1972, Adelphi, Milano, 2013, p. 214.
59. Cfr. CIORAN E.M., Pensare contro se stessi, in La tentazione di esistere, cit.
60. TIFFREAU, P., Cioran ou la dissection du gouffre, Henri Veyrier, Paris, 1991, p. 28.
61. JÜNGER E., HEIDEGGER M., Oltre la linea, Adelphi, Milano, 1990, pp. 103-104.
62. CIORAN E.M., La tentazione di esistere, cit., pp. 106-107.

Bibliografia essenziale
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[ελ] Βόμβα στο ΑΤ Ζωγράφου: Ο εκρηκτικός μηχανισμός είχε καρφιά – Γιατί δεν υπήρξε προειδοποιητικό τηλεφώνημα

16 de diciembre 2019

Νέες διαστάσεις μετά τον εντοπισμό του εκρηκτικού-εμπρηστικού μηχανισμού που τοποθέτησαν άγνωστοι κοντά στο ΑΤ Ζωγράφου το πρωί της Δευτέρας δίνει η πληροφορία ότι στον μηχανισμό που εξουδετερώθηκε με ελεγχόμενη έκρηξη οι δράστες είχαν τοποθετήσει και καρφιά!

Η παρουσία των καρφιών δείχνει ότι οι άγνωστοι που άφησαν το κουτί με τον μεταλλικό σωλήνα, μέσα στον οποίο βρέθηκε ο εκρηκτικός μηχανισμός, ήθελαν να προκαλέσουν μεγάλη ζημιά ή ακόμα και θύματα.

Tο σημείο εξάλλου που είχαν αφήσει το κουτί -σε τοιχίο μέσα από την Πανεπιστημιούπολη- κοντά στην περιοχή που σταθμεύει το όχημά του ή τη μοτοσικλέτα του ο διοικητής του αστυνομικού τμήματος φαίνεται να επιβεβαιώνει την εκδοχή αυτή.

Αυτό που προβληματίζει τους αξιωματικούς που έχουν αναλάβει την έρευνα είναι το γιατί δεν υπήρξε προειδοιποιητικό τηλεφώνημα για έναν μηχανισμό που είχε καρφιά, ρολόι, πυρίτιδα και ένα μπουκάλι με συνδεσμολογία που, κατά πληροφορίες, έχει χρησιμοποιηθεί στο παρελθόν από τρομοκρατικές οργάνωσεις.

Τα σενάρια που εξετάζουν οι αρχές είναι τρία:

το πρώτο θέλει τους δράστες να μην ήθελαν να ειδοποιήσουν τις αρχές με στόχο να πραγματοποιήσουν ένα «τυφλό» χτύπημα

το δεύτερο θέλει να τους «νίκησαν» οι συγκυρίες. Να άφησαν, δηλαδή, το κουτί στο τοιχίο και να το είδε ο διοικητής του ΑΤ Ζωγράφου πριν να προλάβουν να κάνουν το προειδοποιητικό τηλεφώνημα

το τρίτο σενάριο -που συγκεντρώνει και τις μικρότερες πιθανότητες- είναι ο μηχανισμός να μην μπορούσε να εκραγεί καθώς στόχος των δραστών ήταν απλά να στείλουν μήνυμα ότι έχουν την επιχειρησιακή δυνατότητα και να κατασκευάσουν έναν τέτοιο μηχανισμό και να τον αφήσουν «κάτω από τη μύτη» των αρχών, δίπλα σε ένα αστυνομικό τμήμα.

Οι πυροτεχνουργοί της ΕΛΑΣ ενημερώθηκαν για τον μηχανισμό από τον διοικητή του ΑΤ Ζωγράφου που είδε στις 9:15 το πρωί, όταν πήγε να πάρει τη μοτοσικλέτα του, το κουτί με καλώδια να εξέχουν από αυτό.

Οι άνδρες του Τμήματος Εξουδετέρωσης Εκρηκτικών Μηχανισμών που εκλήθησαν, αφού πραγματοποίησαν έλεγχο, διαπίστωσαν ότι επρόκειτο για εκρηκτικό μηχανισμό και προχώρησαν στη συνέχεια σε ελεγχόμενη έκρηξη.

(it) Comunicando il messaggio

Gli eventi terroristici hanno lo scopo di comunicare messaggi a un numero di individui molto più ampio di quelli direttamente coinvolti. Il terrorismo intende “intimidire un pubblico comune che guarda, danneggiandone solo alcuni . . . ferire, non distruggere ”. Distruzione, uccisione o lesioni non sono necessariamente gli obiettivi finali dei terroristi; invece, il loro obiettivo più importante è “l’informazione pubblica come strategia di comunicazione”.

Un obiettivo fondamentale del terrorismo è “creare attenzione pubblica o persino simpatia”. I mezzi di comunicazione svolgono un ruolo cruciale nel raggiungimento di questo obiettivo; quindi, i terroristi fanno molto affidamento sulla copertura mediatica. Gli atti di terrorismo “sono volutamente brutali per creare un’atmosfera di paura mentre pubblicizzano la causa dei terroristi. E mentre il pubblico diventa insensibile ai loro atti di violenza, i terroristi aumentano i massacri per mantenere l’interesse dei mezzi di comunicazione ”. Nel frattempo, anche questi ultimi, a volte usano i terroristi e i loro attacchi per comunicare specifici messaggi ideologici o politici che non erano necessariamente intesi con gli atti o dai loro autori, al fine di adempiere o realizzare programmi personali o istituzionali o ottenere alcuni benefici.

Le definizioni di terrorismo riflettono su questo obiettivo finale, come ampia attenzione del pubblico, indirizzando il pubblico ben oltre ciò che immediatamente lo turba. Questo obiettivo è razionalizzato all’interno delle definizioni di terrorismo in relazione a: 1) costringere, per soddisfare le esigenze; 2) infondere un effetto psicologico della paura; e 3) influenzare il cambiamento di politica. Il terrorismo è definito come “l’uso e / o la minaccia di ripetute violenze a sostegno o in opposizione ad alcune autorità, dove la violenza viene impiegata per indurre la paura di attacchi simili nel maggior numero possibile di vittime non immediate, in modo che le persone così minacciate, accettino e rispettino le richieste del terrorista “

È “un insieme di metodi di combattimento piuttosto che un’ideologia o un movimento identificabile, e implica un uso premeditato della violenza contro (principalmente) non combattenti al fine di ottenere un effetto psicologico della paura sugli altri, rispetto agli obiettivi immediati”. Inoltre, il terrorismo è “una forma di guerra psicologica in cui il terrorista tenta di influenzare il cambiamento di politica, influenzando le paure e gli atteggiamenti individuali, in particolare una popolazione molto più ampia rispetto a gli obiettivi immediati”.

Con la comunicazione come punto focale, il terrorismo è come “una forma di comunicazione coercitiva e violenta, che adotta un approccio di tipo comportamentale, piuttosto che un approccio basato sul movente o sul perpetratore”. Usando questo approccio comportamentale, il terrorismo è definito come “l’uso combinato e la minaccia della violenza, pianificato in segreto e di solito eseguito senza preavviso, che è diretto contro un insieme di obiettivi (le vittime dirette) al fine di forzare la conformità o costringere la fedeltà da una seconda serie di obiettivi (obiettivi delle richieste) e per intimidire o impressionare un pubblico più ampio (obiettivo del terrore o obiettivo dell’attenzione) ”.

Analogamente, e in linea con la comunicazione di un messaggio specifico, il terrorismo è definito come “minaccia sistematica o uso della violenza, a favore o in opposizione all’autorità stabilita, con l’intenzione di comunicare un messaggio politico a un gruppo più ampio del gruppo vittima, generando paura e alterando così il comportamento del gruppo più ampio ”.

(tü) Solgun Suçlu Üzerine

Ey yargıçlar ve kurban edenler, hayvanı başını eğmedikçe öldürmek istemezsiniz, değil mi? Bakın! Solgun suçlu başını eğdi: büyük aşağılama gözlerinden sesleniyor.

“Benliğim aşılması gereken bir şeydir: benliğim bence insanın büyük aşağılanmasıdır”: böyle sesleniyor o gözden.

Kendi başına hüküm verdiği an – onun en yüksek anıydı. Bu yücelmiş kişinin yeniden alçak konumuna dönmesine meydan vermeyin.

Böyle kendi kendisinden ıstırap çeken için hiçbir kurtuluş yoktur, tez bir ölüm gelmedikçe.

Ey yargıçlar, sizin ölüm hükmünüz acıma olmalı, öç alma değil; dikkat edin, öldürürken siz kendiniz yaşamı haklı çıkarmalısınız. Öldürdüğünüz kişiyle barışmanız yetmez. Kederiniz, Üstinsan’a dönük sevginiz olsun: kendi sağ kalımınızı böyle haklı çıkarırsınız. “Düşman” deyin ama “alçak” demeyin, “sakat” deyin ama “rezil” demeyin “ahmak” deyin ama “günahkar” demeyin.

Ve sen, ey kızıl yargıç, kafanın içinde geçenleri yüksek sesle dile getirecek olsaydın, herkes şöyle haykırırdı: “Defol ey haşere, zehirli sürüngen!”

Ama düşünce başka, eylem başka ve eylem fikri başka. Bunlar arasında nedensellik çarkı dönmez. Bu solgun adamı bir fikir soldurdu. Suçu işlediği zaman eylemi için ehildi, ama işledikten sonra bu fikre dayanamadı.

Ve artık her zaman kendisini bir eylemi işleyen olarak görüyordu.Ben buna delilik derim. istisna onda tersine dönerek kural olmuştu.

Tebeşirle çizilen çizgi tavuğu hipnotize eder; onun vurduğu darbe zayıf aklını hipnotize etti. Ben buna eylemden sonraki delilik derim.

Dinleyin ey yargıçlar! Bunun yanında bir başka delilik daha var ve o da eylemden önceki deliliktir. Ah sizler, bu ruhun derinliklerine bence yeter derecede dalamıyorsımuz!

Kızıl yargıç şöyle der: “Bu suçlu neden cinayet işledi? Bir şey çalmak istiyordu da ondan.” Ama ben size diyorum ki, onun ruhu kan istiyordu, ganimet değil: o bıçağın mutluluğuna susamıştı.

Onun zayıf aklı bu deliliği kavrayamadı ve onu ikna etti. “Ne olur ki kandan!” dedi; “hiç olmazsa öldürdüğünden bir şey çalmak istemez misin? Ya da öç almak?”

Ve o, zayıf aklına uydu: aklının sözleri onun üstüne kurşun gibi yüklendi – o nedenle, öldürürken çaldı da. O, deliliğinden utanmak isteği duymadı

Ve şimdi suçunun kurşun yükü yine onu eziyor. Ve zayıf aklı yine öyle durgun, inmeli ve ağır.

Kafasını sallayabilse yükü üstünden yuvarlanacak. Ama bu kafayı kim sallayabilir?

Bu insan nedir? Ruh aracılığıyla dünyaya ulaşan bir yığın hastalık; bunlar orda aylarını yakalamak isterler.

Bu insan nedir? – birbirlerinin yanında nadiren sakin durabilen vahşi bir yılan dolamı -bunlar ayrılıp yola çıkar ve dünyada av ararlar.

Şu zavallı bedene bakın! Onun neyin ıstırabını ve açlığını çektiğini zavallı ruh kendisine göre yorumladı – canice arzu olarak ve bıçağın mutluluğuna duyulan açlık olarak yorumladı.

Şimdi hastalanan kişiye şimdi fena olan fenalık egemen olur. O, kendine acı veren şeyle acı vermek ister. Ama başka çağlar da olmuştur, başka bir fenalık ve iyilik de olmuştur.

Bir zamanlar şüphe ve Kendilik iradesi fenaydı. O zaman sakat olan sapkın ya da sihirbaz haline geldi; sapkın ya da sihirbaz olarak ıstırap çekti ve ıstırap çektirmek istedi.

Ama bu sizin kulağınıza girmiyor. Bana diyorsunuz ki, bu sizin iyi insanlarınıza zarar verir. Ama sizin iyi insanlarınızdan bana ne!

İyi insanlarınızın gerçekte fenalıkları değil de onlardaki birçok şey midemi bulandırıyor. Ah keşke, onların da bu solgun suçlu gibi bir deliliği olsa da o yüzden batsalar!

Gerçekten, onların deliliği hakikat, sadakat veya adalet adıyla anılsın isterdim; oysa onların uzun bir ömür sürmek ve acınası bir kendinden hoşnutluk içinde yaşamak için erdemleri var.

Ben girdap boyunca uzanan bir parmaklığım; bana tutunabilen tutunabilir; ama ben sizin topal değneğiniz değilim.

Zerdüşt böyle dedi.

La Federación del Dolor

Estoy reuniendo toda la agonía del mundo junta. Cualquier persona que tenga un gusano oculto roando en su interior, cualquier persona vestida de luto por el ideal, cualquiera que se ría con desprecio de la ruina de la mente, puede venir. Necesito mi dolor para convertirlo en un diluvio, una tormenta; necesito escuchar los gritos de sufrimiento, los gemidos de desesperación. Porque hay risas en el mundo, y no las puedo escuchar.

Hermanos del encadenamiento, camaradas del sufrimiento, la batalla está cerca. Pronto lanzaremos nuestro ataque, intoxicado con venganza; el enemigo huirá, porque la Federación del Dolor es terrible.

* * *

Desde el día en que nací, he soportado una pesada carga. Y mi espalda está doblada y mis ojos hundidos. El gusano roe y roe; ya me ha destruido.¡Basta, por dios! Estoy cansado.Me deshago de la carga y me detengo; tengo suficiente de esto en mi vida. No he sido capaz de vivir, pero sabré cómo vengarme. Croaré en alguna acera, con la blasfemia final en mis labios y el destello final de odio en mis ojos.

* * *

¡Qué odioso!… Los asquerosos adoquines de la ciudad emiten el mal olor de la alcantarilla. Me ha envenenado. ¡Una vez fui tan fuerte! Aun así me reí… Pero luego… ¿Debería realmente aullar a lo que sucedió, realmente debería revelarme ante ti? Pero, imbéciles, ¡es la misma vieja historia!Uno ama, espera, actúa, y luego viene el disgusto, el vacío, la desesperación.

* * *

Un día me llevaron a la guerra. Entonces soñé que era un niño otra vez. El primer estallido de la ametralladora sacudió cruelmente mis nervios; abrí los ojos y vi sangre, y luego nada más. Recuerdo un gran incendio, un trueno continuo… muerte, muerte… y ese hedor, el hedor de los cadáveres… Nunca entendí cómo el olor desagradable de este hedor ha permanecido en mi garganta. Parece como si estuviera en un vasto cementerio… cruces, ataúdes, hedor.La sociedad apesta a cadáveres.

* * *

Me duelen horriblemente las orejas. El cañón causó esto. La bestia atronadora hizo profundos rasguños en mi cerebro. Siempre escucho un grito lejano, como el sollozo de un gigante desesperado. ¿Pero quién es el que llora en el mundo?

* * *

La guerra ha despertado a la bestia en mí. Mis mandíbulas se contraen convulsivamente, mis ojos se abren, y mis manos quieren apretar, agarrar… Cuando miro a alguien, me sorprende un extraño deseo de hacerlo pedazos. ¿Por qué tengo la necesidad de matar y destrozar a alguien?Ya no hay alemanes para matar; entonces, ¿a quién debo matar?

* * *

Tal vez estoy loco. Pero mi locura es la racionalidad más terrible. Veo más lejos, siento la vida más vívidamente. No sé por qué, pero es cierto que sufro enormemente, mucho más que antes.¿Antes de esto? ¡Pensar que antes de esto, yo era un niño!

* * *

Pero ¿por qué tan así? ¿Qué he hecho? Veo las margaritas crecer pacíficamente; las golondrinas van y vienen por los caminos del cielo. Yo también soy una margarita o una golondrina. El rocío y el azul abierto también me agradan.Y en cambio… esposado, salpicado de barro, muerto de hambre. Sin amor, sin libertad.

* * *

Y así es como es, ya que así lo quieres. Tú me transformaste en un lobo, y en lobo me quedaré. Pero hasta ahora, solo me he arañado el pecho; mañana querré otra sangre. No pidas misericordia entonces. Has escrito en mi cerebro: matanza. Y matanza es. Tal vez la humanidad está sucia. Necesita limpiarse, y para este baño desea sangre. Tal vez después de la limpieza y la destrucción… Tal vez entonces seamos como las margaritas y las golondrinas… Qué hermoso sería.

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Almas que están de duelo por el mundo, es por eso que los invito a reunirse.La bandera ya está ondeando. Es negra; es sinónimo de luto. Adelante entonces, salvajes Prometeos. El grito de la venganza es música dulce y querida. Hoy es necesario matar, destruir… mañana seremos margaritas… Federación del Dolor, ¡adelante!

Bruno Filippi